
LA FOLLIA
Serie: UNA SERATA DI PURA FOLLIA
- Episodio 1: UNA SERATA DI PURA FOLLIA
- Episodio 2: LA FOLLIA
- Episodio 3: La fine
STAGIONE 1
Erano annoiati e curiosi di capire dove la signora di prima aveva parcheggiato la sua macchina guasta ma dopo aver fatto due volte avanti e indietro per la solita strada, tra platani infreddoliti e campi incolti non trovarono nulla. Tornarono pura curiosità davanti al palazzo dove avevano lasciato la donna, era illuminato dalla luna opaca e dalla nebbia scorgeva una luce accesa al secondo piano.
Seduti in macchina, guardarono quella finestra dove ogni tanto un ombra passava avanti e indietro.
«Forse la donna di prima abita al secondo piano.» Disse Valter con una sigaretta in bocca che poi decise di accendersi.
Un urlo, quando si accorsero che la donna senza orecchio era vicina al finestrino che guardava dentro la macchina. Aveva gli occhi spalancati e lo sguardo gelido.
«Salite pure. Volete venire alla festa?» disse la donna.
«No no. Grazie signora andiamo a letto.» Rispose Valter con voce tremante mentre gli altri concordavano con lui, paonazzi e limitandosi a muovere il capo.
«Dai ragazzi, festeggiamo il compleanno insieme. Solo un drink poi decidete se rimanere» Rispose la donna sorridendo. I ragazzi si scambiarono uno sguardo complice e cambiarono idea, accettarono malgrado fossero spaventati ma curiosi di sapere cosa ci fosse in quella casa.
Passarono il cancello pedonale, un prato incolto e maltenuto che dava l’impressione fosse abbandonato. Nell’androne le scale in pietra bianca erano fredde e il secondo piano sembrava non arrivare mai. Lei aprì una porta blindata, sul campanello c’era scritto a pennarello nero “Fata”. Era troppo forte l’odore di marijuana mischiato all’incenso che veniva da dentro.
La donna accese la luce, erano in una sala dalle pareti bianche e spoglie. Al centro della stanza c’era una televisione spenta appoggiata sopra un vecchio mobile in legno. Un quadretto appeso al muro, attirò l’attenzione di Valter che guardava la foto, forse scattata durante una cerimonia dove la donna senza orecchio sorrideva ad un uomo, alto, moro e ben vestito. Erano abbracciati.
Il posacenere pieno di mozziconi era appoggiato per terra vicino al tappeto e davanti a loro c’erano due porte. Da quella socchiusa scorgeva una camera da letto e una soffusa luce rossa.
«Ragazzi accomodatevi.» La donna invitò i ragazzi ad entrare in camera da letto limitandosi ad agitare un braccio.
Quello che ci trovarono dentro, però, non se lo dimenticheranno mai più. Sorridendo, lei indicò qualcosa vicino alla finestra e soddisfatta del suo lavoro guardò i ragazzi.
Un materasso appoggiato al muro, scatoloni buttati a caso uno sopra l’altro, un forte odore di chiuso e un uomo in abito celeste, morto, appeso al muro come un trofeo. Quell’uomo era lo stesso della fotografia ed era vestito allo stesso modo. Aveva gli occhi chiusi e la pelle del viso bianchissima.
I ragazzi urlarono dalla paura. La risata stridula della donna rimbombava nella stanza.
«Rimanete qui!» Ordinò ai ragazzi. Non fece in tempo a chiudere la porta perché loro erano già fuggiti di corsa fino alla macchina.
Monete, spiccioli, accendino, gettone? Niente! Non trovarono niente! Armando nemmeno le chiavi della panda che probabilmente aveva perso nella fuga. Abbandonarono la macchina e scapparono in direzione della città.
Durante la corsa a perdifiato per strada non c’era nessuno. Era mercoledì, era freddo e c’era la nebbia sempre più fitta. Non gridarono aiuto, non ebbero le forze. Alla prima cabina telefonica si accorsero che qualcuno aveva tagliato il cavo della cornetta.
«Cazzo!» Esclamò Valter con il poco fiato nei polmoni mentre i suoi amici tremavano vicino a lui.
Intorno a loro non c’era nessuno se non i muri pitturati a bomboletta di palazzi cittadini risucchiati dalla nebbia sempre più fitta. Faceva freddo. Un orologio pubblico segnava le undici e tre gradi di temperatura.
Non conoscevano bene la città, loro ci erano sempre andati poco. Erano cresciuti in paese, il bar, l’oratorio, le vigne, i campi e non si volevano assolutamente allontanare dai suoni della campagna e al profumo che regalava. Erano rare le occasioni in cui si addentravano tra quei palazzoni alti, grigi e tristi e quella sera di mercoledì, avevano creduto che quelle fossero le ultime ore della loro vita.
Iniziò a piovigginare, camminavano a passo svelto sul marciapiede che circondava palazzi silenziosi. Attorno a loro c’erano macchine parcheggiate un po’ a caso che spuntavano dalla nebbia. Nessuno che passava per caso.
Stanchi di correre si fermarono davanti un bar chiuso. Il palazzo sembrava lontano, ma in realtà era solo un isolato più indietro. Erano terrorizzati. Armando si agitava guardandosi continuamente le spalle, Ferruccio tremava in silenzio, si affidarono a Valter che nonostante fosse impaurito sembrava gestire il problema con più saggezza. Si accese una sigaretta e dopo il primo tiro Valter propose di tornare a casa a piedi.
«Sono dieci chilometri» disse Ferruccio contrariato all’idea. Guardarono Armando che in disparte tremava, bagnato dalla fredda pioggia di novembre che cadeva sempre più fitta.
Il sorriso sulla bocca di Valter diventò una forte risata. I suoi amici lo guardavano mentre con il braccio indicava qualcosa in fondo alla strada, e dalla nebbia spuntò una cabina telefonica.
Una voce delicata di una donna che sembrava piuttosto giovane aveva interrotto gli squilli tetri e anonimi del telefono.
«Centrale operativa della questura.» Era la voce di una poliziotta. Lei capì subito che non si trattava di uno scherzo.
I tre ragazzi sembravano più calmi o forse non avevano ancora realizzato che quella sera non se la sarebbero mai più dimenticata per tutta la vita.
Tornarono indietro sotto la pioggia, a passo lento come se volessero che il tempo si fermasse o almeno passasse più lentamente. Impossibile. Loro avrebbero dovuti fare i conti con quell’uomo morto dentro la stanza da letto.
I marciapiedi e i palazzi tristi sembravano cambiare aspetto. Tutto quello che fino a poco prima sembrava pericoloso, in quel momento sembrava schiarire la piovosa e fredda notte di novembre. Era solo apparenza.
Pochi altri passi. La strada, i cespugli stecchiti, la luna coperta dalla nebbia fitta che sembrava spostarsi solo per dare spazio al blu delle luci della polizia.
La donna senza orecchio urlava mentre saliva nell’ auto pattuglia e guardava in direzione di Valter, con lo sguardo gelido minacciava che prima o poi gliel’avrebbe fatta pagare. Lui ignorò il pericolo e si risollevò quando vide che la macchina era stata inghiottita dalla nebbia. Forse quel brutto incubo avrebbe fatto la stessa fine?
Le chiavi della panda di Armando erano cadute sul marciapiede, il portafogli era a terra qualche metro più indietro oltre il cancello. Alzò lo sguardo e vide alla finestra del primo piano una donna che faceva capolino dalla tenda e guardava immobile la strada. Era grassa, tra le sue grasse guance aveva una bocca piccola e stretta, in testa aveva dei vistosi bigodini. Una sigaretta illuminava poco a poco il suo viso fino a che i suoi occhi neri sparirono dietro la tenda.
Nel vialetto, i ragazzi vennero interrogati da un poliziotto che stringeva nelle sue grandi mani un taccuino dove annotava i particolari della vicenda. Era più alto di loro e molto magro, dal viso scavato e dal cappello uscivano dei capelli biondi.
«Venite in questura domattina.» Poi salì sulla macchina e si allontanò tra la nebbia e la pioggia di quella fredda e maledetta sera di novembre.
Il rombo del motore riecheggiava nel silenzio della notte lungo la strada alberata. A nessuno dei tre gli sembrò vero quello che era successo, incredibilmente vivi e sani, ma sul momento incantati dalla nebbia che avevano sempre maledetto. Nessuno accusò sintomi di stanchezza. Erano impietriti e non vedevano l’ora di tornare a casa.
Armando accese l’autoradio, ancora una volta la stessa canzone. Valter tolse la cassetta e la lanciò fuori dal finestrino mentre erano fermi al semaforo. Di fianco a loro c’era una vecchia bottega chiusa da molti anni. Da quello che c’era scritto sulla vecchia insegna, un tempo era un negozio di alimentari e sulla saracinesca abbassata c’erano degli strani simboli disegnati in nero. Dal fuori dava l’impressione di essere un piccolo negozio e c’erano tre posti auto. Davanti alla saracinesca abbassata, c’era una macchina abbandonata, nera e con i vetri appannati.
«Poco più avanti abbiamo fatto salire quella pazza.» Disse Ferruccio.
Valter si accese una sigaretta e mentre soffiò il fumo fuori si accorse che un uomo grasso, tozzo, con un cappellino rosso guardava verso la macchina ferma. Fecero finta di nulla e quando venne il verde ripartirono in direzione nord.
Serie: UNA SERATA DI PURA FOLLIA
- Episodio 1: UNA SERATA DI PURA FOLLIA
- Episodio 2: LA FOLLIA
- Episodio 3: La fine
Oltre all’atmosfera di provincia, questo racconto è intriso anche di una piacevole atmosfera vintage. Gli horror classici hanno sempre il loro perchè.