La donna dalle mani magiche 

Serie: Raccolta di Voci e Volti


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Due altri volti, di passaggio: amanti e distruttori uno dell'altro, riproducono i traumi ancestrali della razza umana. Senza saperlo, senza volerlo.

Una donna mi chiede se parlo la sua lingua.

Lo faccio.

I posti sulla quale sono seduta li hanno riservati, mi dice con un sorriso. Dietro di lei, una bimba che non avrà più di dieci anni mi guarda curiosa, un poco intimorita.

Assolutamente, mi sposto, non mi faccio pregare, e le due si installano accanto al finestrino, con un grosso sacco da montagna e qualche altra borsa.

Pure la bimba ha la sua propria piccola valigia, rosa, che la madre posa accanto alla mia, sul ripiano alto, sopra le nostre teste.

Il resto del vagone è quasi pieno.

Accanto a noi, dall’altra parte del corridoio, siede un ragazzo sulla ventina, con la testa abbassata su uno schermo; probabilmente studiando per la sessione d’esami che si avvicina.

Di fronte a lui, una vecchia donna, dai capelli color argento, ricci, non più lunghi del proprio mento. Ha tra le mani un ampio scialle di lana: il gomitolo riposa nella conca tra le gambe chiuse, i ferretti sbattono l’uno contro l’altro, delicatamente, quasi inudibili sopra il rumore delle rotaie, che nonostante non sia più il regolare tuc-tuc dei treni di una volta, ancora riempie le cabine e le orecchie d’una sorda cacofonia.

La bambina ha gli occhi azzurri, lunghi capelli biondi chiusi in una coda delicata sulla nuca, e tenuti lontani dal volto da due piccole mollette colorate: una verde chiaro, con tanti brillantini trasparenti, e l’altra rosa scuro, una piccola farfalla di legno attaccata sul bordo piatto.

È scalza; le scarpe sul pavimento del vagone sono solo un po’ sporche sui lati, fango probabilmente, ed i suoi piedini coperti da spesse calze di cotone colorato, sono piegati sotto le gambe, facendo di lei una piccola seguace di Buddha.

Ha due grandi denti bianchi che le spuntano dalle labbra fini, e le guance paffutelle le rendono il volto rotondo e morbido. Mi ricordano una pesca.

Ha lo sguardo perso nell’osservare il mondo scorrere al di là del vetro: le immagini si riflettono nelle sue iridi, dietro ad altri mille e più pensieri, che mi sembra quasi di poter indovinare.

Io, che con la stessa aria da sognatrice ed avventuriera, nella stessa pelle, appoggiavo spesso la testa al lato del finestrino dell’automobile, mia madre al volante, e immaginavo uomini e creature di ogni genere saltare e correre da un tetto all’altro, scivolare sui fili dell’alta tensione e poi planare tra i rami dei pini.

La madre ha gli stessi capelli biondi, ma più lunghi, quasi fino alle natiche, sciolti. Veste con materiale semplice: un pullover nero, di lana, dal taglio largo, su un paio di jeans blu scuro, stretti sulle cosce. Ha le mani grosse, forti, muscolose, e due anelli d’argento, spessi, che le abbracciano l’indice ed il pollice. Nessuna perla, nessun diamante su queste opere d’oreficeria. Stivali scuri, di pelle, una borsa monospalla dello stesso materiale e colore.

Non la posso vedere da dove sono seduta ma ricordo, e posso immaginare, che abbia anche lei due grandi occhi azzurri.

Mette le mani nella sacca che ha posato ai propri piedi, e ne toglie una grande busta semi-trasparente, unta di olio, che contiene del cibo.

Gli occhi della bambina si muovono velocemente, allontanandosi dal finestrino, per fissarsi sui dolci appena messi sul tavolino che separa le due sedute.

Sfoglie con crema pasticciera, al pistacchio, ricoperte di frutta o di zucchero al velo.

Ne prende avidamente una: un cannoncino alla crema, il sorriso furbo ed appagato d’un’anima in pace, senza altri problemi o pensieri che la realtà che si ritrova tra le mani.

Sento la madre ridere, nel guardarla, per poi tendere a propria volta le mani, riportandosi alla bocca un bombolone ripieno di pistacchio.

Le due mangiano.

Condividono questo piacere, forse raro, forse no, ma mi fanno realizzare di non avere un ricordo recente di mia madre e me, sole, con dei pasticcini tra le mani e gli occhi che brillano di soddisfazione.

Forse è anche un po’ colpa mia.

Si leccano le dita, complici d’un segreto che resterà loro, e che nessun altro potrà mai rubare.

Poi la bimba chiede di poter giocare a carte.

La madre riprende la borsa in pelle, e ne esce un mazzo di carte da gioco colorate, tenute insieme da un elastico per capelli viola.

Le mischia con i polsi appoggiati sul bordo del tavolino. La bimba osserva le dita muoversi veloci, i movimenti perfetti e calcolati, ed ascolta il fruscio secco delle carte che scivolano l’una sull’altra.

In quel momento, per lei, non esiste persona più bella e capace di sua madre. Quella magia, che sta facendo accadere tra le proprie mani, non è possibile a nessun altro.

E nessuna promessa può eguagliare l’amore che scoppia nel cuore e nell’animo di quella bimba.

Conosco quell’ammirazione.

Mio padre aveva buone, molto buone, cattive, o pessime giornate.

Nelle pessime, noi non sembravamo esistere, e se ci trovavamo nel posto sbagliato al momento sbagliato, non ricevevamo altro che grugniti, come se fossimo dei cani. Alle volte se ne andava di casa, dopo una litigata: i pesanti scarponi scendevano le scale ed il motore della macchina s’accendeva. Non chiedevamo mais se sarebbe tornato, o se quella era la volta in cui non l’avrebbe fatto.

Io speravo sempre che tornasse; che la mattina dopo, a pranzo, o a cena, rientrata da scuola, l’avrei ritrovato seduto al tavolo di legno della cucina, a leggere il giornale.

Avevamo, sia io che mio fratello, un rispetto per mio padre che sfiorava quello del suddito verso il proprio sovrano.

Stavamo in silenzio quando lui lo era, non volendo disturbare qualunque pensiero si stesse facendo strada nella sua mente, e per timore d’incappare in uno dei suoi sfoghi improvvisi, tentavamo di muoverci, respirare, esistere nel modo più sfuggente, meno vistoso, possibile.

Le belle giornate sembravano però fatte apposta per cancellare dalla nostra mente mesi e mesi della sua inconsistente presenza.

Ed erano quei giorni, a renderlo, ai nostri occhi, un essere divino: vedevamo le sue mani grosse, muscolose, piene delle cicatrici e dei segni d’una vita passata tra tronchi, motori e fornelli, muoversi come quelle d’un pianista. Mischiava le carte come se non esistesse cosa più semplice, ed i nostri occhi si facevano allora grandi d’invidia e d’ammirazione.

«Mio padre sa mischiare le carte come nessun’altro», pensavamo, gonfiando il petto; ogni volta che non ci salutava davanti ai clienti, o che ci interrompeva mentre raccontavamo la nostra giornata da scolaretti, nella mia mente rivivevo quelle ore di gioco, e tentavo di calmare il battito triste ed arrabbiato del mio cuore.

Chissà quanti addii e quanti «buonanotte» silenziosi, immaginari, non ricambiati, aveva già vissuto quella bambina. Eppure, ora, il potere delle mani di sua madre li cancellava come un panno bagnato su una lavagna.

La fierezza d’essere figlia d’una tale maga, d’una dea, giustifica ogni fallimento, ogni dolore.

Mi sistemo con le gambe accavallate sul sedile e distolgo gli occhi dalle due, che iniziano ora la partita.

La lascio sognare ancora per un po’, quella bimba, anche se una parte di me piange al pensiero del giorno in cui si sveglierà, e si renderà conto che non v’è alcuna aura di luce mistica attorno alla donna che le siede di fronte. Nessuna forza sovrumana, intelligenza superiore.

Solo carne, e dolore, e sbagli.

Quanti sbagli.

Serie: Raccolta di Voci e Volti


Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Sono riuscita a vederti, seduta su quel treno, mentre osservi le due perle che poi prenderanno vita fra le parole di un racconto. Magari in quel momento avrai annotato le tue prime impressioni su un taccuino o una piccola agenda. Avrai forse appuntato le frasi che successivamente avresti articolato in periodi. Sai, si sente sempre tanta verità nei tuoi racconto e vita vera come se tu stessa fossi tutte le emozioni che riesci a trasmettere. Mi colpisce, ancora una volta, che tuo fratello entri prepotentemente nei tuoi scritti. Questa cosa ci accomuna. Sei sempre bravissima. Un abbraccio

    1. Ciao Cristiana,
      mi scuso per l’assenza e la lenta risposta.
      Ti ringrazio sempre tantissimo per la sensibilità ed attenzione con cui leggi i miei testi, ed hai ragione nel pensarmi con un taccuino in mano mentre le guardo giocare.
      Hai anche ragione quando dici che mio fratello è presente nei miei racconti: non potrei dimenticarlo dopo che abbiamo condiviso tanto.

      Grazie