
La macchinina
Arrivo ai binari quando dall’altoparlante una voce metallica annuncia la partenza del treno. Col fiatone corro sulla prima porta che trovo, salgo le scalette portandomi dietro il piccolo trolley e finalmente sono dentro. Gli occhiali non fanno in tempo ad appannarsi sopra la mascherina che le porte dietro di me si chiudono. Se ho dimenticato o perso qualcosa nella corsa ormai è bella che andata. Con la nebbia negli occhi avanzo lungo i corridoi del treno e cerco il mio posto. Non vedo niente e devo spostare la testa in posizioni improbabili affinché il piccolo quadratino delle lenti non ancora appannato inquadri la targhetta con il numero dei sedili. Non vedo le persone già sedute e pronte per il viaggio ma percepisco i loro sguardi. Devo sembrare una specie di pazzo uscito da una commedia di Hugh Grant o un mago del mondo di Harry Potter che prova a vivere nel mondo dei babbani. Ho le guance che palpitano, segno che sono più rosso della bandiera comunista, sto morendo di caldo sotto il piumino invernale che mia madre all’ultimo mi ha imposto di indossare perché “Fa freddo! Ho visto le previsioni meteo, deve piovere tutta la settimana” e infatti c’è sole e siamo sopra i 20°C. Arranco con la vista annebbiata trascinando con una mano il trolley, nelle spalle uno zaino riempito al limite dell’impossibile che nemmeno Mary Poppins, nella mano libera una busta con due uova di Pasqua che sbucano ai lati del braccio e accompagnano i miei movimenti con quel rumore fastidioso della carta plastificata con cui imballano qualunque cosa e non sai mai se buttarla nella carta o nella plastica della raccolta differenziata. Giusto per semplificarci la vita. Finalmente arrivo al mio posto, almeno credo. Infilo rapidamente il trolley nel ripiano dei bagagli spostando leggermente quelli vicini per fare posto e mi infilo dentro nel posto vicino al finestrino. Zaino di Mary Poppins, piumino invernale e uova diabolicamente grandi li butto nel sedile libero al mio fianco e prego tutti gli dei, i santi e Paolo Fox che non arrivi nessuno a reclamare quel sedile per le prossime tre ore. Tra sudore e respiri affannati la mascherina FFP2 è diventata una mascherina chirurgica, ma non oso aprire lo zaino per prenderne un’altra. Mi levo gli occhiali e li butto nel tavolino davanti a me e torno a rivedere il mondo. Un po’ sfocato per la miopia ma, ehi che colori! Mi ricordo di un viaggio, mentre passavamo in autostrada in Emilia, c’era un nebbione che non si vedeva oltre la macchina davanti. Entriamo in una galleria e dopo qualche minuto sbuchiamo in Toscana, dove c’era il sole e un paesaggio che non sarebbe bastata nemmeno la tavolozza dei colori di Raffaello per dipingere tutte quelle sfumature di colori. Praticamente è così che devono essersi sentiti i barbari germanici quando sono calati in Italia.
Il treno inizia a lasciare la stazione e io riacquisto una temperatura corporea inferiore a quella di ebollizione del mercurio. Nessuno ha reclamato il sedile vicino al mio, forse perché davanti ho tre persone in due posti. Una donna con un viso molto stanco, ma ancora capace di sorridere, culla silenziosamente una bambina di neanche un anno di vita. Vicino a lei, siede un altro bambino sui cinque anni. È incollato alla madre, lo sguardo che passa tra le uova di cioccolata e la campagna che ci sfila rapida dal finestrino. Qualcosa negli occhi azzurri del bambino mi infastidisce, ma non gli do peso. Guardo la madre e la saluto con un “’giorno” sbiascicato. Lei sorride e mi fa un cenno col capo, ma senza emettere un suono.
Bene, tre ore con due bambini. Saranno tre ore molto lunghe. Tranne che per i miei due nipotini, il mio livello di sopportazione con quei piccoli mostriciattoli è veramente basso. Bambini educati sono rari come politici onesti oggigiorno, ma non si può dare la colpa certo a quei piccoli se i loro stessi genitori hanno l’educazione e il senso civico di un oligarca russo.
Mi vibra il cellulare nella tasca. Allungo le gambe come un contorsionista per riuscire a prenderlo. Un maledetto messaggio su WhatsApp. Non rispondo. Infilo la mano nella tasca anteriore dello zaino e con qualche fatica riesco a tirare fuori gli auricolari. Li infilo nel cellulare e faccio partire la videochiamata. Nel display compare il viso stanco di mia sorella.
«Ehi sei in treno?» mi dice girando la telecamera verso la figlia di otto mesi.
«Palmetta!» esclamo nel microfono. Sul seggiolone la piccola muove un cucchiaio che ha in mano e inizia a dimenare i piedi più veloci di Marcell Jacobs. Si sporge dal seggiolone per vedere meglio e mi sorride con tutte le gengive. Il lungo ciuffo biondo è legato con un elastico in cima alla nuca, così sembra che in testa abbia una palma.
Dagli auricolari sento passi veloci e poco dopo compare il fratello di Palmetta.
«Zio! Sei in treno? Quando arrivi? Lo sai che ti vengo a prendere in bici? Zio? Ma lo sai che dormi in camera con me?» inizia a parlare a ruota libera il bimbo. Non a caso all’asilo le maestre lo chiamano “radiolina”.
«Oh Ale! Dagli tregua, non è ancora arrivato lo zio!» interviene mia sorella.
Ale mi guarda con fare furbesco e io gli strizzo l’occhio.
«Non rimproverare il mio nipotino preferito!» dico a mia sorella con finto tono intimidatorio. Ale sorride soddisfatto.
«Bimbo, ma lo sai che ho trovato una mappa del tesoro?» mi rivolgo ad Ale.
«Davvero? E dov’è il tesoro?» risponde emozionatissimo.
«Eh Ale e che ne so! Mi dai una mano a cercarlo?»
«Sí!!!» urla a squarciagola negli auricolari e un mio timpano mi saluta definitivamente.
«Zio…ma…mi racconti una storia perfavooooore?» inizia facendo gli occhi del gatto con gli stivali di Shrek. «Una con le Ferrari che fanno la gara!»
«Ale no! Lo zio ora non può, stasera quando arriva» interviene mia sorella.
«Ti racconto tutte le storie che vuoi appena arrivo, va bene?»
Ale si illumina come se gli avessi detto che è Natale.
Chiudo la telefonata e inizio a pensare ad alcune storie guardando fuori dal finestrino. Vedo il riflesso della famigliola seduta di fronte.
Il bambino tiene la mano della madre, come impaurito, mentre la donna con l’altra mano cerca di cullare la più piccola che si lamenta. La bambina inizia a piangere e la madre se la mette sulla spalla e comincia a cantarle una canzone. Mi levo gli auricolari e il suono di quella melodia dolce ma allo stesso tempo malinconica riempie il silenzio del vagone. La conosco quella musica. Tutto il mondo libero conosce quella melodia ormai.
La madre culla la figlia con l’inno ucraino. D’un tratto vedo davvero chi mi sta di fronte, dei profughi dall’Ucraina in guerra. Guardo meglio gli occhi del bambino e capisco cosa mi aveva infastidito la prima volta. Sono spenti. Quel bambino ha gli occhi di un bellissimo azzurro acceso, ma sono come il cielo primaverile coperto da un velo, dalle scie degli aerei. Aerei russi.
La bambina si addormenta cullata dal suono malinconico ma pieno di speranza di quell’inno. Così diverso musicalmente rispetto al nostro Inno di Mameli, ma così simile nella speranza e nella potenza del testo, perché così simili Italia e Ucraina quando entrambi i canti vennero composti.
Incrocio lo sguardo del bambino e gli sorrido. Non c’è reazione da parte sua. Mi ricorda Ale quando è davvero arrabbiato con sua madre. Infilo di nuovo la mano dentro lo zaino e ravanando un po’ trovo un pacchetto e lo tiro fuori. Lo poggio nel tavolino, tra me e il bambino. Lui lo guarda, distratto, distante, apatico. Scarto la confezione e finalmente una reazione di quel bambino, un leggero cenno di sorpresa con le sopracciglia bionde.
Una macchinina della Ferrari si erge in tutta la sua rossa bellezza. I bambini sono sempre bambini, ad ogni latitudine e in ogni generazione. Bastano due ruote e una bocca per fare il rumore del motore per restare a giocare e sognare ore e ore. Scarto la confezione e posiziono la Ferrari proprio davanti a lui. Il bambino lascia la mano della madre e si avvicina, timidamente. Muovo due dita della mano, ad imitare una persona che passeggia attorno alla macchina. Mi faccio la musica di sottofondo come Kronk ne “Le follie dell’imperatore” e apro la portiera della macchinina. Faccio entrare le mie due dita e poi accendo il motore con un gran rumore della bocca. Il bambino guarda rapito la Ferrari muoversi attorno a lui. Con uno stridio mi fermo davanti e faccio scendere il passeggero. Lascio la portiera aperta e con un cenno della mano gli dico di salire a bordo. Il bambino mi guarda. Timidamente allunga la mano e afferra la macchinina. Sorride. Nei suoi occhi, le scie degli aerei non ci sono più. È tornato il cielo limpido.
Avete messo Mi Piace5 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Mi piace molto la venatura della tua prosa, capace fin da subito di catturare il sorriso del lettore. Quello che si prospettava un viaggio come altri, si trasforma in un inno alla speranza. Perché gli occhi dei bambini sono importantissimi, in loro devono specchiarsi i sogni e la speranza a discapito della guerra e delle brutture del mondo. Salvando loro, salviamo il nostro futuro
Grazie Micol! Concordo pienamente. Un popolo senza bambini capaci di sognare, è un popolo senza futuro. Indipendentemente da tutto il resto.
“Fa freddo! Ho visto le previsioni meteo, deve piovere tutta la settimana” “
le mamme sono così 😂
Sempre!! 😂
I tuoi racconti non stancano mai, sono coinvolgenti e danno una sensazione di pieno appagamento. Ma non sono gratis?
Grazie mille Fabius! Sono io che lo devo dire a te che leggo i tuoi racconti semore con piacere e con il sorriso
Ciao Carlo, grazie di questo bel racconto. Invidio te e le altre persone che riescono a scrivere di questa orribile aggressione e delle altre altrettanto orribili che non dobbiamo dimenticare, e riescono a farlo lasciando spazio per la speranza. Si, speranza e bambini, hai usato due hashtag appropriati.
Grazie Nyam per averlo letto e commentato! Non è facile parlare di questi argomenti, li sentiamo ogni giorno sempre più crudeli e orrendi che non si riesce a credere. Ma purtroppo è la realtà, e penso sia doveroso provare con molto tatto e rispetto a parlarne proprio perché non passino in sordina o come semplici notizie fredde e distaccate. Come per ogni cosa e in ogni tempo, i bambini sono sempre la nostra migliore speranza
Ciao Carlo, ho appena letto questo tuo ultimo racconto, “piacevolisssimevolmente”, in quanto zia, identificandomi nel protagonista sul treno. Dall’ inno ucraino in poi: commozione con qualche lacrima. Bravo!
Essere zii è bellissimo 😉 grazie per il commento e sono lieto ti sia piaciuto anche questo racconto