
La nostra prima casa insieme
Quando la trovammo non ci sembrò vero.
Dopo tutto quel tempo passato a cercarla, le speranze, le delusioni.
E poi tutto è successo perché potessimo averla: le risposte veloci, la visita il giorno dopo, i documenti che tu avevi già preparato per poter essere pronte a tutto.
La nostra prima casa insieme.
Io, che da quando ero bambina ho sempre condiviso i miei spazi, che non ho mai saputo cosa voleva dire chiudersi dentro il mondo sicuro della tua camera da letto, certa che nessuno sarebbe entrato a disturbare.
Ero così emozionata, ricordo di aver detto a qualcuno: “Finalmente andiamo a convivere, in una casa intera!”, hanno riso, quando hanno capito che si trattava di un normale appartamento.
Per noi è stato molto di più, una luce calda nel caos viscido che ci avvolgeva, che ti stava soffocando. “Almeno questo” ci dicevamo, “almeno una cosa bella, ti prego”.
Ci siamo strette la mano sotto il tavolo, mentre entusiaste abbiamo firmato il contratto.
Pochi giorni dopo il trasferimento già ci sentivamo a casa, e ogni volta che il nostro sguardo si posava su un dettaglio ne riscoprivamo la bellezza: la porta di vetro a seprare il salone dalle altre stanze,avere una vasca da bagno, la comodità del letto matrimoniale, l’enorme divano di velluto rosso che ci aveva conquistate.
Eppure non era bastato, non i cieli rosati dei tramonti che ci perdevamo ad osservare dalle lunghe finestre arcate del soggiorno, mentre io dolcemente ti abbracciavo da dietro, non le mattine con l’aria pulita e luminosa delle montagne, così calme e lontane dai ritmi frenetici della città; il tuo dolore troppo grande, calava su di te come un’ombra minacciosa a toglierti il sorriso, i sogni, la voglia di vedere un altro giorno.
In pochi mesi abbiamo riempito la casa di ricordi, momenti agrodolci, dove ogni risata si nascondeva dal prossimo momento di buio. I stupidi balli in cucina, sistemando dopo cena, svegliarsi insieme di notte per andare in bagno e aggrapparsi l’una a l’altra nell’oscurità, ridendo. Le giornate in cui non ce la facevi ad alzarti dal letto perché il peso del mondo era troppo, ma che insieme facevamo finire in un abbraccio e lacrime di speranza.
La nostra bella casa, che ci ha accolte e protette, dove ti sei sentita così al sicuro da non volerla più lasciare, mai.
Abbiamo cercato di decorarla perché parlasse di noi, con i miei libri e cristalli sparpagliati, la foto di tuo nonno, le uniche due piante ancora in vita, i poster che ci siamo portate dietro dagli anni passati. Abbiamo allineato le tue spezie orientali in bella vista, ordinato arte psichedelica da appendere ai muri, installato luci fioche e colorate.
Abbiamo fantasticato su come sarebbe stato poter finalmente ospitare le nostre famiglie lontane, invitare gli amici a cena, un rifugio per noi ma aperto ad accogliere.
Per un momento avevo sperato che questo potesse bastare, che potesse aiutarti, almeno un poco, a salvarti dal mare in cui stavi affogando.
Ma non è stato così.
Sei dovuta partire, perché te lo implorava il cuore e lo necessitava la mente. Perché dovevi essere con loro, la tua famiglia, i tuoi amici, il tuo popolo. Perché il tuo dolore non lo può capire una terra che non prova dolore, che non è nata e cresciuta nella paura e nel rifiuto. Sei dovuta partire, per ritrovare te stessa e la tua identità, per poterti sentire libera, quantomeno di essere chi sei.
La nostra prima casa insieme, ora che non siamo più insieme, mi sembra insopportabile.
Non so che farmene di un intero divano, di tutte le candele profumate ed i poggia vaso a forma di vinili.
Perdo la pazienza ogni volta che sbaglio a dosare il riso, ho la sensazione che qualcuno mi segua quando percorro il corridio di notte per andare al bagno, mi rattristano i silenzi della mattina.
Vorrei gridarti che sono arrabbiata, perché mi hai lasciata sola, perché non è giusto.
Vorrei dirti che mi dispiace, per non aver saputo aiutarti meglio di così, per tutti quelli che non ti hanno capita, e che ti aspetto ogni giorno.
Ma se tu ora stai meglio, amore mio, se la tua ombra lì non ti ha trovata e il mondo è un po’ meno pesante, a casa nostra non tornare.
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L’aria pervasa dalle ombre e dall’eco di emozioni ancora vibranti….pulsanti senza posa, trascinati, sospinti dal suono malinconico della solitudine…..
Bellissimo.
Non lo avevo più riletto dopo averlo pubblicato.. ti ringrazio
Dolorosamente evocativo. Hai ripescato delle sensazioni che avevo sepolto da qualche parte nella sabbia, rinchiuse in un barattolo di vetro che una volta conteneva della marmellata di albicocche.
Tu sei stata un’ondata che le ha riportate alla luce. Fortunatamente il tempo le ha rese meno amare e poi avevo fame…
Molto intenso e piacevole da leggere. Grazie mille!
Grazie a te Emiliano, menomale che il tempo ha potuto allegerire i ricordi… la marmellata per addolcire 🙂
Una intensa dichiarazione di amore nel dolore dell’assenza, quel saper restare in disparte sperando che l’altra/o sia felice, anche senza di noi e le cose che ci sono appartenute insieme. Bellissimo racconto.
Grazie Bettina! Ma quanto è difficile lasciare andare?
Una bellissima lettera, in un tempo in cui nessuno ne scrive più.
Grazie per averla condivisa, con tutte le emozioni che hai evocato.
Grazie a te per aver letto, ti abbraccio.
Non ci vuole molto a capire quando il dono c’è. Quando l’inchiostro scende giù da solo.
Molti si arrovellano e non fanno che parlare di loro stessi, con personaggi che altro non sono che una loro bella – o brutta – copia.
Ecco, quando invece si inciampa nella vera narrativa scopriamo che non c’è più distanza tra noi e gli altri. Che tutti si possono riconoscere un uno sguardo, in un sorriso. Nella casa dei sogni.
Complimenti: bello, intenso, scritto benissimo.
Ti ringrazio per il tuo commento.
Ci ho pensato, prima di condividerla, perchè la sento molto personale, ma scrivere è sempre stato il mio modo per esorcizzare.
Credo che siano proprio le tristezze più profonde a farci sentire simili agli altri, quasi tutti prima o poi accarezziamo gli stessi dolori.