La geometria dei vicoli

Serie: Il Grimorio della Bestia: Codice Partenope


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Mentre combatte contro i sintomi di una mutazione imminente a Palazzo Giusso, Tommaso scopre con terrore che Ginevra sta traducendo lo stesso testo esoterico che lo ha condannato. Per proteggerla dal pericolo e nascondere la sua natura mostruosa, il ragazzo decide di lavorare al testo da solo.

Le undici di sera nel centro storico di Napoli hanno un ritmo tutto loro. I vicoli si stringono come arterie occluse da motorini sfreccianti, tavolini improvvisati e l’eco dei passi sul basolato umido. Ma per me, la città a quest’ora si riduce a un reticolo di vettori energetici. E al centro di questo reticolo c’è lei.

Ginevra camminava a passo svelto, la tracolla di cuoio che le sbatteva contro il fianco. Teneva lo smartphone sollevato davanti a sé, non per farsi un selfie, ma per controllare un’applicazione di mappatura satellitare. Io la seguivo a quaranta metri di distanza, confondendomi tra le ombre dei portoni di via dei Tribunali, con il cappuccio della felpa tirato su e il respiro corto.

Il mio polso segnava novantotto battiti. La vicinanza di Ginevra continuava a fare il suo dovere, tenendo a bada l’argento biologico che premeva contro le mie articolazioni, ma la tensione mentale stava consumando le mie ultime riserve di energia.

A un certo punto, lei si fermò bruscamente all’imbocco di un vicoletto cieco, poco illuminato, che profumava di tufo bagnato e spazzatura. Guardò lo schermo, poi un taccuino che teneva nell’altra mano, e scattò una foto alla parete di un palazzo nobiliare decaduto.

Sapevo esattamente cosa stesse facendo. E la cosa mi faceva raggelare il sangue.

Quando Ginevra si mosse verso la tappa successiva, mi infilai nel vicolo e mi avvicinai al punto che aveva fotografato. Sul muro, quasi invisibile sotto strati di graffiti moderni, c’era una macchia scura, assorbita dalla pietra porosa. Sangue. Era lì che tre giorni fa avevano ritrovato il corpo di uno studente di Giurisprudenza, orribilmente dilaniato da ferite profonde, disposte sul torace come squarci paralleli. I giornali avevano parlato di un attacco di cani randagi o di un serial killer sadico.

Tirai fuori dalla tasca la mia mappa della città, quella su cui avevo registrato ogni singolo spostamento di Ginevra nelle ultime due settimane, e ci sovrapposi i dati degli ultimi quattro omicidi rituali di cui aveva parlato il telegiornale.

Fu in quel momento che la mia mente da accademico, abituata a trovare strutture logiche nei testi più oscuri, tesse i fili della verità.

I delitti non erano casuali. Via San Biagio dei Librai, Vico San Domenico, Via Sapienza e ora questo vicolo. Collegai i punti con una penna rossa. La figura che ne derivò non era una linea spezzata, ma un arco perfetto che ricalcava la costellazione del Lupo nell’esatto momento del solstizio d’inverno. Chiunque stesse compiendo quegli omicidi non stava solo spargendo sangue: stava tracciando una griglia magica sulla carne di Napoli. Una geometria di sangue per ancorare un potere immenso e violento al territorio.

Non erano randagi. Era il Branco dei Vicoli. Licantropi puristi, bestie che avevano rinnegato ogni parvenza di umanità per vivere secondo le leggi ancestrali della carne e della luna, cacciando nei sotterranei e nei segmenti più oscuri della città.

Alzai lo sguardo dalla mappa, con il cuore che ricominciava a pompare all’impazzata per il panico. Ginevra non stava solo raccogliendo dati per la sua tesi sui culti esoterici. Con la sua precisione inconscia, stava seguendo le briciole di pane lasciate dai predatori. Stava camminando dritta nella loro tana, credendo che fossero solo vecchie storie stampate su carta ingiallita.

La vidi in lontananza svoltare verso Spaccanapoli. Mancava poco meno di un’ora alla mezzanotte. Il vento che saliva dal porto aveva un odore nuovo, pesante, metallico, che non apparteneva a Ginevra.

Era l’odore del branco. E le loro tracce fresche stavano incrociando i passi della ragazza che mi teneva in vita.

Continua...

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