
La maglietta
Tu sottile linea che hai diviso a metà la mia vita. Tu che sei stata il mio prima e poi il mio dopo. Non ti guardavo più oramai da tempo. Appena sbiadita, ma sempre presente e indelebile nella mia mente. Solo oggi ti guardo con occhi diversi, solo oggi, ti riconosco per quello che sei veramente tu.
Tutto ebbe inizio nella mia vita, improvvisamente.
Mi ricordo che venni convocata una fresca mattina di Maggio. Mi fecero entrare in una stanza semibuia. Tre uomini vestiti con camici bianchi, dietro ad un tavolo. Io seduta davanti a loro. I loro volti severi mi diedero il loro responso, la loro sentenza. “Vede questo è quanto, non ci sono dubbi. Fra venti giorni si deve presentare qui, a digiuno.”
Questo fu tutto quello che compresi, alla fine della loro lunga spiegazione.
Uscii da quella stanza, ma non fui scossa da quelle parole. Fu come se avessi dovuto assumere per forza una pastiglia amara, ma che dopo un po’, come accade nella realtà, il sapore amaro scompare. E così fu per me.
Tornata a casa, quasi non ne parlai con nessuna delle persone che mi circondavano. Non volevo vedere volti preoccupati per me: c’era già il mio diventato impassibile e questo mi bastava.
Passarono così i venti giorni. Fui per tutto quel tempo sempre nella mia impassibilità, ignara di una situazione a me sconosciuta, e quindi, senza riscontro alcuno.
Il fatidico giorno mi presentai in ospedale. Fui accolta dalle infermiere che con volti sorridenti, mi riservarono un trattamento volto a tranquillizzarmi. Io però ero già tranquilla di mio. Infatti non ebbi mai nemmeno per un attimo paura, di colui che avrebbe potuto portarmi via per sempre. Non era stato mai nei miei pensieri, fin da quando me lo avevano comunicato. Non ne ero spaventata, non so dirne il perché.
A metà mattina mi portarono in una stanza asettica. Messa su di un tavolo freddo con le braccia aperte come su di una croce, mentre mi preparavano, io guardavo fisso il soffitto, dove luci abbaglianti scrutavano il mio corpo. Ricordo solo il volto di un giovane con gli occhiali e mascherina, che avvicinandosi a me, con lo sguardo sorridente mi disse: “Conti fino a dieci.” Al tre io chiusi gli occhi.
Mi risvegliai nello stesso letto nella camera, che avevo in comune con un’altra donna, da dove ero partita per quel viaggio nel buio, solo che ora bende strette mi fasciavano, e un tubicino usciva da esse. Ogni tanto un liquido giallastro lo riempiva fino a sfociare in un sacchetto di plastica, appeso a bordo letto. Avevo male, molto male. Tanto male. Allora quei volti sorridenti si presero ancora cura di me. Antidolorifici, solo quelli.
Dopo tre giorni, venne da me uno dei tre camici bianchi, e mi disse sorridendo: “Tutto è risolto. Fra qualche giorno tornerà già a casa. Dovrà seguire controlli periodici, e una cura preventiva per scongiurare le recidive.”
Lo guardai, ma per tutto il tempo delle sue parole la mia impassibilità restò stampata sul mio volto. Oramai non l’ avrei mai più tolta da dentro e fuori di me.
Quando il tubicino smise di colorarsi di giallo, fu il segnale del mio via libera per tornare a casa.
Come unica raccomandazione, mi fu detto sempre sorridendo: “Le bende le può levare fra una settimana, così potrà anche lavarsi.”
Così seguendo queste indicazioni, io lo feci. Non fui curiosa nei giorni precedenti, io che durante le medicazioni che mi fecero in ospedale, non mi ero mai vista senza bende, allo scadere del settimo giorno, mi misi davanti allo specchio, ed iniziai a toglierle. Tolta l’ultima mi guardai, e tutta la mia impassibilità svanì immediatamente. Mi misi ad urlare forte, sempre più forte, e a piangere, e più mi guardavo e più urlavo. Non riuscivo a staccare gli occhi da quella orribile vista. Credo che passai più di un’ora in quello stato. I dolori dell’operazione erano stati niente a confronto. Questo era un dolore proveniente dalla mia anima, e come tale insostenibile, ed impossibile da alleviare in altre maniere.
Quando alla fine riuscii a calmarmi, e tornata lucida, decisi di avere due atteggiamenti futuri.
Nella mia stanza ogni giorno mi sarei guardata con orrore, invece quando sarei stata in mezzo alle altre persone, sarei stata tranquilla e serena. Non volevo coinvolgere nessuno nel mio dolore. E poi perché dirlo. Chi lo avrebbe mai compreso. Si, mi avrebbero sorriso, e poi? Solo chi ha provato questo dolore lo può veramente capire.
Così quella linea sottile, ai miei occhi, segnò come una lama d’acciaio la mia vita. Perché ora la mia vita era diventata una vita a metà. Tutto quello che facevo o sentivo non era più lo stesso di prima.
D’estate mi coprivo con vestiti pesanti, non lasciavo mai che qualcosa potesse essere visto, che quella linea sfuggisse in qualche maniera da essi.
A volte mi coprivo tanto, solo per nasconderla anche a me stessa, alla mia vista.
Quando facevo la doccia, non abbassavo mai lo sguardo su di lei. E nel tempo non mi misi più davanti allo specchio, nessuno specchio. Lei era diventata il mio marchio. La odiavo con tutta me stessa. La odiavo per quello che mi aveva fatto provare.
L’idea di colui che avrebbe potuto decretare la mia fine, non mi fece mai nel tempo lo stesso effetto. Lui non era visibile come lei. Lei era la mia disgrazia.
Passo parecchio tempo, e l’odio verso quella linea, si tramutò in indifferenza. Lei non faceva più parte di me, tutti i ricordi, tutta la sofferenza, la vergogna, furono relegati infondo ai miei pensieri. Avevo imparato come fare ad aggirare il problema: lei non faceva più parte del mio corpo. Non esisteva più. L’unico modo per convivere con essa.
Finché un giorno un uomo entrò nella mia vita, o meglio gli permisi di entrarci. Aveva i capelli neri, gli occhi profondi ed uno sguardo buono. Cominciammo a frequentarci, a conoscerci. La sua dolcezza e sensibilità mi coinvolsero sempre di più, e fu per lui lo stesso coinvolgimento nei miei confronti, per il mio essere misteriosa e in qualche modo ostile.
Lo vedevo con occhi pieni d’amore per me, desideroso di capirne il motivo. E come accade a tutti gli amanti, ci prese la voglia l’uno dell’altro. Così improvvisamente si risvegliò forte il mio tormento, quella linea sottile, nascosta, ignorata, si fece avanti prepotentemente nei miei pensieri, nella mia vita. Allora al mio amante dissi in risposta alle sue richieste di fare l’amore: “Anche io ti desidero, però di me avrai solo la metà del mio corpo. Assapora il mio fiore, coglilo e vivi con me il piacere che questo ci dà.” Sapevo che era una scelta a metà che gli chiedevo, ma io ero a metà.
Lui accettò senza replicare, perché aveva capito che doveva esserci qualcosa di molto importante, dietro quella imposizione. E per un certo tempo fu così.
Finché una sera lui prese coraggio e mi disse: “Perché quando facciamo l’amore, non ti togli mai la maglietta?”
Fra di noi era nata una fortissima intesa, mi fidavo di lui. Così finalmente dopo anni di silenzio verso tutti, e verso il mondo, mi decisi e gli raccontai tutto quello che mi era successo, tutto il mio dolore per il mio marchio. Lui allora mi rispose serio: “Per me non è importante.” E sorridendomi delicatamente mi sfilò la maglietta, quella ultima benda invisibile. Tremando gli dissi: “Mi vergogno, è deturpato.” Lui allora abbassò lo sguardo sul mio seno, e piano piano, andò a baciare quella lunga striscia sottile.
Lui ci vide quello che io non ci vedevo più da molto, da quando fui operata tanti anni prima.
Poi mi guardò e mi disse: “Non devi vergognarti di quella cicatrice, non la devi odiare. Lei e il simbolo della tua vittoria. Tu sei viva, hai sconfitto la morte. Amore mio. Questo è quello che conta veramente.”
Io allora a quelle parole piansi, di un pianto antico, era tanto tempo che non piangevo più.
Ricordo che lui mi abbracciò rassicurandomi. Facemmo l’amore e fu come se io non fossi, non mi sentissi più a metà. E’ come se il suo bacio e le sue parole così importanti, avessero riunito la mia vita. Mi sentii finalmente, nuovamente una donna. E’ stato ieri che mi ha detto queste parole il mio amante, e oggi ti guardo sottile linea con occhi diversi, sorrido, e ti guardo con gli occhi dell’amore.
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Cara Cinzia, mi lasci senza parole. Respiro profondamente, e ci provo. Brava, bravissima per aver trovato il coraggio di scrivere questo racconto. E brava, bravissima per quel finale che finale non è, ma piuttosto un nuovo inizio. L’amore guarsice, l’amore cicatrizza le ferite più profonde, e tu riesci a trasmettere con grande bravura questo messaggio. Un abbraccio.
Grazie Nyam Z. per le tue parole riguardo il mio racconto. Le sento profondamente vicine. Penso che con tutti i nostri racconti, formiamo e suscitiamo un insieme di emozioni bellissime. Ognuna che va ad avvicinarsi alle altre, diverse ma, meravigliose.
Brava Cinzia, un racconto ben scritto, le parole giuste, senza eccedere. Toccante, perché quella cicatrice, in fin dei conti, ce l’abbiamo tutti, nel corpo o nell’anima, quando manca l’accettazione, quando abbiamo paura, quando “mostrarsi” diventa così difficile. Preferiamo mettere un velo su di noi, per sentirci protetti. Nell’attesa di quella mano giusta che lo tolga per noi. Poi, pare, diventa tutto più semplice. Certamente un cammino faticoso da affrontare soli. Brava ancora Cinzia, perché nei tuoi racconti arrivi sempre a toccare, con gentilezza, temi molto delicati.
Grazie Cristina per il tuo commento. La tua sensibilità fa rispecchiare una situazione dovuta ad un problema singolo, con quello che tutti noi ci portiamo dentro. Ti ammiro molto come persona e per i tuoi racconti. Faccio sempre tesoro di quello che mi dici. A presto
Un racconto toccante, a tratti un po’ struggente, su una questione molto delicata. Una prova che tantissime donne devono affrontate e che richiede del tempo per essere accettata e superata. Piacevole la conclusione positiva. L’ amore come cura per le ferite irrisolte, nella mente e nell’ anima, e` spesso il rimedio piu` efficace.
Grazie M. Luisa Manca per il tuo commento. Cerco sempre di dare conclusioni positive nei miei racconti, anche se nella realtà non sempre le storie finiscono così.