La madre e lo sciamano

Serie: Carenze a fettine


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: I flashback continuano.

Nel tardo pomeriggio ho ricevuto la chiamata. Lei è morta di cancro: un tumore alla gola che, originatosi dalla lingua, si è diffuso scavando un buco sotto il collo, come una pugnalata. Ho sempre pensato che fosse stato mio padre a ucciderla in quel modo, ma forse mi sbagliavo. Tuttavia, considerando quanto spesso urlava il suo odio e il dolore che lui le causava, non poteva che colpirla un tumore, e non in una zona qualsiasi, ma proprio in quell’organo che usiamo per chiedere aiuto: la lingua. Papilloma virus.

Era ancora distesa nel letto, riempita di antidolorifici oppioidi, gonfia, ma quasi sorridente come un Buddha, con la testa e la schiena sollevate sul cuscino.

- C… C… Come staaai? - mi ha chiesto con una voce strozzata dalla fatica.

In quel momento ho pensato che la vita altro non è altro che l’insieme delle persone che abbiamo intorno e nient’altro. Ma le persone che abbiamo intorno possono imparare anche a strangolarci. La sofferenza può avere l’immaginazione di un serial killer.

Una canzone mi risuona in testa, incapace di lasciarmi andare. È qualcosa che persiste. La lontananza è un lungo silenzio, un’assenza che spegne il canto.

- Bene… Ma è un eufemismo, come hai fatto a chiamarmi? Non eri…

- Da questo luogo lontano, dove non ci sono telefoni, ho trovato il modo di sussurrarti la mia presenza. Sì, ti parlo dall’aldilà, dove risiedono i morti. Ma non sai che siete tutti già morti? La vostra è solo un’illusione. Dimmi, figliolo, cosa ti tormenta così tanto in quella che chiami vita?

- Madre! Mi manchi. L’unica cosa certa era il tuo affetto, la sicurezza che davi con il tuo esserci sempre anche quando commettevo errori. Quando ero un…

- Quando?

Quando le lacrime scorrono abbondanti, senza il conforto del sole e del cielo azzurro. Quando gli angeli, invece di offrirti un bacio, ti lacerano l’anima. Quando assumi 300 mg di Acqua Santa per purificarti da ogni male assieme a otto compresse di Vicodin.

- Mi mancano degli occhi pieni di desiderio che mi guardino.

Pronuncio queste parole con le labbra quasi socchiuse. La musica in sottofondo pulsa in armonia con i battiti del mio e del suo cuore, mentre i fuori i fiumi del mondo scorrono come le mie lacrime. È il flusso costante della vita. La pioggia per sempre.

Caro figliolo, non lasciarti ingannare da desideri illusori e paure infondate. Il mondo non esiste per giocare con le emozioni umane e intensificarle; siamo noi a farlo. Cerca Jessica, Alice, Margot. Continua a cercare.

La voce diviene sempre più roca, sento all’improvviso un affanno, il suono della sua voce che lentamente svanisce così come finiscono le canzoni in dissolvenza. Mi risveglio come da un viaggio lontano. Cacchiari mi ha ipnotizzato e mi ha fatto tornare indietro nel tempo e poi avanti veloce come se fossi un vecchio nastro ingiallito.

- Andrew, il tempo non esiste. Siamo noi che lo creiamo, proiettandolo insieme allo spazio sugli oggetti e sulle persone. Sono le persone a emanare tempo e spazio, e possono riempire completamente il tuo. Possono essere il tuo inferno o il tuo paradiso, e sei tu a decidere quale dei due. Non finisce in questo mondo. Esistono molteplici mondi e tante modalità diverse.

È questo che mi dice mentre mi tiene poggiata la mano su una spalla. Ma io sono avvolto dalla confusione e dallo smarrimento. Mi sento perso come lo era Teseo nel labirinto di creta in cerca del Minotauro. Cacchiari ha aggiunto altre cose che non ricordo, ha parlato come se fosse in trance. Poi è andato via, è scomparso dietro la porta come un fantasma.

Mi risveglio frastornato dal contatto con quell’altro mondo indotto dalle sostanze allucinogene e dall’ipnosi. È un lento riprendersi la vita, come tornarci dopo la morte. Ho sempre avuto paura della morte, per questo avevo gli attacchi di panico.

Passano alcuni minuti, eternità, attimi e spazi e il panorama cambia, ondate enormi e schiumose ricoprono l’orizzonte e fanno apparire un cielo diverso, in un altro paese, in un altro mondo, inizio a vedere altro e altro ancora. Sono ancora in trance.

Nel giardino capeggia la statua della Libertà verde come il prato su cui è posta e ha in testa una corona fatta di spine, in mano non ha lo scettro della salvezza ma un martello chiodato puntato verso il sole a mezzogiorno. Un’altra opera di Cacchiari. La statua della Libertà è in catene. È la statua della guerra, dell’oppressione.

- Non temere, figliolo. La vendetta, seguita dalla gioia, avvolgerà presto il mondo. Tu sei la mia nemesi, il figlio che vendicherà sua madre. - Vendicami.

Furono le ultime parole di mia madre.

Ho portato le mani alla testa, stringendo le orecchie per non udire più alcuna voce, mentre il mio corpo vibrava nella stanza. Poi sono uscito. Ho lanciato dalla collina le due biglie di vetro trovate vicino alla coppia morta. I loro occhi erano due biglie disegnate.

La coppia poteva vedere nella morte con gli occhi dello sciamano la vita che gli passava davanti. Io non voglio vedere più nulla.

Non voglio più vedere il demone che mi appare nell’ascensore, riflesso nello specchio.

Quel demone sono io.

Ora ho bisogno di un cuore con ali bianche. Ho bisogno di dimenticare tutto. Di purificarmi.

Serie: Carenze a fettine


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