La Necropoli Sotterranea

Serie: Regina


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Ancora una volta Carlos riesce a cavarsela, ma una scoperta senza precedenti rischia di sconvolgere la vita all'interno del distretto di Manhattan...

«Una necropoli sotto Manhattan… Arnold, ti rendi conto?»

Arnold ed io stavamo ascoltando quello che mai avremmo creduto di poter ascoltare. Arnold era arrabbiato ma, allo stesso tempo, non poteva fare a meno di tenere gli occhi fissi sullo schermo del televisore. Io ero stato l’unico ad avere messo fisicamente piede lì, oltre i soccorritori che erano giunti per trarmi in salvo, eppure non mi ero reso realmente conto di cosa quel posto rappresentasse. Lo capii dalla tv: una città sotterranea, una città dedicata ai morti, un cimitero pieno di tombe e costruito nel marmo! Non trasmisero alcuna immagine se non la faccia di qualche archeologo che aveva ispezionato il sito. Adesso lo chiamavano così! Io sarei tornato lì molto presto, assieme ad Arnold, che adesso era seduto accanto a me sul divano di casa mia ad ascoltare come un pesce muto ogni singola dichiarazione rilasciata dagli esperti invitati ad intervenire nei vari notiziari: antropologi, storici e chi più ne ha più ne metta. Ma quelle facce sapienti nascondevano a stento la mia stessa meraviglia. Anche se le ragioni di quella meraviglia erano diverse dalla mia. Da quel poco che avevo inteso, non capivano come fosse possibile che una necropoli di circa tre chilometri si estendesse nel sottosuolo a una profondità mai riscontrata prima in nessun tipo di costruzione umana. Altra questione era la presenza di tombe babilonesi nel sottosuolo americano. Esatto: non erano tombe comuni. Non solo erano antiche, ma non sarebbero dovute stare là. Vada per Aztechi e Inca… o per i misteriosi Maya, ma i Babilonesi? Turismo nell’età antica? Semplicemente non era possibile. E anche un paio di geologi sembravano perplessi sulla fattura e datazione dei reperti, ma archeologi e antropologi erano sicuri. Su questo concordavano tutti. Io ero decisamente eccitato all’idea di tornare a lavorare su quella tratta. Arnold, al suo solito, brontolava

«Rischiamo di perdere il lavoro. »

Arnold era decisamente accigliato.

«Cosa c’entra il nostro lavoro?»

«Tonto di un ragazzone, davvero non ci arrivi? Hanno scoperto una necropoli. Se chiudono tutto e trasformano quella zona in un sito archeologico o, peggio, in un museo sotterraneo per i turisti, quel tratto di metropolitana non aprirà più e ci cacceranno. Hanno già ridotto il personale, adesso ne avranno due di troppo…»

«Al massimo ci sposteranno di zona. E poi dovranno pensare a come rimpiazzare la tratta. Se ci va bene, lavoreremo come muli.»

«Tu sei troppo ottimista. Se continua così, chiuderanno tutta la metropolitana per cercare altro…»

«Se io sono troppo ottimista, tu sei troppo pessimista. Piuttosto, non sei curioso di tornare là? Hanno cacciato via tutti. Chissà perché poi.»

«Come sarebbe a dire perché? Avevano paura combinassimo qualche guaio e danneggiassimo qualche antico rudere. Sai, magari calandoci con la corda alla Indiana Jones e sbattendo il culo su lastricati di marmo antichi come le mummie egizie…»

Da due giorni Arnold non faceva che rivolgermi battutine piccate. Doveva essersi spaventato parecchio. E siccome mi sentivo in colpa, lo lasciavo sfogare. Del resto dovevo ricompensare il favore che mi aveva fatto tacendo con Terry sulla mia quasi morte, cosa che mi aveva salvato da ore di monologhi serrati sul senso di responsabilità coniugale: bastava Arnold.

Fortunatamente dopo alcuni giorni venni accontentato. Io ed Arnold venimmo richiamati al lavoro e proprio sul quel tratto. Purtroppo arrivato sui binari rimasi deluso: avevano chiuso tutto. Il varco non esisteva più. Arnold era felice. La sua zona di lavoro era salva. Ma io osservavo quel muro e pensavo a cosa ci fosse dietro. Ma lavorare nei pressi di una necropoli era solamente il secondo dei due pensieri che occupavano la mia mente: non riuscivo a smettere di pensare a lei. Nessuno l’aveva vista, ed io ero così confuso. Quando ripensavo a quel viso, a quel sorriso che si era affacciato su quella pelle levigata come il marmo di quelle tombe, provavo agitazione. Forse era il senso di colpa. Forse la meraviglia provata. Avevo tenuto per me quell’incontro. L’istinto mi aveva consigliato così dopo aver domandato se ci fossero altri dispersi oltre me. Non ero davvero sicuro di quello che avevo visto. Eh no! Ero davvero sicuro di quello che avevo visto! Ma ero altrettanto sicuro che non fossero presenti donne al momento del crollo. Non volevo essere scambiato per un pazzo. Ma forse lo stavo diventando.

«Carlos, datti una svegliata!»

La voce di Arnold mi riportò ai miei doveri. Smisi di pensare e iniziai a lavorare seriamente.

Nonostante la stanchezza, quella notte stessa, dormii male, davvero male. Sudavo e mi mancava l’aria. Sognavo quel muro e poi lei, la sua voce. Perché? L’immagine di quel volto andava e veniva. Chiudevo gli occhi e compariva, lì, davanti a me, li aprivo e scompariva. Solamente verso le due di notte riuscii a prendere sonno. Sentii i miei occhi chiudersi e la mente sprofondare nella pace più totale. Dovettero essere bei sogni quelli che feci, perché mi svegliai rilassato. Andai al lavoro con un bel sorriso stampato sulla faccia. Era dal giorno del primo crollo che non mi succedeva.

Lavorai, lasciando ad Arnold la piena libertà di dire ciò che voleva mentre io mi limitavo ad assecondarlo. Poi per la prima volta, da quando ero sposato, ruppi la monotonia della mia routine giornaliera e dopo il lavoro, invece di tornare da mia moglie e piazzarmi davanti la tv, decisi di recarmi nei pressi di un piccolo chiosco che vendeva street food cinese. Ordinai due porzioni di crocchette di riso e mi sedetti. Quando la cameriera portò i due piatti, io iniziai a mangiare fissando il piatto di fronte al mio. Ero in attesa, impaziente, ma senza una ragione apparente. Poi una figura sottile si avvicinò al mio tavolo e si sedette di fronte a me. Osservai il suo viso e pensai di avere un’allucinazione. Lei sorrise. Lo ricordavo perfettamente, anche se la luce del giorno colorava diversamente le sue guance e il pallore era stato sostituito da un candore rosaceo. I suoi occhi non erano più dominati da un lucido riflesso ambrato, ma da un’insolita luce blu, identica a quella che aveva illuminato il suo viso in quei sotterranei. E i suoi capelli neri erano adesso ordinatamente raccolti in una lunga treccia. Una sciarpa rossa le avvolgeva il collo e un giubbino marrone copriva le sue esili spalle.

Io ero come inebetito. Avevo capito chi era, ma non provavo alcuna emozione. Non ero sorpreso; non ero felice; non ero spaventato. Perché?

«Grazie per aver accettato il mio invito, Carlos.»

Conosceva il mio nome.

«Sono felice che tu sia qui, Regina.»

Lei sorrise

Regina? Si chiamava così? Come facevo a saperlo? Ero così calmo e a mio agio. E continuavo a mangiare come se nulla fosse.

«Perdonami se ti ho fatto venire qui, ma ho bisogno del tuo aiuto.»

Io ascoltavo in silenzio come se parlassimo di normali questioni. Ma in quelle parole non c’era nulla di normale.

«Dimmi cosa devo fare» risposi, ma lei si era già alzata ed era andata via.

Perché avevo risposto così? Non sembravo a disagio o perplesso. Perché quelle parole non mi avevano fatto scoppiare in una fragorosa risata o lasciato a bocca aperta? L’unica cosa certa fu che quella sera non rincasai, ma mi recai al lavoro proprio su quel punto della tratta. Lì trovai regina, in piedi, davanti a quella parete. Nel momento in cui la intravidi lei si voltò e mi sorrise, proprio come aveva fatto quando si era seduta al chiosco di quel tavolo. Io annuii. Perché? Non ne avevo la minima idea. Appoggiai il borsone da lavoro sui binari e lo aprii. Estrassi dei… candelotti. Candelotti? E i miei attrezzi? L’interno del borsone era vuoto ad eccezione di quei candelotti. Erano rossi con una miccia inserita. Dinamite? Avrei voluto urlare, ma ero così tranquillo. Lei si scostò come a sapere cosa avrei fatto. Io invece ero impegnato a capire cosa facevo con della dinamite in mano. Io non sapevo maneggiare la dinamite! La mia mente entrò velocemente nel panico, il mio corpo no. Provai a urlare, ma la mia bocca rimase muta e seria. Intanto le mie mani sistemavano i candelotti alla base del muro. C’era il rischio che venisse giù tutto. C’era il rischio che ci rimanessi la sotto e questa volta per sempre! Regina, al contrario, sembrava tranquilla.

«È tutto a posto?» domandò.

«Sì» risposi come se non me ne importasse nulla.

Questa volta fu lei ad annuire. Io rimasi fermo e osservai la sua mano sottile sollevare l’indice e il medio e strofinarli l’uno contro l’altro: una fiamma blu apparve. Poi si chinò avvicinandosi alla miccia. Provai ad afferrare la sua mano per fermarla, provai a tirarla via… ma solo nella mia mente. Rimasi lì, immobile, mentre un enorme boato inghiottiva l’intero tunnel.

Serie: Regina


Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Questo episodio mi ha fatto tornare alla mente il primo titolo in assoluto che ho ascoltato su Audible e che mi ha fatto innamorare della piattaforma: L’altra città.
    Lì, un archeologo, durante gli scavi di Tenochtitlan, risveglia un antico demone, Ipalnemohua,
    Qui, invece, viene risvegliata quella che pare una regina vampira, almeno credo sia una vampira.
    Comunque, questo per dire che la storia mi appassiona e mi piace di più ad ogni episodio! 😊👍

    1. Ti ringrazio molto. Ho ripreso il mito del vampiro perché mi serviva una creatura millenaria che entrasse facilmente nell’immaginario del lettore. Dal prossimo episodio si capirà meglio. Grazie sempre e a presto.

  2. @LaMascheraRossa Onorato che le mie osservazioni ti abbiano suggerito qualcosa, davvero 😀
    In effetti, Carlos in versione succube ha un ruolo paradossalmente più “attivo” come personaggio, forse perché lo rende direttamente coinvolto, come vittima (o una delle vittime) della vicenda. Ad ogni modo continua così che, succube o non succube, scrivi bene a prescindere e ti fai leggere sempre volentieri. Un saluto!

  3. Interessante la scissione fra mente e corpo che Carlos subisce nella parte finale: l’hai realizzata bene, con quel “sono felice che tu sia qui, Regina” che ha la funzione di destabilizzare ma al contempo suggerire che c’è qualcosa che non va anche nello stesso protagonista. Alla parola “candelotti” poi, l’intento si svela immediatamente: quello che ci voleva per innestare voglia di proseguire la lettura degli altri episodi (non che non ci fosse, ma una buona dose di suspense nelle ultime righe è sempre gradita quando si parla di serie ad episodi, siano esse di un testo o cinematografiche)

    1. Grazie per aver proseguito con la lettura del racconto. Sono ben consciente del ritmo un po’ “moscio” di questi primi episodi, ma fin dall’inizio avevo in mente di lasciare i momenti più importanti negli episodi finali. Avevo bisogno di banalizzare la realtà quotidiana con i suoi ritmi e personaggi poco reattivi per contrapporla in modo più efficace a quello che verrà. Il prologo incentrato sul personaggio di Regina mi è servito proprio coma “alibi” per impostare gli altri episodi in modo più anonimo. Lo ammetto, fino ad adesso ho lasciato che il lettore sonnecchiasse in compagnia di Carlos, ma dal prossimo episodio la bilancia tornerà in linea retta. A proposito, l’idea del Carlos succube me l’hai suggerita tu. Non dovevo arrivare al finale in questo modo, ma la tua osservazione precedente sugli stati d’animo mi ha ispirato. Complice anche la mia pigrizia emotiva, lo ammetto. Grazie sempre per le tue osservazioni, mi stanno aiutando molto. E non lo dico tanto per dire.

  4. Molto bello anche quest’episodio. È chiaramente un caso di succubato, tipica coartazione vampirica. Un classico, ma ci sta perfettamente. Interessante la matrice babilonese, un twist rispetto alla convenzionale collocazione transilvanica.
    Sei un ottimo sceneggiatore oltre che scrittore. Ma forse mi sto ripetendo…

    1. Ti ringrazio molto, anche per la pazienza che hai dimostrato nel seguire la serie. Consideralo un esperimento, dato che si tratta del primo librick a episodi che scrivo. I miti classici della letteratura horror mi piacciono molto e per questa ragione li utilizzo o cito spesso anche se poi preferisco improvvisare e mescolare mito e storia senza seguire gli accostamenti più tradizionali.