La direzione

Serie: Alder Venn


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Le direzioni di Alder.

Alder prende quella direzione.

Ammesso che ci possa essere una direzione unica da seguire nell’infinito delle possibilità — ammesso che l’infinito si lasci attraversare in modo lineare, che non sia invece un campo aperto in cui ogni passo genera nuove coordinate e ogni scelta dissolve le altre senza cancellarle del tutto.

Cammina. E poi non sta più camminando.

Davanti a lui, in un angolo che potrebbe essere un bistrot o una caffetteria o semplicemente uno di quei posti di Torino che esistono tra una cosa e l’altra, c’è un tavolo. E sopra il tavolo, sotto una luce che non corrisponde a nessuna fonte visibile, brilla qualcosa di rosso.

Il taccuino.

Alder si avvicina con la lentezza di un astronauta perso nello spazio senza gravità — ogni movimento calcolato, ogni centimetro guadagnato con la precisione di chi sa che un gesto sbagliato potrebbe farlo ruotare lontano invece che avvicinarlo. Il taccuino non si sposta. Aspetta, come hanno sempre fatto le cose che gli appartengono davvero.

Lo tocca. Lo afferra.

Lo apre.

Per un istante tutto scompare dalla sua vista — non il buio, non la luce, qualcosa di diverso, qualcosa che non è assenza ma sospensione, come il momento tra un battito e l’altro in cui il cuore non ha ancora deciso se continuare.

Poi riapre gli occhi. È nella sua classe.

La classe di giorno, con la luce che entra dalle finestre sul cortile e la lavagna che porta ancora tracce di qualcosa scritto. Ma tra i banchi c’è solo una bambina. Siede sola con una concentrazione silenziosa mentre scrive su un quaderno e gioca allo stesso tempo con qualcosa che tiene vicino, come se le due cose fossero la stessa cosa.

Alder le si avvicina e le sorride.

La bambina alza gli occhi e ricambia il sorriso con tutta la naturalezza di chi non trova strano che un uomo con il cappotto blu entri in un’aula vuota e sorrida come se lo aspettasse, in fondo lui è il maestro e loro si conoscono. 

Lui poggia la mano sul quaderno e lo gira verso di sé.

Un cerchio. Al centro, un piccolo punto.

Nella sua mente qualcosa si muove, non solo un pensiero ma qualcosa di più antico, qualcosa che precede il linguaggio, immagini, ricordi, futuro. Il piccolo punto è un pianeta sfuggito dalla sua orbita. Non perduto, sfuggito, che è diverso, che implica una forza propria, una traiettoria che non è caos ma è diventata incomprensibile dal punto di osservazione sbagliato. Il cerchio è l’eterno divenire, il ritorno che non finisce mai perché non ha mai davvero iniziato. E il pianeta al centro è l’illusione del tempo che si sia fermato mentre lo spazio intorno continua a essere lo stesso spazio, invariato, indifferente, enorme. Il serpente che si morde la coda. 

Non si può fuggire né dal mondo né da se stessi. Non perché sia impossibile ma perché non c’è nessun fuori in cui fuggire. Il fuori e il dentro sono la stessa cosa vista da angolazioni diverse.

— Che bel disegno geometrico — dice Alder, sorridendo di nuovo.

La bambina lo ringrazia con i suoi occhi azzurri. Poi prende il suo giocattolo, lo stringe un momento: è un orsacchiotto. Che si sta spezzando.

Alder si allontana. Lascia la bambina sola — lei si dondola appena, come se il banco fosse un’altalena, come se la gravità avesse deciso di collaborare con lei. Lui esce piano, poi il passo si fa più deciso, poi inizia a correre — non via da qualcosa, verso quella direzione, la direzione unica e molteplice, l’unica che adesso sente come propria.

Pensa alla bocca di Catherine.

Il punto di osservazione cambia.

È Omen a volerlo — o forse è il romanzo stesso che ha bisogno di vedere anche questo, dall’alto, da fuori, da quel posto da cui le cose si vedono nella loro dimensione reale invece che in quella percepita da dentro.

Nell’ufficio di Carnival le notizie arrivano senza sosta.

Lui le legge con la calma di chi ha già smesso di stupirsi — o forse non ha mai iniziato, forse Carnival è fatto di quella materia che non si stupisce ma registra e cataloga, cerca una struttura delle cose. Migliaia di coppie. Ritrovate in tutto il mondo. Senza vita. Mani nelle mani, dita intrecciate con la precisione di qualcuno che ha avuto il tempo di scegliere come stare.

Non morte improvvisa. Morte scelta. O morte accettata. O qualcosa che non ha ancora un nome nel codice penale.

Un esercito, pensa Carnival. Un esercito che ha voluto restare connesso anche dopo l’ultimo respiro — che ha usato la morte non come separazione ma come sigillo, come il punto finale di una frase che non voleva finire ma almeno voleva finire bene.

Il detective al suo fianco sbuffa.

— Tutto il mondo sta fumando — dice.

Non è una metafora. Fuori dall’ufficio Torino fuma davvero. Sigarette sui marciapiedi, i camini, il vapore che sale dalle griglie del metro, il fiato della gente nel freddo di marzo che si dissolve nell’aria come piccole anime provvisorie.

Carnival non risponde. Guarda ancora le notizie. Pensa che forse il detective ha ragione nel senso sbagliato e che il mondo non sta fumando per stanchezza o per vizio, ma perché brucia. Lentamente. Dal centro verso l’esterno. Come bruciano le cose che hanno tenuto troppo a lungo qualcosa dentro senza saperlo lasciare andare.

Dalle notizie arriva un dettaglio che le altre volte non c’era. Alcune delle coppie avevano un orsacchiotto vicino. Non tutte. Ma abbastanza da non essere una coincidenza.

Carnival chiude il portatile.

Guarda il muro davanti a lui come se il muro avesse qualcosa da dire e stesse aspettando solo il momento giusto.

Fuori, Alder corre verso quella direzione.

Dentro, Omen annuisce nell’angolo buio di una stanza che non è quella di Carnival e non è quella di Alder ma è lo spazio tra le due — quello spazio che esiste solo quando qualcuno lo attraversa e smette di esistere quando nessuno lo abita.

Esistiamo anche quando non c’è nessuno che possa vederci?

La domanda è ancora lì. Non ha ancora risposta. 

Continua...

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