La lettera

Serie: Il grande passo

  • Episodio 1: La lettera

Una cosa che da sempre avrei voluto dirti: t’amo.

Non per gioco, non per scherzo. T’amo veramente, e proprio assai.

Mi piaci, tanto tanto tanto. Quando ti vedo, quando stiamo insieme, sono felice senza motivo. Mi sento bene. Quando mi sorridi mi sciolgo.

Non è sempre stato così, però è da un po’ – un bel po’ – che provo certe cose, e non posso più tirarmi indietro. Lo so, è strano, qualcosa che non può funzionare, che per te non è così e non può esserlo, però per correttezza dovevo dirtelo, non m’importa del prezzo.

Non potevo più trattenermi.

L’aveva imparata a memoria, quella lettera scritta in un impeto improvviso.

La lettera che teneva tra le mani, così saldamente da stropicciarla.

La lettera che avrebbe avuto un impatto enorme sulla sua vita.

Da quanto tempo voleva mettere su carta ciò che sentiva per poter dire quanto fosse innamorato?

Forse una lettera è banale, dubitò improvvisamente. Tutti l’han fatto dopotutto. 

No! Questa è diversa!

Ma se avessi fatto degli errori? Ho esagerato? Accidenti! E se la strappasse dopo il primo rigo, senza che abbia il tempo di spiegarmi?

Poi iniziarono i pensieri insensati che si era ripromesso di non lasciare entrare nella sua testa: se mi allontanasse? Se mi prendesse in giro? Tutti lo verrebbero a sapere, e quindi cosa farò dopo?

Quanti dubbi. Da quando capì, fino a quel singolo momento di verità che non riusciva ad esternare, aveva avuto solo dubbi, ed uno struggimento forte per tutte le volte che erano stati vicini; ma tra di loro c’era quella fitta barriera fittizia, forse più sociale che individuale, che non permetteva ai sentimenti di essere espressi; e l’inconsapevolezza delle emozioni da parte sua.

Da quanto tempo era ormai davanti alla sua porta, con l’obiettivo di bussare, prima o poi, per consegnare finalmente la verità?

Era sicuro che le sue reazioni sarebbero state solo negative e di rifiuto, ma non poteva andare avanti così: non ne poteva più: erano sette anni che provava certe cose, da che erano poco più che adolescenti.

All’inizio sembrava un errore, poi una fase passeggera, e invece era una questione molto seria.

All’inizio fu una cosa molto dura, poi arrivò un po’ di accettazione e sicurezza, quindi il terrore che solo quel mondo poteva farti provare.

Perché quindi continuare a rimandare? Tanto era un sogno che mai si sarebbe avverato: un sogno che non poteva avverarsi; avrebbe solo portato sofferenza, per entrambi, tra convinzioni deviate ed il mondo contro. L’unica cosa che doveva fare – che voleva fare – era togliersi parte del peso e, indipendentemente dalle possibili e orrende conseguenze, esprimere ciò che sentiva. Meglio star male per una delusione che continuare a logorare dall’interno.

Sì: era la cosa migliore, ciò che voleva, ciò che avrebbe fatto assolutamente. Ne era certo.

Eppure più lui ne era certo e più provava sensazioni altalenanti e sempre più pesanti col passare del tempo: un’altalena che alternava momenti di convinzione estrema ad altri di assoluta rinnegazione.

Era così con tutto, da quand’era bambino: paura di fallire, di provare, di andare avanti, di cambiare, indipendentemente dai rimpianti che sarebbero prima o poi certamente arrivati, come un esame tante volte rimandato.

Eppure i tempi erano maturi, lo sentiva. Lo erano almeno per lui, e solo per lui…sperava. Se non ci avesse creduto lui per primo, come poteva pretendere che ci potessero credere gli altri?

E doveva farlo ora, sennò quando?

Ne era così convinto in quel momento da sapere bene che, se non l’avesse fatto, non avrebbe più avuto la forza di riprovarci in futuro. Era l’ora.

Diede un’ultima occhiata alla lettera, ripeté a mente la frase ad effetto che avrebbe detto prima di scappare e prese la foto di loro due insieme, fatta quella volta al parco: per darsi forza poco prima di bussare, per ricordare per chi lo faceva.

Quanto mi piace, pensò stringendo i denti e tirando su le lacrime d’emozione, quanto è bello…

Ripose la foto nella tasca, poi fu pronto: era il momento per il suo migliore amico di venire a conoscenza della verità.

Fece il sospiro più lungo della sua vita, poi alzò il braccio, pronto a bussare.

Rimase con la mano così per almeno un cinque minuti a rimuginare ancora, temendo che l’altalena riprendesse a dondolare.

La lettera è la cosa migliore.

Una telefonata è troppo distante, un messaggio sul cellulare lo è ancora di più.

Parlargli dal vivo però è una cosa troppo forte, che davvero non riuscirei ad immaginarmi.

Spense la testa, non ci pensò più.

Strinse ancora di più la lettera, quindi bussò ossessivamente, quasi a buttar giù la porta, mentre serrò fortissimo la mandibola contro la mascella, digrignando i denti.

Poi tacque e aspettò.

Dieci secondi.

Un minuto.

Nessuno aprì.

Non c’è nessuno, realizzò quasi sollevato, mentre l’enfasi del momento scompariva a poco a poco e quasi era grato di non aver fatto quella cazzata.

Disorientato e dubbioso sul da farsi, mentre i rimasugli dell’adrenalina lasciavano il suo sangue, iniziò a scendere le scale, per poi incamminarsi sul corso principale.

Che situazione! Non è colpa mia! si urlò. Non l’ho scelto io di amarti!

E poi, con la lettera lacerata dalla stretta violenta e umidiccia di sudore ancora nella mano, s’imbatté nel suo amato dietro al primo angolo. «Ehi» lo salutò sorridendo.

Oddio! Il ragazzo sospirò lentamente per calmarsi, cercando di nascondere il tremore emotivo che lo stava attraversando. Ripose lentamente la mano nella tasca del pantalone, quella con la lettera stretta tra le dita annichilite.

Quindi rispose sorpreso: «ehi!» la voce tremante.

«Sei passato per casa?» chiese l’altro dandogli una pacca. Era tutto sudato, e aveva qualche macchiolina di pittura sulla guancia. Stava passando una mano di vernice su una parete del condominio tutta screpolata. «Ero sceso un momento per…sistemare qui».

L’amato gli sorrise ancora, con occhi felici, e lui non poté fare a meno di sentirsi bene, come ogni volta quando lo vedeva, quando erano vicini, quando c’era un contatto, anche piccolo.

Era quello il momento giusto per fare ciò che doveva? C’era gente intorno, ma tanto solo una dannata lettera doveva consegnarli!

La strinse nella sua tasca fino a strapparla, così da non potergliela più dare: così da non avere più scuse.

Sono troppo imbarazzato! strillò alla sua coscienza per giustificare la sua accidia.

«In realtà sto facendo un servizio per conto di mamma» mentì. «Ci vediamo con gli altri stasera, ok?» concluse e scappò via senza attendere risposta. Si sentiva la testa così calda per l’imbarazzo da esser certo che stesse per esplodere.

«Per il tuo regalo di compleanno ci tenevo a dirti che ci sto lavorando. Manca poco, ne sono certo!» chiamò l’altro, mentre lui si allontanava sempre di più.

Ma chi se ne frega del regalo, io voglio te!

La sua festa di compleanno di qualche giorno fa era stata un disastro totale.

Era convinto che quello sarebbe stato il momento in cui avrebbe dichiarato il suo amore per l’amico, e invece era rimasto in silenzio, muto come sempre, impedito, frenato, inetto. C’era troppa gente: non avrebbe dovuto sopportare solo il suo rifiuto, ma anche il giudizio degli altri.

E Simona continuava a ripetergli: “trova il coraggio, che stai sprecando la tua vita”.

Lei conosceva la verità su di lui, e sapeva bene anche quanto fosse timido e problematico. Ma non era timidezza: era stupidità. Era stupido perché lasciava che gli altri decidessero per lui, che gli altri potessero giudicare come dovesse essere.

Ma nel mondo in cui viveva cosa poteva fare? Lottare a suo rischio e pericolo?

Simona l’aveva sempre ascoltato e supportato nelle sue volontà. Era l’unica a conoscenza della situazione, e malgrado tutto l’aveva sempre spronato ad andare avanti, a tentare.

La lettera era stata un’idea presa insieme, ma lui aveva fallito la sua missione.

Sapeva che non avrebbe mai più tentato quest’avversa impresa improponibile.

No, mai, non l’avrebbe mai più fatto.

Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Amore, Narrativa, Young Adult

Responses

  1. La lettera è sinonimo di un amore antico, ai tempi dei social. Una scelta azzardata perché già utilizzata, ma diversa. Mi piace. Un modo dolce ed inusuale per affrontare un tema che piano piano non è più un tabù, l’amore omosessuale. Tra due persone dello stesso sesso. Eppure il protagonista è incerto, timido, ritroso. Come ogni amante.
    Mi piace!proseguo la lettura

    1. Grazie per il commento! Spero possa risultare qualcosa di ancora più peculiare nei due successivi episodi! (Già pubblici; per un errore questa storia è stata spostata ad una data successiva).

  2. Il tema non è certo uno dei più originali, anche se mascherato sotto un amore omosessuale. La storia di un amore non detto, anzi impossibile da dire se non attraverso delle parole scritte su carta che poi non si riesce a consegnare, lo abbiamo già visto. Però hai un modo diretto di raccontarlo che cattura e stimola il lettore ad andare avanti. Forse, ma sia chiaro è solo un’opinione, aumenterei il ritmo del racconto cercando di non perdersi troppo in riflessioni esistenziali. Alla prossima lettura.

    1. Grazie mille per il commento!
      Da poco mi sono iscritto su questa piattaforma, l’obiettivo è di fare un po’ di “palestra” e divertirmi.
      Commenti costruttivi e spronanti come questo mi rendono davvero felice. Sono quello che serve per migliorarmi.
      Quindi grazie ancora per il feedback, terrò a mente i vostri consigli.
      Spero che con l’ultimo episodio di questa piccola avventura riesca a sollevare il ritmo e soprattutto a non cadere nel “già visto”.
      A presto!