
LA DECISIONE
Serie: DO NOT SILENCE
- Episodio 1: LA DECISIONE
- Episodio 2: IL LAVAGGIO DEL SILENZIO
STAGIONE 1
Nel locale, il ragazzo era stato tutta la sera nel suo posticino: Il trespolo che accomodava per ripetere le sue sentenze tipiche, sbiascicanti, alla gente divertita. Dentro sempre più intontito, fuori… rosso e sbronzo…
Da sobrio stava sempre zitto e curvo, da ubriaco parlava e si vedeva potente, interessante; non scorgeva la realtà: la ridicola parvenza che diventava ogni sera. Ora è nella sua piccola casa, affollata di oggetti e quadri strani, ancora una volta, da solo. Addosso ha il peso della situazione sentimentale che subisce. Ha una fidanzata per cui è un bravo schiavo remissivo: è comodo non essere più avvezzo alle decisioni, sprofondando in conversioni alcoliche; conversazioni ai muri, e ai bicchieri violentemente riempiti. Fissa quei muri, quei quadri… uno l’ha dipinto lui: una maschera sospesa su un paesaggio astratto. È la sua immagine avulsa dalla vita che proprio non riesce a vivere; con quell’esistenza non riesce a dialogare se non da sbronzo, incazzato e violento con gli ambienti e la gente che è costretto a frequentare; è la sua fidanzata che sceglie per lui. Lei ha un taglio di capelli alla moda e perpetra la regola che non si mangia quando si beve, altrimenti si ingrassa troppo. Lui è il suo fedele accompagnatore: la raccoglie quando è troppo fatta, la accompagna a feste e cene dove lui resta da un lato, sempre rosso e sbiascicante; lei si vergogna di lui. Il ragazzo si vergogna a sua volta: del se stesso muto, se non ha la gola confortata da alcolici medicamenti, e del suo rapporto sentimentale di convenienze e disprezzo reciproco. Lui non ha mai conosciuto altro; ha imparato a non meritare nulla di diverso.
Sembra che stasera i medicamenti alcolici non stiano riuscendo a placare le urla di disperazione che nasconde nello stomaco, tra l’aperitivo e il vuoto emotivo cresciuto con lui, per trentacinque anni, e la rabbia verso la sordità della gente… di tutta la gente. La gatta gli gira intorno, agitata, muovendo la coda da una parte all’altra. Quella micia si nascondeva ogni volta che lui e la fidanzata erano in casa e litigavano. La gatta si teneva lontano; anche il ragazzo avrebbe voluto. Lui però si sente solo, ancora il bambino più silenzioso della classe. A trentacinque anni ancora è seduto a quel banco isolato, e cerca di socializzare, annientandosi negli altri e nei loro bisogni. Questa notte l’aria sembra mancare; ma non è colpa delle troppe sigarette, accese una dietro l’altra. Guarda il quadro con la maschera, la fissa e se la sente addosso… e l’aria manca dal gozzo sempre di più. Per il prossimo week-end è stata organizzata una cena in quella piccola casa. Amici di lei… lui non sa neanche chi verrebbe. È giovedì… e pensare a quella cena, da lì a due giorni, lo fa star male. Da piccolo non lo invitavano alle feste… da grande lo invitano perché nella catena alimentare serve anche il lombrico umano, senza spina dorsale. Il lombrico si contorce sul divano e si prefigura quella cena: un nuovo litigio con la fidanzata, che quando è troppo fatta non riesce a mascherare il fastidio che ha per lui; i piatti che lui avrebbe dovuto lavare… il cesso imputridito da persone sconosciute. Vede intorno alla sua vita solo detriti e martirio. Il ragazzo si butta sul letto e scorre i social sul telefono… guarda una ragazza, la stessa da mesi; ma neanche oggi il coraggio di cambiare nulla. Si gira da un lato e sviene ubriaco. Passate due ore si sveglia. I detriti, la maschera, lo soffocano ancora; questa volta il malessere che si porta addosso, da sempre, sembra non volersi affievolire. La solitudine che impregna pareti e pelle è insopportabile: vivere così è un insulto, è un ridicolo scherzo… è un supplizio che non vuole più. Se neanche l’alcool può più fare da medicina, forse può essere l’interruttore che quel malessere spegne. Si guarda il polso, la cicatrice. Due anni fa aveva passato una notte simile… e si era sdraiato nella piccola vasca con il sangue che scorreva. La paura poi ha vinto. Al pronto soccorso non hanno fatto troppe domande. Silenzio anche lì, forse se lui… o se loro avessero parlato, qualcosa sarebbe potuto cambiare. Tra i giramenti di testa cerca dell’alcool: vuole bere fino a che lo svenimento possa diventare il buio da cui non tornare, ad altro buio, ma privo di pace. In casa è finito tutto l’alcool. Si siede, guarda la cicatrice e sussurra: «Forse la chiamo, magari gli parlo e gli dico tutto… »
Spinge il tasto della cornetta sotto “Lei”… «Ciao, non sto bene, vieni qui, stiamo un po’insieme… NO! NON è una scemenza. Ho bisogno di te ora… MA QUALE FESTA? Ti ho detto che non ci volevo venire. Te prego vieni… perché mi tratti così? A loro non importa se non vengo… ma fatti riaccompagna’ da qualcun altro no?»
Attacca la cornetta dopo aver sentito ancora una volta “sei solo un fallito”. A questo punto è chiaro che niente di vivo resta tra quei detriti. S’inforca la giacca ed esce. Sale in macchina veloce: l’obiettivo è comprare dell’alcool e ingerirlo di corsa, morirne. Trovare pace e un silenzio, quieto, senza ritorno, che non venga interrotto da un “sei un fallito”.
In piazza, ancora c’è gente che gira tra i locali del centro. Viene bloccato da Matteo: uno che passa spesso le serate con lui. Non si può dire che sia un amico, dopotutto il ragazzo non capisce i legami: è disinteressato, cattivo, ferito. Matteo in realtà ha molta fiducia in lui, e durante le serate, mentre si fa offrire da bere, gli racconta sempre dei suoi guai e del padre naturale che non gli vuole dare soldi. Matteo ha 25 anni, non lavora, è alcolizzato… ed è la compagnia perfetta del ragazzo: un altro fallito che lo fa sentire forse meglio… dopotutto il ragazzo ogni tanto lavora e ha una fidanzata… GIÀ!
Matteo gli comunica che sta male, ha l’ennesima colica renale e sta crepando dal dolore. Di ospedale non se ne parla; gli rifarebbero la solita ramanzina sul bere. Evidentemente quei dottori non adoperano la stessa obiezione silenziosa di quelli dei punti messi sul polso del ragazzo, due anni prima.
«Sto male Da! Sveglia il farmacista… dai che me vergogno. Guarda che sto male da du’ ore e nessuno mi vuole aiutà. Come sempre…»
«Mattè ho da fare. Dai che devo andare…»
«Ma so’ le due dove devi anda’. Dai sto piegato in due!»
«Vabbè ma non puoi anda’ dal medico di guardia invece di rompe al farmacista n’ennesima volta»
«E chi me ci porta, dai accompagname che non ce la faccio a arrivacci a piedi…»
«Dai forza, la macchina sta qui dietro ai giardini… ma poi mi lasci perde!»
Continua…
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Nei tempi duri dove non tornare se non “a casa”.
Che ritorno inaspettato! Ciao Francesca, ti confesso che questo episodio mi ha messo addosso un pizzico di angoscia. Le emozioni si susseguono senza lasciare il tempo di tirare un respiro, violente, vere. Non saprei chi odiare di più della coppia! Un caro saluto.
Nei tempi duri dove non tornare se non “a casa”.