
La fiaba della scrittrice senza mano
La fiaba della scrittrice senza mano
C’era una volta una fanciulla che se ne stava in casa. Non per noia o crudeli motivi bensì per incapacità di smettere… La mano si muoveva ed i racconti ella stendeva, incapace di smettere quanto della soglia di casa varcare.
Un passerotto cinghettava dinanzi la finestra, un gattino miagola.
Tutto era ispirazione poiché benzina che le muoveva il palmo e di getto racconti rigurgitava.
Il paesino dove la dimora giaceva era sulle colline verdi, fiori colorati e farfalle attiravano i sorrisi dei pargoli e la felicità inebriava tutti. Tranquillità seppur lontani dalle grandi metropoli. Luogo adatto per sfiancare la mano nello stendere racconti ma sangue non usciva da ella bensì inchiostro, non erano lesioni fisiche ma del pensiero. Sforzo continuo, cervello che sanguina lettere, parole, frasi, pagine e volumi. Meccanismo ossessivo, incapacità di fermarsi. La vita scorreva oltre le mura sporche d’intonaco della sua dimora. I vecchietti al bar giocavano a briscola ed i più anziani farneticavano avvicinandosi alla demenza, deliri un po’ macabri con un velo d’ironia.
– Vai sempre in chiesa sennò potresti diventare il Miscredente Blasfemo!
Figura mitologica cittadina di un uomo che allontanandosi da Dio era stato maledetto a vagare per le fogne cittadine, il tutto era iniziato con il ricovero in manicomio di Thomas, il più anziano del paese. Era convinto di aver visto una creatura uscire dalle fogne e marchiare il territorio pisciando acqua santa.
La ragazza evitò sempre di includere questi dettagli dei propri racconti, troppo assurdi, talmente assurdi da poter sembrare la realtà. Da casa sua si scorgeva bene il manicomio. Velo di tristezza, una lacrima le rigava il viso e cadeva sui fogli accanto la mano incapace di fermarsi dallo scrivere.
Poi un giorno ella si fermò. La mano smise di ricevere storie dal cervello. Ah, il cervello umano, complesso quanto curioso. Quando al padre della ragazza dovettero amputare il braccio a seguito di un infortunio, successe qualcosa di interessante. Il cervello per un po’ continuò a percepire come se avesse ancora il braccio.
Così fu per la mano di ella. Il cervello aveva smesso di elaborare storie ma ella non cessò di muoversi.
La scrittura fu la benzina in passato come ora fu l’infortunio ed il miraggio dell’arto tranciato. Come un criceto dinanzi una ruota. La mano continuò nonostante non avesse più nulla da raccontare. Terminato un racconto lo lesse…
– Questa è la storia migliore, – sospirò – nulla di ciò che bagnerà la mia mente potrà mai essere più bello per me!
Accarezzò il grembo. Madre che sorride con grazia dinanzi la prole, nutrito con il suo latte e partorito con sudore. Era finita.
Così la mano uscì solo psicologicamente dal loop della scrittura. Smise di muoversi e la ragazza uscì di casa. Ma più viaggiava in cerca di qualcosa che le desse nuovamente l’ispirazione, più finiva nuovamente alla scrivania troppo estasiata dal suo ultimo racconto per continuare. Tornava sempre là, in quella bianca stanza con i lettini di ospedale.
Un criceto costretto a correre nella ruota fino all’ultimo respiro. Aveva iniziato dopo il ricovero del padre nell’ospedale psichiatrico a stendere ed ora avrebbe voluto continuare con tutta se stessa. Bocca serrata ed il dottore che le poneva domande. Lei apriva le palpebre e gli mostrava le narrazioni della vita dei pazienti.
Osservate come se fosse al di fuori, abitazione da cui poteva scorgere l’ospedale. Ella narrava di se stessa in attesa di potersi esprimere. Fantasma di sé stessa. Sorridendo all’ultimo testo uscì dalla stanza bianca e dall’edificio. Ah, futile speranza ch’ella teneva nel petto di poter essere realmente libera. Eppure come già detto, la mano continuò a scrivere ed ella a tornare tra le mura dell’ospedale.
Giorni, mesi o anni, tornava sempre tra quelle mura a provare a scrivere. Piangeva e soffriva per la mancanza dell’ossessione.
Come se l’unica parte viva e reale fosse la mano, fulcro della sua caratterizzazione.
C’era una volta una mano che narrava storie, biografie di pazienti in un ospedale psichiatrico. Mano che muoveva l’intero corpo come se non vi fosse altro se non quella parte. Il padre la osservava e nulla poté mai fare. L’incidente aveva portato via a lui l’arto destro ma alla figlia molto di più. Bara con una piccola mano dentro, l’unica parte ritrovata, l’unica che lui poteva immaginare.
Fine.
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“ma sangue non usciva da ella bensì inchiostro, non erano lesioni fisiche ma del pensiero.”
Questo passaggio mi è piaciuto 👏
Grazie 😊