
La maschera della peste
Serie: La maschera della peste
- Episodio 1: La maschera della peste
- Episodio 2: La Terapia
STAGIONE 1
E se qualcuno la seguisse? Quell’uomo… quell’uomo che da alcuni minuti le cammina alle spalle, quell’uomo dal cappotto nero si avvicina. E se fosse un maniaco? Se la volesse stuprare? Carolina accelera il passo, si muove svelta. Nessuno. Non c’è anima viva e il lungomare di Senigallia è un buco freddo di silenzio, un agglomerato di asfalto e cemento senza scopo. Marzo ispira malinconie sottili, accentuate dalle luci gialle e anonime dei lampioni. Fermarsi. Oppure tornare indietro. Per vedere le intenzioni dell’individuo. Per scacciare il timore.
Carolina si blocca. Mani sui fianchi, cerca di darsi un tono. Un’occhiata a una radice di un albero che crepa la strada, a un’edicola chiusa più avanti e alle Nike bianche e rosa. Camminare è la sua passione però queste situazioni le detesta. Specialmente d’inverno, le capitano sempre d’inverno. Lei che cammina sola sul marciapiede, che ha paura. Si morde una pellicina, i polpastrelli sono di nuovo macchiati di biro. Smetterla. Una volta per tutte. Glielo ha ripetuto persino l’analista. Un bel respiro, la schiena dritta e magari andarsene, perché si vedono già dei refoli di nebbia nell’oscurità. Tornare verso la Golf e superare quell’uomo che ora però si è fermato. Quell’uomo biondo che fischietta… si guarda intorno… quell’uomo che no… non è possibile per dio! Indossa… sì cristo è così! Indossa una maschera nera da medico della peste! Sputa in terra e mima gesti osceni!
Panico. Carolina diviene ghiaccio. Nel cervello, sotto la pelle, nelle ossa, dentro.
Il volto alterato dallo stupore, non riesce a capacitarsi, a ragionare.
Sembra proprio un pazzo… un orco arrapato, un mostro!
L’uomo nero si avvicina, tende le braccia, la chiama. Lei allora si scuote, è una scarica elettrica, pizzica i nervi. Corre, fugge via, vola.
Ma lui la insegue, la incalza, non le dà tregua. Sarà sua, in questo tardo pomeriggio intrigante. Userà maniere spicciole, se deve, sarà inflessibile e spietato perché il desiderio lo tortura. Veloce. Lui è più veloce, ha un fisico prestante, la raggiungerà facilmente.
All’improvviso Carolina si volta, gli esibisce il dito medio e scavalca il muretto scrostato del marciapiede. Verso il mare. A tutta birra. Verso la salvezza. Essere nel buio della spiaggia priva di ombrelloni. Essere al sicuro. E poi magari trovare un bastone per difendersi da lui, dall’orco che la spaventa.
Fino alla battigia. Per sentire il rumore delle onde. Per scomparire come un fantasma. Carolina corre a perdifiato poi rallenta, si ferma, si volta ancora. No, non era un’allucinazione, pensa ansimando, quella maschera terribile con la protuberanza a becco d’uccello… quei buchi neri al posto degli occhi che la fissavano, che le avevano fatto gelare il sangue.
Dove cavolo l’avrà trovata?
Nessuno. Nell’ambiente pregno di umidità sempre nessuno tranne una nave accesa in lontananza. E lui è scomparso. Di colpo. D’incanto. Svanito più rapidamente di un incubo.
Cos’è successo?
Perplessa, si stringe nel piumino rosso, sistema meglio il cappello di lana, riflette. Luci dal porto uguali a palline da tennis, le insegne colorate di qualche ristorante e il grido di un gabbiano. Un cimitero di detriti fra i piedi, una matassa di canne di bambù poco distante che assomiglia a una specie di capanna bagnata dall’acqua. Niente intorno. Vuoto e sabbia. Uno spicchio di luna compare fra branchi di nubi simili a lupi insieme a una manciata di stelle. Il mare d’inverno ha un aspetto ancestrale, è una reliquia. E lo spazio si riempie di un pedalò dismesso che appare e scompare come un’epifania salvifica. Fumare. Adesso vorrebbe fumare, perché l’inquietudine torna a pungolarla. Cerca le sigarette nelle tasche, trova solo le chiavi di casa e quelle della Golf. Il cellulare? Batteria scarica, lo aveva lasciato in camera coi compiti di Latino da correggere.
Scricchiolio di gusci sotto i piedi, urta qualcosa con una gamba. Abbassa lo sguardo e incontra la morte. Una grossa carcassa di tartaruga in evidente stato di decomposizione a giudicare dal tanfo che emana. Carolina si piega sulle ginocchia, tocca il carapace con un dito. Saranno più di dieci anni che non ne vede una. Da bambina le piacevano molto, specialmente quelle più piccole d’acqua dolce. A guardarla così sembra un mostriciattolo addormentato nelle tenebre, un dinosauro in miniatura che riposa dopo chissà quale fatica. Invece è andata. Marce le zampe e ciò che resta della testa. La puzza tuttavia è insopportabile anche lì all’aperto. Rivolta lo stomaco come un calzino. Il naso tappato con una mano non basta e Carolina si rialza. Tornare indietro? Sì, altrimenti rischia davvero di vomitare. Fino a quel capanno vicino al sottopasso ferroviario, arrivare là, il suo profilo scuro non è molto lontano. Per vedere che fine ha fatto l’orco, per capire perché non l’ha inseguita. I piedi affondano nella sabbia, il cuore sempre in subbuglio. Col volto tirato e lo sguardo vigile, perché la solitudine può riservare ancora delle sorprese. Può essere sua nemica. Un bastone, eccolo. Accanto a due barattoli arrugginiti. Nodoso, lungo, robusto. Carolina lo prende e si sente già meglio. Andare da lui, affrontarlo per togliergli la maschera orribile. Grossa buca evitata per un soffio, un calcio a una bottiglia di plastica vuota e a ciò che resta di uno sdraio. Le Nike le danno noia, si vede sempre a sprazzi. Starnutisce. Carolina si ferma, brividi lungo la schiena, starnutisce ancora. Lei ha un fisico modellato dalla palestra, ma dovrebbe comunque riguardarsi invece di desiderare le sigarette. Soprattutto dovrebbe evitare di andarsene in giro con quel tempo rigido.
Un rombo assordante sopra la testa, stritola il silenzio in un baleno. Carolina sobbalza, mani sulle orecchie, sguardo verso il cielo ma non vede nulla.
Un jet militare, accidenti a lui!
Poi sente dei versi che non sembrano umani. Stringe con più decisione il bastone e avanza piano.
Arriva vicino al capanno, suoni sinistri graffiano l’aria.
Merda, sembra proprio…
Il ringhio di un cane. Che sta per attaccare. Spaventata guarda meglio, gli occhi verdi si sforzano, cercano di individuare il pericolo. Grossa sagoma nera, zampe possenti piantate nella sabbia, terrificante. Ma non ce l’ha con lei. Il cane nero è rivolto verso il suo inseguitore, verso l’orco che ora è paralizzato dalla paura. Cane nero contro uomo nero, non fa una piega.
― Dammi una mano — la supplica l’uomo, gettando via la maschera.
― Da dove è spuntato? — gli domanda Carolina, la voce incrinata dall’ansia.
― Non lo so, ho cercato di seminarlo ma non c’è stato verso… buono bello, stai buono!
― Cerco aiuto.
― Sbrigati!
La bestia, tesa come una corda di violino, non si cura affatto della sua presenza. Abbaia, si fa più vicina al bersaglio, mostra le zanne. Sembra proprio che stia per colpirlo.
D’istinto, Carolina lancia il bastone all’uomo. Non può fare altro. L’angoscia le stringe le viscere, la fa tremare.
― Vado a cercare aiuto ¬— gli ripete, balbettando.
― Fai presto!
Un fischio inatteso. E una voce maschile roca che grida spesso un nome, insieme a qualche insulto.
― Artù, dove cazzo sei?
Carolina arresta i passi, spera nell’intervento provvidenziale della voce. Sta per urlare con tutto il fiato che ha quando sente un altro fischio, questa volta molto più lungo.
― Torna qui Artù! Stasera mi fai proprio girare le palle!
Un’ultima occhiata al suo nemico poi il doberman si dilegua in un lampo.
Si è appena alzato un vento leggero, si sente il clacson di un’auto distante.
Carolina e l’uomo nero si fissano nel buio annacquato dalle luci del marciapiede e da quelle del sottopasso, proprio mentre un treno merci sferraglia veloce.
― Prima sembravi un fulmine — commenta lui a voce alta, liberandosi del bastone. — Sei stata fantastica.
― Vaffanculo!
— Perché?
— Mi hai spaventata a morte, cazzo!
— Vieni qui.
Lei non aggiunge altro, non serve. Non tenta nemmeno di fuggire, di difendersi, lo segue dentro il capanno a testa bassa, consapevole di ciò che l’aspetta.
L’uomo la fa subito sua, la palpa, la bacia, la spoglia. Il freddo non lo ferma, la porta scassata da cui entra il sibilo del vento neppure. Vuole la sua bocca, i suoi baci, il suo sesso. La ama con ardore, le sussurra parole audaci. Lei non si oppone, non si protegge, non si vergogna, anzi partecipa con foga, con trasporto alla sinfonia d’amore. I corpi s’intrecciano in balia di alchimie selvagge, le voglie si mescolano, le menti si confondono. Contro una parete, a terra, su una sedia coperta di stracci la carne esulta finché non esplode di piacere.
Terminato l’amplesso, l’uomo si riveste in fretta, le fa capire che deve andarsene.
— Niente è più erotico di una follia — sospira Carolina, seduta vicino all’unica finestra da cui entra la luna, lo sguardo perso e solo le Nike addosso. — Non trovi?
— Assì?
— Già.
— Forse hai ragione.
— Ho sempre ragione — ridacchia lei, indossando il perizoma. — È ovvio.
— Un grande uomo una volta ha detto che le parole sono un orpello inutile in certe situazioni.
— “Orpello”… sì, mi piace — Carolina è in ginocchio, cerca la canottiera. — E chi sarebbe questo grande uomo?
— Io — la porta scassata si apre e lui scompare.
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