La mano

Serie: Orrore ispiratore


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Gli autori di questa raccolta si ispirano ciascuno a uno scrittore diverso, che si tratti del suo stile o di un testo in particolare. Il secondo episodio è stato realizzato da @joe8Zeta7, ispirato all'omonimo racconto "La mano" di Guy de Maupassant: un sequel in epoca moderna.

Avevo atteso a lungo quel momento. Mesi di logoranti trattative, montagne di documenti, una burocrazia tortuosa e funzionari permalosi, sempre pronti ad accendere la miccia. Ero esausto. Talmente stanco da restare a letto, nonostante i rumori inevitabili di Londra. All’epoca, abitavo nel sud della City: un angolo pacifico e riservato, ben distante dal cuore pulsante e animato della metropoli. Vivevo da solo in un piccolo appartamento in un complesso residenziale: nulla di straordinario, ma si adattava perfettamente alle mie esigenze. Qualche anno prima, avevo ereditato una piccola somma, una modesta garanzia per il futuro. Ero un freelancer, un insegnante: mi piaceva davvero quel lavoro. E, benché non guadagnassi abbastanza da potermi consentire una vita agiata, ero felice di ciò che avevo. Non nutrivo invidia o astio, perché avrei dovuto? I soldi non possono comprare la felicità, il loro potere è sopravvalutato.

«Ma possono comprare una casa, il cibo, i vestiti, una vacanza. Sei un ingenuo, tutto qui.»

Sorridevo alle parole di quella ragazza. Era più grande di me: dieci anni, per la precisione. Ma la differenza d’età non era mai stato un ostacolo tra noi. Semmai, lo era il nostro modo di vedere le cose. Mi considerava alla stregua di un ragazzino, un giovane uomo, che viveva di illusioni e si accontentava di poco. Lei, al contrario, mirava in alto. Troppo in alto. Quando vidi il vero volto dietro quella maschera, capii che fra noi non poteva funzionare. Fu lei a lasciarmi, cancellandomi dalla sua vita in un respiro. Chi mai potrebbe agire con tale freddezza?

Ironia della sorte, era stata proprio lei a consigliarmi di intraprendere la strada dell’insegnamento. E, da allora, mi ero costruito un nome. Gli studenti mi cercavano da tutto il mondo, mi restavano fedeli e, a poco a poco, il mio conto in banca lievitava. Iniziai a fare progetti, iniziai a sognare. Piccole cose, in realtà, ma l’idea di dedicare me stesso al perseguimento di un obiettivo mi dava la forza e il coraggio di affrontare la vita. Poi, un giorno, quei sogni si tramutarono in ambizione. La semplicità, che mi aveva sempre fatto da guida, fu improvvisamente scossa da una lettera. Proveniva da Ajaccio, in Francia. A quanto pare, ero l’unico erede di tal sir John Rowell, un cittadino inglese trasferitosi lì nel 1875. Centocinquant’anni: un tempo impossibile anche solo da immaginare. Non nego di aver pensato, sulle prime, ad una bufala, una truffa. Non persi tempo ad accartocciare il foglio e a lasciare che svanisse sul fondo del cestino.

Che assurdità, conclusi.

Nessuno mi aveva mai parlato di questo Rowell, un cognome che con la mia famiglia, per quanto ne sapessi, non aveva nulla da spartire. Eppure, più si susseguivano i giorni più il tarlo del dubbio s’insinuava in me, mormorandomi le parole adatte a far vacillare la coscienza. E, poi, c’era la scatola, quel piccolo contenitore, che mi era stato consegnato assieme alla missiva. L’avevo accantonata in un angolo della camera. E lì era rimasta, dimenticata.

Qualunque cosa contenga deve essere estremamente preziosopensai, notando la cura con cui era stata sigillata.

Non mi sfiorò nemmeno per un istante il pensiero che, al contrario, potesse contenere qualcosa di estremamente pericoloso. Di sicuro era pesante. Troppo, forse. Quando la sfilai dall’involucro, realizzai trattarsi di un legno antico, pregiato. Ebano, ipotizzai. Gli intarsi in ottone, che ne decoravano gli angoli e taluni incavi sulla superficie, riflettevano una luce peculiare, per certi versi sinistra. Intagli, ormai consunti, lasciavano intravedere motivi geometrici irregolari, nonché alcune lettere di parole ormai impossibili da decriptare. Perché mai qualcuno si sarebbe dovuto prendere la briga di spedire oltreoceano una roba simile? L’unico modo per avere una risposta era aprirla. Ma era più facile a dirsi che a farsi. Il tempo non era stato magnanimo e il meccanismo della serratura, corroso dalla ruggine, risultava impossibile da sbloccare con metodi ortodossi. Non volevo romperla: era un oggetto d’antiquariato e ho sempre rispettato ciò che racconta una storia. Decisi, pertanto, di affidarmi ad una leva e ad un martelletto. Piccoli e mirati colpi: prima o poi, avrebbe ceduto, ne ero certo. E così fu. Quando udii lo scatto gridai di gioia. Subito, però, fui investito da un odore malsano, rivoltante. Odore di morte. Ebbi quasi timore a scoperchiarla. Ma, alla fine, la curiosità ebbe la meglio. Il legno crepitava, mi parvero come lamenti. Avevo il cuore in gola. La puzza era insostenibile.

Coprii il volto con un lembo della manica, un gesto tanto necessario quanto effimero. Poi, la vidi: una mano. Un orrendo arto, mozzato all’altezza del polso, tenuto assieme da brandelli di pelle, ormai marcia, e da tendini così sottili da essere quasi indistinguibili. Lasciai cadere la scatola a terra. Ero disgustato. Mi fiondai al lavabo, ero sul punto di vomitare. Mille pensieri si sovrapponevano nella mente, mille domande a cui non potevo dare risposta. Né tantomeno ebbi il tempo di farlo. Poiché, mentre mi sciacquavo il volto, provando a liberarmi di quell’orribile immagine, sentii un suono alle mie spalle. Mi voltai. La mano era lì, sul tavolo. Urlai. E, in quell’istante, balzò sul mio volto. Dio, come puzzava! Mi soffocava. Stringeva così forte che emisi un gemito. Ero pervaso dal terrore. Ma mi sforzai di restare lucido. Allungai il braccio alla mia destra: estrassi un coltello dal ceppo. Senza esitare, lo conficcai in quell’abominio. Non saprei dire se fosse in grado di provare dolore, ma si staccò da me. Cadde al suolo con un tonfo sordo. Me ne allontanai. E, nonostante la lunga lama sul dorso, continuava a dimenarsi e a correre sul pavimento come uno scorpione. Non scorderò mai il rumore delle sue dita sulle mattonelle, né quell’oscuro lamento che esalò, allorché si accasciò senza vita al suolo. La mutilai, gettando quei putrescenti frammenti di carne nell’immondizia.

Conservo ancora la scatola. Ogni tanto, mi sembra di percepire un’ombra di quel fetore, come se qualcosa, al suo interno, attendesse ancora. Non ho mai scoperto chi fosse veramente sir John Rowell. E non voglio saperlo.

Serie: Orrore ispiratore


Avete messo Mi Piace7 apprezzamentiPubblicato in Horror

Discussioni

  1. Giuseppe, c’è poco da dire, sai scrivere. Con questo genere hai un certo feeling. Anche la scelta del tema è un classico. Più che i romanzi e i racconti ispirati a questa idea, ricordo un film che ai tempi, ero piccino, mi aveva impressionato parecchio. Mi piace molto il tuo stile e il modo in cui padroneggi le descrizioni, riesci a dare forma alle scene e agli oggetti e il lettore non deve fare alcuna fatica per immaginare ciò che racconti. Complimenti per come sei riuscito a muovere il racconto, a introdurre il protagonista, per poi scaraventarlo dentro la tua storia. Secondo me, l’horror migliore è quello che sfrutta un’introduzione normale, che rilassa il lettore, e poi lo spinge dentro la trama più surreale. Ottimo testo.

  2. Per prima cosa scrivo: Complimenti!
    Credo che il racconto al quale ti sei ispirato sia contenuto in una raccolta Feltrinelli che ho in libreria; sicuramente lo recupererò, mi hai messo davvero una curiosità addosso!
    Una cosa che ho notato è che il testo è scorrevole e soprattutto coinvolgente anche senza l’uso di molti dialoghi; a me riesce difficile, invece questo racconto mantiene l’attenzione dall’inizio alla fine. Credo che sia grazie alla scelta minuziosa delle parole.
    Bravo 😉

  3. Ciao Giuseppe! Ti sei misurato con un gigante del genere, e te la sei cavata egregiamente!👏🏻 Non ne dubitavo. Per un attimo ho visto l’Ash del grande Bruce Campbell combattere contro la sua stessa mano nel sequel di Evil Dead 😆

  4. Ovviamente non conoscevo il racconto originale, ma vedendo chi era l’autore di questo, sono andata sulla fiducia e ho fatto benissimo. Molto coinvolgente e ben scritto. Per una volta, non è neppure finito in modo tragico, quindi l’ho apprezzato ancora di più😂Bravo Giuseppe!

    1. Innanzitutto, non posso che ringraziarti per la fiducia, cara Melania: è davvero importante per me!
      E, poi, ovviamente, per aver apprezzato questo racconto.
      Un immenso grazie! 😊🙏

  5. Ottimo! Almeno su tre punti: riesci a evocare le atmosfere di altri tempi; sei riuscito a farmi sentire il fetore della scatola; mi hai spinto alla ricerca del racconto da cui hai tratto ispirazione…
    Buona domenica, Giuseppe!

  6. Non so perché ma mentre leggo, talvolta sento la tua voce narrante e quindi l’atmosfera si fa più diciamo, completa! Devo essere sincero, non conosco l’opera originale. dovrò un minimo documentarmi al riguardo. Posso fare i miei complimenti, pur non conoscendo l’autore e la storia che ti ha ispirato😅? 🤣🤣

    1. Certo che sì, caro Loris! Anzi, ti ringrazio molto per aver apprezzato il racconto anche senza conoscere quello a cui mi sono ispirato, oltre che per sentire la mia voce narrante durante la lettura. 😊🙏

  7. Un racconto questo che, sebbene trovi la sua ambientazione nei giorni moderni, è intriso di quel sapore caratteristico delle storie dark di una volta, di cui Guy de Maupassant era certo un esponente. Nel rievocare questo stile e queste atmosfere @joe8Zeta7 è un vero maestro. Inoltre se l’è cavata alla grande nel ricostruire un sequel con questa eleganza, creando il personaggio del successore di questo John Rowell che, nonostante il protagonista non ne voglia sapere più nulla (e a ben vedere), lascia nel lettore una inevitabile curiosità di approfondire ulteriormente. E dove porta tutto questo? Al racconto originale dello scrittore scelto, in questo caso Guy de Maupassant! Secondo me, così facendo, hai centrato in pieno l’obiettivo iniziale della serie, Giuseppe! Ovvero quello di seminare per quanto possibile quanta più curiosità nei confronti degli scrittori a cui ci si è ispirati. Grazie come sempre per aver partecipato, la tua scrittura è preziosa per il gruppo Rue Morgue! 😀

    1. Grazie mille, Gabriele! 😊🙏
      È sempre un vero piacere dare il mio contributo al gruppo. Questa serie, poi, è particolarmente interessante, perché dà all’autore il compito di stimolare la curiosità verso lo scrittore scelto e l’opera selezionata.
      E queste sfide, come ben sai, mi stimolano parecchio! 😁👍