La leggenda di Sant’Autilio
La sera stava scendendo con dolcezza, in quel giorno settembrino, era l’ora del Vespro, due ore di canti e di preghiere e poi il frugale pasto, una ciotola di olive nere, pane grezzo e formaggio cagliato, qualche ora di riposo e poi ancora la veglia notturna ed i canti di fronte all’altare maggiore.
Alla luce dei grossi candelabri avrebbero cantato il “Dominum” il “Nosci te ipsum, ignorantum” il “Magnificat” e “Strangers in the night”.
Autilio si stava fissando le mani, in silenzio, un silenzio ormai a lui solito, che durava da anni, da dodici anni, otto mesi, nove giorni e quattordici ore, tanto era il tempo da lui trascorso tra le mura di quella Certosa. Non che il tempo gli pesasse, come farebbe supporre una cognizione così precisa di quello trascorso, ma era per lui naturale computare il tutto con diligenza, e la ragione, l’intelligenza di cui era grandemente dotato e che spesso alla mensa quotidiana faceva sgranare gli occhi per l’ammirazione ai suoi confratelli tanto da fargli meritare l’appellativo di “Genio”; la ragione, dicevo, non cozzava affatto con la fede, altra qualità di cui era dotato in abbondanza.
Si rimirava le mani, quasi diafane e dalla pelle sottilissima e pensava: “… le mani, la fede, l’intelligenza, il nostro messaggio di fede al mondo, e come, se siamo chiusi qua dentro? E quando, e con che mezzo che attiri l’attenzione e rinnovi e riscaldi la fede nei cuori inariditi dei villici del circondario?”
Quasi in trance passò nello stretto cortiletto e prese in mano il ciottolo, come era solito fare nelle lunghe ore di meditazione e cominciò a passarlo lentamente sul dorso delle mani, e sul palmo, al centro. Era ormai come una droga per lui, lo faceva con metodo e scrupolo e, anche se si vergognava, con piacere, nessuno dei suoi confratelli lo sapeva anche se era conscio che non avrebbero disapprovato una simile innocente abitudine, ma lui sentiva una qual vergogna per il ritmico strofinare dei ciottoli di pomice sul dorso e sul palmo delle sue mani. Sentiva che era come un sostituire i sigari spagnoli, che prima di entrare alla Certosa era uso fumare con voluttà, od il buon bicchiere di vino di Porto, che lo rallegrava nelle serate passate coi compagni di stravizi. Ora gli erano rimasti i ciottoli che da dodici anni, otto mesi, nove giorni e quindici ore andava stropicciando sulle mani. La pelle era sempre più diafana e le vene pulsavano regolarmente.
A volte, preso dai suoi pensieri, andava meditando per ore mentre ripeteva, senza accorgersene, il ritmico massaggio circolare della pietra. Solo il dolore riusciva a farlo smettere, ma ormai il dolore arrivava sempre più tardi, si era, come dire, desensibilizzato.
Il fiotto di sangue fu all’inizio tenue, poi, quasi si fosse trovato un percorso agevole, violento, quasi inarrestabile, iniziò alla mano destra, e mentre Autilio si guardava stupito pensando al da farsi, continuava meccanicamente a massaggiarsi la mano sinistra, ormai coperta del sangue dell’altra, ed ecco… un nuovo tepore alla sinistra, il sangue sgorgava da ambedue i palmi, dal centro di questi.
Si alzò, non allarmato ma seccato per dover disturbare i confratelli quando ebbe come una folgorazione. Si inginocchiò, sul suo stesso sangue, che aveva formato una pozzanghera e ringraziò l’Altissimo, aveva le stimmate! Cioè, sapeva di non averle affatto, ma ciò era quello che sembravano le sue ferite, chi avrebbe potuto dire altrimenti? È da ognun risaputo che i Certosini non hanno armi e che persino il pane viene strappato in pezzi, senza uso di lame, e come sola posata un cucchiaio di legno, come avrebbe potuto procurarsi le sue ferite? Ecco ciò che avrebbe ridato vigore alla fede dei villani della zona ed ai cittadini dei borghi circostanti, e forse lo avrebbe reso noto ancora più in là, oltre le marche del casato, sino al Granducato confinante, forse più in là: il Vaticano, la Santità.
Si calmò, si ricompose, usci con calma, e si unì alla fila degli altri confratelli diretti all’altare maggiore, si sistemò sulla panca ed attese, dopo il secondo Laudat il confratello che gli era accanto a destra scosse il braccio di quello che gli era dietro e, in pochi minuti gli occhi di tutti erano puntati sulle mani di Autilio e sul sangue che sgorgava, rosso vivo sul marmo candido. Lui guardò gli altri con calma, stupito del loro stupore, ed alla domanda del priore: “Da quanto?” rispose: “Da quattro anni caro fratello” – “e non hai mai informato nessuno?” – “pensavo che il Signore volesse punirmi particolarmente per i miei peccati” – “Oh divino amore, ma è un miracolo! E tu sei benedetto, scelto da Dio! Subito presto, un frate che corra dal Vescovo, presto”.
Tutto questo succedeva oltre sessant’anni or sono, Autilio visse santamente predicando il verbo e morì, in vaticano dove passò gli ultimi trentotto anni della sua vita dopo aver girato mezzo mondo come predicatore, le pratiche di canonizzazione furono subito avviate dopo la sua morte e furono invero brevissime. Sant’autilio si festeggia oggi il 4 luglio, e sono sorti, qua e là nel mondo, innumerevoli conventi e chiese recanti il suo nome. In uno, quello delle Sorelle Ausiliatrici di Sant’Autilio, si fa uso di rosari di pietra pomice che vengono sgranati lentamente tra le mani durante le litanie. Nessuno sa spiegarsi l’origine di tale usanza.
Io, Protaso Basilio, Padre guardiano della Certosa, ho raccolto questa testimonianza da Autilio, spirato in odore di santità, che mi ha voluto accanto negli ultimi istanti ed ho riportato su pergamena quanto mi è stato raccontato e che certifico vero ed autentico. Autilio mi ha pregato, in un ultimo anelito di vita, di render noto il tutto, perché gli rimordeva aver ingannato tanta gente, e l’esser poi venerato come santo quando sapeva di essere stato solo un furbone. Ma ho preferito lasciar perdere, tanta era la venerazione che il popolino nutriva per lui ed i miracoli che già accadevano e che venivano a lui attribuiti. Come far credere alla vecchina paralitica che non era stato Sant’Autilio a farla camminare? Come dire ai briganti dei monti Turici che si erano convertiti dopo aver visto Autilio in sogno, ed avevano smesso di uccidere e di rubare, che era tutta un’illusione?
Serve una guida morale, la massa ha bisogno di qualcosa in cui credere, di simboli, di guide a cui rifarsi. La libera ricerca, il libero arbitrio sono per pochi illuminati, meglio lasciare tutto come sta, un po’ di preghiera, di pentimento, di sano terrore per l’aldilà non guasta. Quindi io, Protaso Basilio, affido queste verità di cui sono unico detentore alla pergamena e le muro nel convento, vicino alla pietra di fondazione, nell’anno del Signore 1572, quando saranno ritrovati, magari tra tre-quattrocento anni, la gente sarà matura per conoscere la verità, avranno allora superato l’adorazione di insulsi oggetti venerati come reliquie, sapranno che Dio, se esiste, è dentro ciascuno di noi e non tra le pareti di un tempio. Saranno maturi, liberi consapevoli; non sciocchi e creduloni come oggi, e potranno conoscere la verità, che io affido al tempo.
“ERROR COMMUNIS FACIT IUS”
Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Sono colpita e affascinata da questo tuo scritto. Affascianata dalla leggenda che non conoscevo e colpita dalle massime con cui esprimi una morale quanto mai attuale. Ribadisco che, a mio parere, la tua sia una delle penne più colte di Open nonché una di quelle maggiormente ricche di contenuti e spunti per stimolare la riflessione.
Grazie, Cristiana, sei troppo buona.
Si tratta del piacere che si ricava da una buona lettura, non dall’essere troppo buona. Non sono mica una che legge proprio tutto, nè?