LA DOMENICA DEL CORRIERE

Erano i favolosi anni ’60 del secolo breve. L’Italia era invasa dai negri del continente nero alti due metri, e ogni porto era un porto sicuro. Con pinne fucile ed occhiali un giovane Edoardo se ne stava allegramente al mare, proteggendo la sua pelle abbronzatissima sotto i raggi del sole; com’era bello sognare I Watussi, quei grandi figli di…… di negri, che ogni tre passi facevan sei metri e dominavano la classifica dei dischi più venduti. Quel 45 giri girava 45 mila volte nel mangiadischi della mamma in quella domenica torrida d’agosto. Seduto sulla poltrona nuova di due anni, forse tre – ancora con il cellophane originale di fabbrica – mio padre se ne stava beato con la classica postura dello stravaccato con i piedi sul tavolino. Con in mano una copia della Domenica del Corriere, la TV sempre accesa, la mamma indaffarata a preparare il pranzo, a sistemare la casa, a stendere i panni, a lucidare le scarpe n. 46, la domenica passava pigramente in armonia.  

《AMORE! Dove sono le scarpe che sono scalzo?》era mio padre con un tono della voce perentorio ma amorevole allo stesso tempo.

《Arrivano subito caro, perfettamente lucide.》era mia madre, sempre di corsa ora dalla cucina, ora dal ripostiglio, ora dalle camere; il bagno non era ancora riuscita a pulirlo e ciò la rendeva insoddisfatta perché non si sentiva una moglie modello come quella della pubblicità, sempre perfetta con i capelli cotonati, la gonna e i tacchi alti come quel dì di festa prevedeva. 

 A quei tempi i talebani li avevamo in casa, gli americani erano andati via da un po’; erano senza turbante e questo li differenziava dagli afghani che a quei tempi vivevano solo nei lontani altopiani dell’Afghanistan. Il loro comportamento era del tutto normale e quello di mio padre non mi turbava più di tanto. La donna invece doveva essere conturbante, solo per il suo uomo. Il delitto d’onore e il matrimonio riparatore non erano stati ancora aboliti. Forse, con gli occhi di oggi, magari con quelli della mamma, quei comportamenti di allora adesso un po’ mi turbano ma eravamo in un altro millennio.

Ripenso ancora con nostalgia a mio padre e a quella rivista, La Domenica del Corriere che, dopo aver avuto per novanta anni  il vento in poppa non incontrava più il favore degli italiani, la bonaccia nel 1989 la portò al disarmo, parallelamente un’altra bonaccia con la coroncina in testa veniva eletta in Parlamento. Neanche Costanzo, l’ultimo direttore, riuscì a modificare quel destino ormai segnato e La Domenica del Corriere scomparve per sempre dalle edicole.

La Domenica del Corriere mi affascinava per quelle belle copertine a colori che illustravano con enfasi e ricchezza di particolari i fatti salienti di cronaca, accendendo la mia fantasia che correva veloce più di un link sulla fibra ultraveloce oggi. 

La Domenica del Corriere racchiudeva un mondo, quel mondo cantato da Jimmy che non si fermava mai un momento. Ora la Domenica del Corriere è tutto un’altro mondo, e purtroppo anche Fontana è passato all’altro mondo.

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Siamo nell’anno di grazia 2023. Grazia, la mamma, non c’è più. Anche il mondo ha perso la grazia, si è incattivito; come in un romanzo distopico per molti la vita negli anni a venire sarà senza grazia, peggio ancora con dis’grazia. Niente promette bene: guerre lontane e vicine di casa, aumento costante delle disuguaglianze, crisi economiche, pandemie, sconvolgimenti climatici, emigrazioni, perdita dei valori tradizionali, etici, religiosi, precarietà del lavoro sono tutte concause che hanno contribuito a rendere la vita un calvario.

《CHE CAZZO VUOI! Non vedi che sto scaricando un pacco in questo portone?》È Kevin, mio figlio trentacinquenne. 

《Senti ragazzo – oramai resti ragazzo fino agli anta – ti pare il modo di fermarti in mezzo alla strada?》era un automobilista impaziente che lo seguiva ora costretto ad una sosta forzata.

《Ma non vedi le quattro frecce, sono in ritardo sull’algoritmo, devo consegnare ancora cento pacchi. Vuoi che perda tempo a cercare un buco su di un passo carraio?》poi con un gesto in quel momento ingestibile ma eloquente, condito da tre parole e una parolaccia:《Ma vai a ca***e!》

Kevin aveva trovato lavoro in una ditta di spedizioni nazionali e internazionali; trasportava con il furgone pacchi per la Paccorini S.r.l., una Società a responsabilità limitata, limitatissima visti i tempi. 

La città, con le sue vie strette, il traffico infernale, invernale – che è peggio – sotto le feste di Natale, le auto in seconda fila, i monopattinatori elettrici distratti, i ciclisti senza freni che nessun semaforo rosso riusciva bloccarne la fuga, era il suo campo di battaglia dove spesso rimaneva imbottigliato perché il traffico scorreva lento, solo le bestemmie scorrevano veloci. Era un lavoro al massacro e quella era la sua domenica tipo: la domenica del corriere 2.0 che non gli permetteva neanche una Tipo con quello stipendio da 3 soldi, malpagato e non sempre puntuale. Voleva cambiare musica, la musica di Kurt Weill gli ricordava l’opera da 3 soldi, lui che era sempre all’opera non la sopportava, come non sopportava più quella vita.  

Un’altra consegna è andata, vediamo la prossima.  Il tablet segnava la nuova destinazioneScala dei Cappuccini 28, sopra via dei Frati Minori, famiglia Franceschini. Dopo un momento di esitazione ripensando a quell’indirizzo: Ma ci sono già stato due volte questa mattina.  Maledizione! Un’altra volta, proprio ora che sono dall’altra parte della città! Vuoi vedere che prima ha ordinato una penna, poi un portapenne ed adesso la ricarica? Non avrà un cazzo da fare tutto il giorno. Facile la vita così, anche senza Facile.it. In questo modo di tempo ne resta per cliccare sullo smartphone e grattarsi la panza, scrollandosi di dosso la forfora tra una skrollata e l’altra del menù a tendina.

Dopo una rapida e vietatissima inversione a U, Kevin prende la direzione indicata dal navigatore.

Ho un nuovo messaggio, non me ne sono accorto. Era il suo avatar: “Non sei sulla tabella di marcia programmata, vedi di recuperare tempo nelle prossime consegne”.

Lungo il tragitto un altro intoppo, un’auto ferma in strada con la portiera aperta.

《Muoviti a far scender la vecchia, son dieci secondi che aspetto. 》Poi, sgommando a tutto gas, Kevin riprende la folle corsa come un brano di Lucio Battisti, della Formula 3, di Little Tony e per ultimo di Raf: la fantasia oggidì scarseggia.

Il suo furgone bianco è uno dei tanti bolidi che vediamo sfrecciare lungo la tangenziale a 130 all’ora incollati alla macchina davanti come nel film Duel di Spielberg come a dire: 《Scansati lumaca, sono un furgone celere più celere della Celere, sono impegnato in un urgente pronto intervento pacchi H24! E dai! Spostati, che sono grande e grosso come un pacchi-derma, ho la pellaccia dura!》.

Dura la vita del corriere, anche quella domenica era un giorno lavorativo. Kevin come al solito era alla guida del suo furgone bianco. Il traffico stava aumentando e c’erano dei rallentamenti. Dopo una rapida occhiata allo smartphone per vedere le previsioni del tempo Kevin si accorgeva di una notifica: era un messaggio del suo avatar. 

《 Per la seconda settimana consecutiva il tuo report registra un andamento negativo. La direzione ti sta monitorando.》

《Maledetti schiavisti!》la reazione di Kevin dopo aver letto il messaggio《Sono come Kunta Kinte: non konto un kazzo!》

Questa non è vita. Correre, correre, correre tutto il giorno con il tuo avatar alle calcagna che non molla, che non ha pietà, che se ne frega di te, che non ha cuore, che ha solo un algoritmo nel suo chip. Quanto ancora posso resistere a questo ritmo? 

Kevin anche quella mattina era alla guida, i soliti pacchi, i soliti ingorghi, le solite male parole. Vorrebbe affogare nell’alcol i dispiaceri ma per fortuna Kevin è astemio, anche se il nome Kevin, seguito da un punto interrogativo, potrebbe aprirgli tutte le cantine come ad un sommelier di un ristorante stellato per sorseggiare un vino nero d’Avola, o un bianco passito. Con quel nome avrebbe potuto fare l’attore come Costner, ma Kostner gli ricordava più la pattinatrice carina dal nome Carolina. Forse con un po’ di fortuna tutto sarebbe potuto succedere, ma il destino è tiranno, come il suo avatar.

Un’altra settimana era passata. Kevin macinava chilometri e pensieri: Strano, non ho ricevuto ancora il report settimanale, anche il mio avatar è in ritardo quando si accorse dell’arrivo di una e-mail. Aperta con due automatici click ne legge il contenuto: “Con effetto immediato il rapporto di lavoro deve intendersi concluso. Per ogni comunicazione rivolgersi allo Studio Associato Avvocati PAGA e AVRAI del dott. PAGA Giusto e dott.ssa AVRAI Domenica”. 

La vita continua e ricordo anche agli inguaribili ottimisti che al peggio non c’è limite.

Siamo arrivati ad oggi, Kevin è alla ricerca di un nuovo lavoro, possibilmente compatibile con la sua professionalità. 

Ecco il suo annuncio sintetico su di una bacheca virtuale.

Cerco lavoro di ogni tipo, anche massacrante ma comunque all’aria aperta. Esperienza nel campo della logistica e trasporti. Chiamare Kevin 339 36787936.

Il giorno dopo Kevin riceve una telefonata.

《Pronto, ho letto il tuo annuncio, mi serviresti part time come portapacchi sul tetto del mio suv, che ne dici, ci stai?》

《Dipende da quanto è largo il suv.》

Da porta pacchi dentro a un furgone bianco a portapacchi sopra un Suv nero il salto è breve: un salto all’inferno. 

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Discussioni

  1. Ciao Fabius, posso solo replicarmi con i commenti. Sai sempre far riflettere con un sorriso. Mi è molto piaciuta la comparazione tra anni ’60 e 2023, non ho vissuto quegli anni e non conoscevo la domenica del corriere . Per Kevin immagino anche la voce che lo chiama. Una certa donna dai capelli rossi che arriva all’aeroporto e si accorge che non c’è il figlio: Kevin!

    1. Non posso che replicare con i ringraziamenti. 70 librick in un anno esatto mi hanno impegnato a tempo pieno. Spero di avere sempre nuove idee per farti sorridere. Kevin è un nome che dalle mie parti sa molto di osteria: 《Che vin te vol? Un litro de quel bon?》 Per un bambino o un ragazzo non è il massimo.

  2. Questa volta non sono proprio riuscita neanche a sorridere. Hai una capacità naturale di usare le parole nel modo più giusto per fare riflettere chi ti legge con attenzione dietro le righe. L’amarezza e la preoccupazione sono sempre dietro l’angolo. Molto molto bello!

  3. Lo stato di diritto dov’e` finito non si sa. Se molti poveracci, per campare, si sono ridotti – come dice qualcuno in tv – a prendere denaro da Denaro, come e si dispiace che non ci sia piu` Denaro per farli campare. Stiamo freschi piu` di chi sta al ” fresco”, sulla giustizia sociale in un futuro che si prospetta sempre piu` duro e oscuro.
    Perdonami Fabius, ma oggi sono piu` nera del cielo. Il tuo racconto, pero`, lo condivido in pieno.