La giungla

Pasquetta.

Quel giorno dedicato alle prime gite fuori porta in cui nove volte su dieci pioveva a dirotto.

Anche quell’anno, in cui la festività cadeva tardi, il meteo non prometteva nulla di buono.

E dunque fui obbligato, dopo aver tagliato largo fantasticando di una giornata intera al mare a confondermi coi primi turisti in mezze maniche e a guardare qualche bella straniera, a cucire molto stretto.

Niente mare, avrei dormito fino a tardi e poi avrei seguito l’evoluzione delle previsioni sulla mia applicazione di fiducia, sul divano davanti a un film e cercando di recuperare energie dopo il pranzo luculliano del giorno precedente che mi aveva lasciato pingue e con un fegato da ricucire.

Avevo sentito tante, troppe stupidaggini.

Il vino allentava le inibizioni, e i vecchi si sentivano come in dovere di pontificare su questo e su quell’altro.

Come ogni volta, mi ripromisi che la Pasqua successiva me ne sarei andato via una settimana, e tanti saluti a quelle lingue lunghe e biforcute.

Contrariamente a ciò che ci si aspettava, alle dieci smise di piovere e alle undici e mezza il cielo si aprì, regalandomi un bel sole e qualche ora on the road nella mia provincia.

E allora la mia curiosità spalleggiata dal poco tempo a disposizione ebbe la meglio, e decisi di tornare là.

Presi la macchina e imboccai la statale che percorsi per una trentina di minuti, poi svoltai a sinistra zigzagando nella boscaglia fitta della collina.

Dopo qualche chilometro affrontai quel tornante ripidissimo che ai tempi mi aveva dato il suo bel da fare.

Da neopatentata la gente ne combina una più del diavolo.

E più di una volta mentre mettevo la seconda e davo gas mollando la frizione mi ero trovato davanti un’auto che si era piantata, proprio lì in mezzo, nel punto più pericoloso.

Da una parte questa cosa mi dava sollievo perché dimostrava che c’era in giro gente ben più maldestra di me, ma dall’altra erano sempre sudorazioni fredde: chi è che aveva voglia di compilare una constatazione che alle undici e mezza di sera e con un bel po’ di alcool in circolo, sarebbe stata tutto meno che amichevole?

Il motore, dopo aver rantolato a dovere, si acquietò.

Fermai la macchina in una spianata a bordo strada e rimasi in piedi, mani in tasca, come inebetito e stupefatto davanti a un panorama di cui finalmente potevo sondare la profondità.

Mi si era sempre presentato come un mare nero puntellato di lucciole e di galassie lontane.

La luce del giorno lo aveva svuotato e reso nudo.

Quella luce che lasciava spazio a ben altri eroi, svelando le tue fatuità.

E in mezzo a quell’oceano asciutto potevo scorgere i castelli in cima alle rupi, come barche alla deriva ed isole lasciate sole.

Da lontano potevo distinguere la città, e la pianura che si perdeva all’orizzonte.

I calabroni mi passavano davanti al naso come aeroplani, indaffaratissimi a cercare un posto dove nidificare.

Il loro ronzio minaccioso aveva sempre un non so che di disturbante, per me.

Erano come corpi celesti dalle traiettorie imprevedibili, pronti a colpire in un attimo.

Dopo una breve camminata adocchiai l’insegna, sbriciolata e corrosa dagli anni e dalle intemperie.

Infranta come tanti buoni propositi dei nostri anni più impetuosi, emozionali e acerbi.

Dovetti farmi largo tra le sterpaglie stando attento a non inciampare nei tronchi di pino caduti a terra.

Una giungla che murava il mio passo, un varco temporale che pareva volermi mettere in guardia.

Rimani dove sei e non ti avvicinare oltre.

Ma io superai le vecchie transenne di metallo arrugginito e ripresi fiato.

Entrai dopo aver esitato per un momento.

La natura si era ripresa tutto ciò che la nostra impertinenza giovanile le aveva sottratto.

Il terrazzo era franato.

I teloni, le coperture di legno…non esisteva più nulla.

Soltanto alcune travi che pendevano pericolosamente dai soffitti divelti.

La vasca era diventata una cisterna di acqua piovana verde scura e torbida, ammantata di foglie secche dell’autunno prima, oramai quasi decomposte.

E ad un tratto mi sembrò di udire la voce di lei, con l’eco delle mie scemenze che si dissolveva in mezzo alla musica.

Lei che adesso era a Parigi, ed io ancora qui alle prese con un cassetto di ricordi che non volevo smettere di aprire e chiudere, prigioniero di un loop.

Ero dentro a un fotogramma.

E sapevo che la giungla reale era là fuori.

Non ero riuscito a farmi largo come avrei voluto, per farla mia.

Mi era sgusciata via saltando da una liana all’altra.

Ed io sempre troppo lento, sempre in dannato ritardo.

Adesso ero di nuovo qui, con la barba bianca, le rughe e il fiatone.

Un rettile all’improvviso mi strisciò proprio davanti ai piedi.

Mi fece sobbalzare, e il cassetto dei ricordi si chiuse nuovamente.

Provai a seguire quella biscia tarchiata e grigiastra con lo sguardo, fino a quando non scomparì di nuovo in mezzo alle felci e all’erba alta.

Era questa, la vita.

E noi dovevamo essere più veloci di lei per non farci mordere, e sopraffare.

Poi mi abbandonai e sentii ancora il vociare di quelle teste sconnesse.

I nostri gusci vuoti, ingenui ed illusi, stavano brillando di nuovo nella notte.

Lasciatemi qui, a guardarli.

Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

    1. Cristiana grazie. E’ ispirato a un’esperienza che ho realmente vissuto. Tornare in luoghi in qualche modo a noi cari (in questo caso un locale estivo all’aperto) e scoprire che ne sono rimaste le vestigia e poco altro ci ricorda come tutto in questo mondo sia di passaggio. Lo sai anche quando di anni ne hai 20 ma non ci pensi, mentendo a te stesso. E lo fai per la grande energia che hai in circolo, ma anche per paura del futuro. Poi ci sarebbe anche il discorso della percezione del tempo che passa che è sempre distorta, come una sorta di fisarmonica. Si schiaccia e si dilata a seconda di tanti fattori. Questo resta un grande mistero che merita di essere approfondito in un altro racconto, che magari più avanti scriverò.