AUGUSTO – La Maestra

Serie: NESSUN EREDE...


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Il presente racconta il potere quando è già abitudine, clima, regola. Il passato comincia quando quella regola si incrina: non più il rito, ma la scena. Non più la legge, ma la crepa.

La maestra fece un passo dentro e si fermò.

Nello studio era diversa da come appariva in piazza. Più pallida. Più esposta. Il cappotto chiaro tratteneva ancora il freddo della strada. Teneva la cartella contro il petto con entrambe le mani. Renato vide subito il polsino sinistro: il bottone ricucito con filo nero, storto appena quanto basta perché l’occhio ci torni sopra.

Augusto lasciò passare un momento di troppo prima di parlare.

«Buongiorno.»

«Buongiorno, dottor Ferranti.»

Lui indicò la sedia bassa davanti alla scrivania.

«Si accomodi.»

La maestra guardò la sedia, poi lui. Non si sedette.

A Renato passò nel ventre un colpo breve, quasi una febbre. Ma non somigliava alla paura.

Augusto intrecciò le dita sul tavolo.

«Come preferisce», disse. La frase era cortese. La stanza no.

Prese la cartellina, la aprì, girò una pagina che Renato sapeva benissimo essere già stata letta.

«Lei insegna alla terza.»

«Sì.»

«Da quanto.»

«Da settembre.»

«E si trova bene.»

La maestra non rispose subito. «Faccio il mio lavoro.»

Augusto abbassò gli occhi sul foglio, come se la risposta fosse scritta male.

«Non era quella la domanda.»

«Allora la rifaccia meglio.»

Nel corridoio la madre fece un movimento che Renato sentì più che vedere: un peso spostato da un piede all’altro.

Augusto sollevò il mento di un niente. Non sembrava irritato. Sembrava interessato, che era peggio.

«Le hanno riferito male», disse la maestra. «Io non ho detto che il ritratto non può stare in classe. Ho detto che i bambini non sono soldati.»

«I bambini», disse Augusto, «sono esattamente ciò che gli si insegna a essere.»

«No», disse lei. «I bambini sono bambini.»

Augusto prese il tagliacarte, lo fece scorrere tra indice e pollice. Non per usarlo. Per tenerlo.

«E lei sarebbe qui per proteggerli.»

«Sono qui per insegnare.»

«La differenza», disse lui, «è più teorica di quanto lei creda.»

La maestra non si mosse. Solo la cartella le si alzò di mezzo centimetro contro il petto, seguendo un respiro trattenuto male.

«Io insegno a leggere», disse. «A scrivere. A stare seduti. A non mangiarsi le unghie. A contare. Le cose che servono.»

Augusto accennò un sorriso.

«E a salutare no.»

«No.»

La parola uscì secca. Senza tremare.

Nello studio l’aria si strinse, come prima dei temporali grossi, quando le tende restano immobili e anche il silenzio cambia peso.

Augusto posò il tagliacarte.

«Lei è giovane», disse.

La maestra non abbassò lo sguardo. «Sì.»

«E le persone giovani fanno spesso confusione tra coscienza e vanità.»

Renato non capì tutta la frase. Riconobbe il tono.

«Può darsi», disse lei. «Ma non oggi.»

Augusto si appoggiò allo schienale. La sedia scricchiolò appena.

«Suo padre fa il ferroviere.»

La maestra strinse una volta sola la cartella. Renato lo vide.

«Sì.»

«Lavoro delicato.»

«Come tanti.»

«E ha una sorella più piccola.»

La maestra tacque.

Nello studio il silenzio non era vuoto. Pesava.

«Sì», disse infine lei.

«Bene.»

Augusto chiuse la cartellina.

«Allora capisce da sola che in certi momenti bisogna saper distinguere ciò che si pensa da ciò che si fa.»

La maestra guardò la cartellina chiusa, poi i guanti piegati, poi il bastone in un angolo. Quando tornò con gli occhi sul padre, quel moto gli risalì dal basso, stavolta più netto, quasi duro.

«No», disse. «Capisco che in certi momenti è più facile piegarsi.»

Augusto non si mosse. Solo il pollice destro si staccò dall’altro.

«Sta attenta a come parla.»

«Sto attentissima.»

Il cuore gli batteva nelle orecchie. La stanza si fece più piccola. Il ritratto al muro incombeva.

Augusto si alzò.

Non era un gesto violento. Era peggio: lentezza e misura.

Fece il giro della scrivania piano. Non andò subito verso di lei. Passò accanto alla finestra, poi al bastone, poi al margine del tavolo, come se stesse misurando la stanza e non la persona.

«Lei ha studiato», disse. «Questo le fa credere che le parole servano a qualcosa da sole.»

La maestra non arretrò. Solo il mento si sollevò di un niente.

«Servono più del suo bastone», disse.

Nel corridoio la madre trattenne il fiato. Renato lo sentì chiaramente. Anche lui smise di respirare per un istante.

Augusto guardò il bastone, poi lei. Sorrise con una sola metà della bocca.

«No», disse. «Il bastone serve meno, ma meglio.»

La frase restò lì. Ferma. Renato capì che se la sarebbe ricordata, e proprio per questo gli fece schifo.

La maestra abbassò gli occhi per la prima volta. Non verso il pavimento. Verso la sedia bassa che non aveva preso.

«Se ha finito», disse, «torno in classe.»

«Non ho finito.»

Augusto appoggiò due dita sulla cartellina che lei teneva stretta. Non gliela strappò. La toccò soltanto. Un gesto piccolo, quasi educato, che a Renato parve peggiore di uno schiaffo.

«Lei oggi torna in classe», disse. «Domani pure. La prossima settimana forse anche. Le sedi si spostano. I nomi pure. Sarebbe sciocco costringere gli altri a pagare la sua rigidità.»

La maestra guardò quelle due dita sulla cartellina. Renato vide la mascella stringersi ancora.

Poi lei fece una cosa che Renato non dimenticò più: non indietreggiò, non rispose subito, non si giustificò. Sollevò lentamente la cartella, obbligando il padre a togliere le dita da solo.

Augusto le ritirò.

«Ho capito», disse la maestra. Non diceva sì. Non diceva va bene. Era una frase che restava dritta.

Augusto inclinò il capo.

«Lo spero.»

La maestra si girò. Arrivata alla porta, si fermò un attimo. Non tanto da sembrare una sfida. Ma nemmeno una fuga. Voltò appena la faccia verso Renato, non verso Augusto. Solo allora il ragazzo vide bene i suoi occhi. Non erano occhi coraggiosi. Erano occhi stanchi che avevano deciso di non abbassarsi più di così.

Poi uscì.

La madre si scostò per farla passare. Le mani delle due si sfiorarono appena, all’altezza del grembiule. Niente di più. La maestra andò via senza voltarsi.

Nel corridoio, il rumore dei suoi passi restò qualche secondo. Poi il portone. Poi più niente.

Augusto tornò dietro la scrivania. Sistemò la cartellina al centro del tavolo, raddrizzò di un dito il calamaio, ripiegò il tagliacarte nel posto esatto da cui l’aveva preso.

Renato restò fermo dov’era.

«Hai visto», disse Augusto. Non era una domanda.

«Sì», disse il ragazzo.

Augusto annuì.

«Ricordati questo. C’è chi regge il peso e chi se lo fa mettere addosso. Tu devi imparare da che parte stare.»

Tutte le cose della stanza gli parvero meno forti di un bottone ricucito male con filo nero.

«Sì», disse.

Ma mentre lo diceva capì — senza ancora saperlo pensare bene — che il padre aveva parlato per tutta la mattina dalla parte sbagliata.

Continua...

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Discussioni

  1. Un racconto in cui la tensione é quasi palpabile, nonostante la calma apparente dei gesti. Mi piace la giovane maestra, così tosta che non si lascia piegare dal potere rappresentato dall’uomo con un nome imperiale romano. E mi conforta il finale del bambino che comincia a capire.