La dogana
Mattina di festa.
Volti rilassati e sorridenti, sferzati dall’aria pungente dell’autunno che incombe.
Cielo terzo e sole pallido piantato nel centro del cielo.
Da anni non capitava di passeggiare nel vicoli cittadini, senza essere attanagliato dall’ansia del ritardo.
Non ricordavo che in questa piazza ci fosse una sala giochi.
Credevo le avessero chiuse tutte, anni fa.
“Spariamoci una partita al videogioco del calcio.”
“Non gioco da anni.”
“Dai, è come andare in bicicletta. Vedrai che basta poco.”
“Mmmhhh. Che squadra vuoi prendere?”
“Una vale l’altra.”
“Nel senso che con qualunque squadra perdiamo?”
Risata cavallina che si allarga sotto gli occhiali da sole.
“Come scazzi.”
Scuoto la testa.
“Non potresti toglierti quella felpa in pile? Ci saranno settantacinque gradi all’ombra. Mi fai venire la rosolia solo a vederti.”
Sorriso.
“Inoltre il pile non va più di moda da venticinque anni.”
Sguardo increspato di chi non sembra capire.
“Giochiamo allora?”
“Va bene.”
Moneta.
Inizia la partita.
“Ma che fai?! Non lo vedi che è tua?! Dai, passa, segui, crossa, la beffaaaa, goal!”
Abbraccio.
Silenzio.
Ci alziamo.
Usciamo.
Le prime luci appaiono in lontananza.
Un primo velo di tristezza appanna lo sguardo.
“Ci spariamo un saccottino al cioccolato?”
“Quel forno ha chiuso venti anni fa, lo sai.”
Nuovo silenzio.
La tristezza si allarga sui nostri volti.
” Perché non ti sei fatto vedere per così tanto tempo?”
Ancora silenzio.
“Perché?”
Sorriso amaro.
Il fascio di luce all’orizzonte inizia a farsi più consistente
“Devi andare?”
“Lo sai che non dipende da me”
La luce continua ad avanzare inesorabile.
“Sei stato poco. Troppo poco. Ti prego non te ne andare”
“Devo, lo sai.”
“Non te ne andare.”
“Non me ne sono mai andato.”
“Cosa?”
“Anche se non mi vedi, io sono sempre con te”
Rintocco di campana.
Immagine meno nitida.
Altro rintocco ed un altro ancora.
Il suono della sveglia prende il sopravvento sul silenzio.
Apro gli occhi nell’oscurità.
Sorrido.
Il cane mi viene a leccare il viso, reclamando la ciotola mattutina.
Gli fanno eco a turno i gatti.
Mia moglie mi chiede bofonchiando di potermi alzare.
Guardo la camicia da ufficio già stirata ed il completo pronto per essere indossato.
Sul display riconosco l’icona delle prime e-mail non lette.
La mente vola per l’ ultimo scampolo alle sonnolenti ed inconcludenti mattinate di tanti anni prima.
Sei andato via troppo presto amico mio.
Sei andato via sul più bello.
O forse sei andato via quando il vero bello è terminato .
Forse non volevi vivere il lento ed inesorabile declino.
Forse sei andato via prima che l’iperbole del sogno si appiattisse fino a diventare monotonia uguale a se stessa.
Forse eri un soldatino di latta a tempo.
Forse non eri destinato all’età adulta.
Mi manchi.
Mi manchi da tanto.
Mi manchi da troppo.
Nulla è stato più lo stesso da quando te ne sei andato.
Io non ti ho mai dimenticato.
Un giorno torneremo a giocare insieme.
Fammi finire questa pantomima che è la vita dei grandi.
Tienimi il posto.
Ti voglio bene.
Ovunque tu sia.
Da sempre.
Per sempre.
Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Ciao Gabriele, un racconto che inizia come una fotografia sbiadita e finisce come una ferita aperta, delicata e profonda. Hai catturato qualcosa di raro: il sapore agrodolce della nostalgia, non come un sentimento vago, ma come un luogo preciso, fatto di pile fuori moda, di schermi a tubo catodico e di saccottini che non esistono più. Bravo.
Buonasera Tiziana, ti ringrazio per la lettura attenta e meticolosa. Condivido assolutamente la tua lettura della nostalgia come identificazione della nicchia spazio-temporale in cui il ricordo concreto, radicato dell’epoca in cui è accaduto, può vivere in eterno, replicandosi. Spesso mi domando come sarebbe stato quell’ Amico oggi, ma per me resta sempre quello di allora, con i suoi pile già fuori moda all’epoca ed i saccottini al cioccolato alle cinque di mattina, dopo nottate di bagordi, davanti a quel forno chiuso da almeno venti o forse più anni
Questo amico che svanisce prima ancora dei sogni è un pugno nello stomaco. Va bene, Gabriele, lo ammetto, sei riuscito a farmi scendere la lacrimuccia e il tuo racconto mi ha riportato alla mente una canzone: “Tears in Heaven”. Bravissimo👏👏
Grazie Concetta,
mi onora avere evocato una melodia così dolce ed intensa.
Comunque l’immagine dello svanire prima della fine dei sogni credo si attagli perfettamente al caso in esame.
Se ne è andato prima del salto nell’età adulta, diventando, ad ogni effetto, l’icona del periodo della spensieratezza e delle iperboli.
Difficile commentare questo racconto così intimo, nel vago timore di invadere la privacy di un rapporto di amicizia. Un legame forte e indissolubile che neanche la morte riesce a spezzare. Riesco a dire solo: touché.
Grazie Luisa, oltre che un Amico di primissima fascia era anche una persona estremamente buona, forse addirittura troppo per il mondo che si stava profilando all’epoca del suo decesso, avvenuto ormai ventidue anni fa
Vabbè, qua posso solo dire grazie.
A lui per quello che è stato.
A te per quello che sei.
In bocca al lupo per la presentazione!
Grazie a te Simone per esserci sempre stato. E’ una ferita che non smetterà mai di sanguinare, aggravata dall’assurdità della relativa evoluzione; solo il Sailor poteva uscire di scena in modo così insensatamente maldestro 🙂