La dea
Alle 17:02 uscì dal palazzo dove lavorava per una compagnia di assicurazioni. Un minuto prima del giorno precedente, pensò. Forse perché l’ascensore era già al piano giusto. Si incamminò in discesa verso la fermata della metro. Improvvisamente si trovò davanti una moto da enduro parcheggiata sul marciapiede, che gli bloccava il passaggio. Non si era accorto in tempo per passare dall’altro lato, perché stava controllando le notifiche sul cellulare. Sentì una pressione sul fianco destro. Una donna con il casco e giubbotto in pelle nero gli stava a fianco, dietro alla moto.
«Non muoverti, è una pistola. Adesso farai quello che ti dico e andrà tutto bene.»
«Lasciami prendere il portafogli.»
«Non voglio il tuo portafogli. Voglio che vieni con me a fare una cosa che ti spiegherò. So come ti chiami, Carlo, dove lavori e dove abiti. Mi serve che fai un lavoretto semplice. Chiaro?»
«Ok. Cosa devo fare?»
Tolse la pistola la rimise nella tasca interne del giubbotto.
«Metti il casco e sali sulla moto. Dovrai tenerla accesa per un paio di minuti, in piedi, senza mettere il cavalletto e senza toccare niente. Se si dovesse spegnere, la riaccendi. Sai come si fa? Ti mostro.»
«Devo fare il tuo complice, praticamente.»
«Esatto, purtroppo ha avuto un incidente. Non provare a scappare con la moto. È rubata.»
«Va bene, tutto qui?»
«Dammi il cellulare e metti questo giubbotto e andiamo. Non è lontano.»
Salì davanti a lui, lanciò il telefono di lui dentro lo scantinato da una piccola finestra all’altezza del marciapiede, e partirono. Dopo cinque minuti di percorsi secondari, arrivarono ad un grande palazzo che dava su un viale importante, ma da un ingresso laterale in un vicolo. C’era uno spazio appena sufficiente per far fermare la moto senza bloccare il passaggio delle auto, chiudendo solo alcuni motorini parcheggiati vicino alla porta.
«Non spostarla per nessun motivo. Non fare cazzate, perché ti trovo.»
Quei due minuti sembrarono due secoli e dovette anche muovere leggermente la moto per lasciar partire un motorino. Finalmente, lei arrivò di corsa e saltò sulla moto colpendolo con la mano al petto per farsi spazio alla guida.
«Tieniti forte e soprattutto, rilassati!»
Partì a razzo, svoltando a destra nel viale, ignorando il semaforo. Girò di nuovo a destra per tornare subito tra le strade secondarie, passando a velocità folle a qualche millimetro dai finestrini delle auto parcheggiate e sorpassando attraverso spazi impossibili. Carlo iniziò a sentire le sirene delle moto della polizia in lontananza. Dopo qualche svolta, prese un vicolo che lui conosceva bene.
«Le scale!»
Ma non fece in tempo ad accorgersene che le ruote della moto non toccavano più l’asfalto.
Dopo un breve volo, la moto atterrò scodando leggermente. Entrarono nel cortile di un palazzo che sembrava abbandonato.
«La lasciamo qui. Togliti il casco e seguimi.» Si tolse anche lei il casco, ma camminando davanti a lui non poteva vederla bene in viso. Passando da un cunicolo, dal retro dell’edificio arrivarono con pochi passi al punto da dove erano partiti. Scesero la stretta scaletta ed entrarono in un monolocale al seminterrato. Gli indicò una sedia e si sedette anche lei, di fronte. Finalmente la vide: i capelli scuri ancora incollati al viso dal casco incorniciavano due occhi splendidi e dei lineamenti di una bellezza particolare, eterea e senza tempo.
«Sei stato bravo, non ti sei irrigidito e non mi hai fatto perdere l’equilibrio. Qualche gradino, alla fine. Una scorciatoia e un diversivo per la polizia.»
«Posso sapere come ti chiami?»
«Atena.»
«Come la…»
«Sì, come la protettrice di questo schifo di città.»
«Dai, non è così male.»
«Finché bazzichi qui in centro. Se provi a fare un giro dalle mie parti, ti assicuro che cambi idea velocemente.»
«Cos’è successo al tuo complice?»
«Gli ho slogato una spalla, credo. Ha fatto una battuta idiota, di quel genere che non sopporto.»
Aprì il giubbotto e tirò fuori una busta nera. La strappò: ne uscirono una decina di mazzette di banconote, che sistemò in due buste da shopping.
«Qui avevamo appuntamento oggi e non si poteva rimandare. Ora devo cambiarmi.»
Si alzò in piedi e si tolse la maglia.
Carlo girò la testa e chiuse gli occhi.
«Educato, vedo.»
«Sai, guardare una dea in certe situazioni, potrebbe avere conseguenze poco piacevoli.»
«Ma cosa dici? Sei strano, tu. Puoi aprirli.»
Ci vedeva ancora e si toccò anche la spalla sinistra, per sicurezza. Evidentemente non era quello il genere di battute che la infastidivano.
Prese la pistola e iniziò a scaricarla e smontarla accuratamente. Poi si rollò una sigaretta e gli porse la busta di tabacco. Lui stava per prendere la sua sigaretta elettronica ma cambiò idea e accettò, perché non gli sembrava il caso di rovinare l’atmosfera.
Gli occhi di Atena osservavano tutto quello che le stava attorno con un’attenzione maniacale.
Lo schermo del telefono si illuminò: «Sì, fatto. Mi sono arrangiata. Dove sei?»
In quel dove sei avvertì una punta di dolcezza.
«È il tuo uomo?»
«Uomo mi sembra esagerato. Tipo, diciamo. Tra poco andiamo, prendi il tuo telefono.»
Mentre la osservava sollevare la zip dello stivale, Carlo si rese conto che probabilmente non l’avrebbe mai più rivista.
«Potresti avere ancora bisogno del mio aiuto, in futuro?»
«Spero proprio di no. È già un miracolo che sia andato tutto liscio, oggi. È meglio se vai a casa. Se per caso la polizia dovesse venire a chiederti qualcosa, tu sei stato qui a spassartela con me. Va in giù, verso la metro. Andiamo.»
Atena si incamminò con un passo che sembrava dare il tempo a tutta la città.
Si girò un attimo: «Ah… grazie per la dea!»
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