La lunga notte

Serie: Mare d'ossa


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: La nave per la ricerca scientifica Challenger ha solcato i mari più pericolosi del pianeta, il suo equipaggio è pronto ad affrontare la brutalità della natura, ma quello che li attende negli abissi non ha nulla di naturale.

La Challenger beccheggiava lievemente nella nebbia marina, il Capitano Artur e il primo ufficiale Sebastian sedevano sul ponte ad osservare l’incredibile.

– Ridevano alla Società Reale mentre Bill avvolgeva settemila braccia, vorrei vederli adesso.

La voce del capitano era rauca, si passò la mano guantata sui capelli impregnati di salsedine poi trasse dalle tasche una pipa e dei fiammiferi

– Sono in pochi quelli che hanno visto queste acque Artur, dovresti saperlo.

Il giovane viso rasato del primo ufficiale gocciolava, a fianco a lui la penombra venne illuminata da una fiammella subito risucchiata nella melassa.

– Ho navigato quattro volte questi mari… avrei maledetto chiunque avesse anche solo detto un’assurdità del genere, quattromila-novecento braccia di profondità e va ancora, se non lo avessimo già fatto ti farei dare l’ordine di ricalibrare lo scandaglio e rigettare.

– La profondità è quella.

Il capitano trasse un lungo respiro dalla pipa, le rughe del viso presero vita nelle braci per poi disperdersi nella nebbia salina.

– Vedremo se questo mare ha il coraggio di ingoiarsi ancora duemila braccia, vai a chiamare Phil, che stabilisca ora e posizione.

Il primo ufficiale si alzò scrollando la cerata zuppa poi si diresse verso la scala di prua sparendo dietro un pesante boccaporto. Il capitano rimase solo sul ponte ad ammirare il cordame che pendeva floscio nella bonaccia, le vele arrotolate e legate strette agli alberi simili ad immensi bozzoli cinerei. Ascoltava le onde battere fioche sulle murate provocando un suono languido, mentre da sotto coperta saliva un vociare sommesso e dei radi colpi che rimbombavano sul legno solido della Challenger, l’unico suono vivo era provocato dalla sottile lenza d’acciaio che scorreva senza sosta facendo ruotare il tamburo d’ottone massiccio sulla quale era avvolta. Il boccaporto di prua si aprì con un colpo e ne uscirono quattro uomini: il primo ufficiale Sebastian, il cartografo Philips, il primo ingegnere Bill ed il cacciatore Yarna.

– Capitano, non si può stabilire una posizione corretta con questa nebbia.

Il cartografo boccheggiava nel caldo afoso, dai fianchi gli penzolava un sestante mentre nelle mani tremanti stringeva una valigia di legno che poggiò su di un grande tavolo inchiodato al ponte.

– Ancora scende?

L’ingegnere guardava ammirato il tamburo d’ottone che vorticava scoprendo le spire d’acciaio oliate che aveva disposto con cura, il contagiri segnava cinquemila-duecento braccia e non accennava a fermarsi. Il cacciatore sbuffò.

– Quel tuo attrezzo è rotto Bill, dovreste provare con qualcosa di più affidabile, queste diavolerie moderne non funzionano.

Yarna si appoggiò con la schiena alla murata, i suoi due metri facevano sembrare un giocattolo il fucile che portava a tracolla, avvolto in una leggera pelle candida sembrava un orso bianco.

– Lord Kelvin non sbaglia Yarna, ti sei forse dimenticato quanto è costato questo scandaglio?

– Mah, se lo dici tu Bill.

L’orso bianco colpì con un calcio il solido basamento dello scandaglio, le punte di rame degli stivali cozzarono contro la ghisa del basamento provocando un suono metallico attutito dall’aria densa.

Gli uomini rimasero in silenzio mentre il cartografo una volta aperta la valigia cominciò a dettare i rilevamenti.

– Orario di Greenwich 10 ore e 34 primi. Dall’ultimo rilevamento la longitudine attuale si appresta a 142 gradi e 15 primi Est, la latitudine 21 gradi Nord, anno 1873 dodici Dicembre. Dalla mattina spessa nebbia in bonaccia, temperatura 27 gradi e umidità stabile al 95% leggermente fuori dalle normali condizioni in questa stagione, profondità rilevata al terzo tentativo, adesso vediamo…

La lenza continuava a scorrere mentre la notte avanzava ispessendo le ombre sul ponte e condensando l’orizzonte lattiginoso, Sebastian accese una lampada a petrolio che sbuffò fumo nero e acre, in quel momento il tamburo d’ottone si bloccò.

Il capitano si alzò zuppo avvicinandosi alla murata, riusciva a mala pena a distinguere la sagoma sottile del cavo che spariva nei flutti poi chiamò Bill.

– Comunica la profondità poi ritira dieci braccia e lascia ricadere. –

Il primo ingegnere si avvicinò allo strumento e montò una manovella su di un ingranaggio riduttore, ma quando fece per riavvolgere non ci riuscì.

– È bloccata, forse si è incagliata.

– Yarna dagli una mano, vedete di tirarla su.

Il cacciatore sputò giù nell’acqua scura poi lasciando il fucile sul tavolo inchiodato andò ad aiutare Bill a girare la manovella, i due spinsero con tutta la forza facendo gemere gli ingranaggi ma il tamburo rimase fermo.

I due uomini sudavano e ringhiavano mentre Sebastian si avvicinava con la lampada, poi d’un tratto la manovella si mosse dalla parte opposta, girando di scatto colpì Bill al mento con un suono secco mentre il cacciatore venne gettato al suolo con un grido. La manovella ruotava all’impazzata mentre il primo ufficiale tirò via Bill la cui mascella pendeva floscia spezzata in due, dalla bocca sanguinante uscivano grumi di denti e sangue misti a gemiti di dolore.

Il capitano corse a tirare su il cacciatore mentre la pesante manovella girava forsennata minacciando di staccarsi e volare via.

– Phil veloce! Portate giù Bill e svegliate il dottore, Yarna cerca una trave con cui bloccare il tamburo!

I due uomini portarono di peso il ferito giù in coperta mentre il cacciatore armato di un lungo palo cercava di frenare il tamburo incastrandolo tra il telaio e la parte meccanica, l’attrito faceva fumare il legno.

– Che cazzo è successo?

La voce potente del cacciatore sovrastava lo stridore del legno.

Il capitano scuoteva la testa osservando il contatore che vorticava verso le seimila-cinquecento braccia ad una velocità inaudita, poi quando il contatore arrivò a seimila-novecento gridò a Yarna di allontanarsi.

I due rimasero a guardare le ultime spire di cavo abbandonare il tamburo, poi con uno schiocco secco arrivò il nodo che teneva la lenza attaccata e l’intero strumento si lamentò sotto il carico, la tensione fece fremere il basamento e le assi per alcuni momenti poi il cavo si allentò ricadendo mollemente sul ponte.

– Si è spezzato?

– Non lo so, montiamo il motore e riavvolgiamo, scendi a chiamare Sebastian, fate venire su quattro uomini.

Il motore a scoppio rullava nella notte mentre il tamburo si rimpolpava d’acciaio, una cinghia vibrava alla luce delle lampade facendo girare il meccanismo. Gli uomini avevano ripulito il sangue dal ponte ed erano pronti con i rampini ad issare a bordo la zavorra dello scandaglio, il capitano strizzandosi la folta barba grondante d’acqua salata osservava cupo le ultime cinquanta braccia risalire velocemente.

Un colpo sordo fece vibrare la nave da cima a fondo, poi la cinghia di trasmissione saltò facendo sbuffare il motore, gli uomini lo spensero subito avvolti da fumi nerastri.

– Questa non era la zavorra che cozzava contro la chiglia, capitano.

L’orso bianco si spostò verso il fucile e lo prese facendo scorrere l’otturatore avanti e indietro.

– Ci siamo portati dietro qualcosa di grosso.

Un marinaio si sporse dalla murata col rampino ma qualcosa di scuro venne fuori dall’acqua e in un lampo violaceo lo trascinò fuori bordo, il suo grido si smorzo nell’acqua scura.

Dell’uomo non rimase nulla ma al suo posto un odore di putredine riempì l’aria.

– Uomo in mare!

La campana cominciò a suonare all’impazzata mentre altri marinai si affaccendavano sulle murate lanciando in acqua cime e salvagenti, sondando le tenebre con le lampade gridavano il nome del marinaio scomparso senza risposta. Artur si avvicinò alla murata dov’era scomparso l’uomo, vide dei profondi segni sul legno simili a scalpellate poi veloce come un fulmine un lungo arto irto di corni salì dal mare spazzando il ponte.

Le punte aguzze e ritorte si piantarono nella carne di due marinai mentre gli altri vennero squarciati e gettati a terra, Artur si lasciò cadere schivando quelle lame d’osso che si fermarono contro l’albero di mezzana quasi spezzandolo, il colpo fece crollare il castello e i tramezzi con le vele riempiendo il ponte di sartie e detriti. Il colpo fece oscillare la Challenger in una cacofonia di legni spezzati e stridii di metallo, subito l’arto si ritrasse tirandosi dietro tra le urla i marinai e le sartie impigliate negli ossi, il tutto finì fuori bordo con un clangore spettrale.

Il boccaporto si aprì e uno stuolo di uomini riempì il ponte con torce e gridi poi la voce potente del capitano tuonò nell’aria.

– Tutti in coperta uomini! Preparate gli arpioni!

Un’oscura protuberanza afferrò la gamba del vecchio lupo di mare tanto stretta da spezzare la tibia, una forza inumana lo trascinò verso la murata lungo il ponte. Un boato attraversò l’aria e in un’esplosione di putridume nerastro l’arto abominevole si spaccò in due lasciando la presa, l’orso bianco lasciò ricadere il fucile sul fianco e trascinò il capitano verso il boccaporto di prua, quando tutti furono all’interno lo serrarono con spesse travi.

Artur stringeva i denti mentre il dottore gli steccava la gamba al centro della saletta, sdraiato sul tavolo il capitano osservava i trenta visi sconvolti che lo fissavano, in fondo alla sala l’orso bianco lucidava il suo fucile e ricaricava un’altra pallottola con un sogghigno. La nave gemeva e scrollava mentre i rumori di assi divelte e alberi spezzati la attraversavano da poppa a prua.

– Signori, affilate i coltelli, sarà una lunga notte.

Serie: Mare d'ossa


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Discussioni

  1. Davvero ben pensata la trovata iniziale di suggerire subito un presagio di stranezza mostrando la grande profondità sopra la quale deve trovarsi la nave. Il resto degli eventi mi ha ricordato molto gli scritti marinareschi di Hodgson, con una vena d’azione in più. Se posso permettermi di fare qualche accorgimento a livello formale, ti suggerirei di costruire periodi più “spezzati”, inserendo qualche virgola qua e là in più 😉

  2. Nella più classica scia dei racconti marinareschi, un racconto breve e intenso. Molto ben scritto, davvero ottimamente sviluppato. Denota una conoscenza della letteratura del genere (mi ricorda il celebre Gordon Pym per l’abbondanza di particolari).
    Riporto questo passaggio che trovo perfetto per velocità intensità esecuzione: “I due rimasero a guardare le ultime spire di cavo abbandonare il tamburo, poi con uno schiocco secco arrivò il nodo che teneva la lenza attaccata e l’intero strumento si lamentò sotto il carico, la tensione fece fremere il basamento e le assi per alcuni momenti poi il cavo si allentò ricadendo mollemente sul ponte.”

    Ora la domanda è più retorica che altro: a quando il prossimo episodio di questa bella serie?