La Notte più Buia – Parte I

Serie: Neromondo


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Sotto un cielo plumbeo, il protagonista stenta a piantare la mazza runica nel suolo arido. L'amico Drenato interviene offrendogli un raro cristallo d'ambra per attivare una cupola protettiva. Il sollievo è però breve: qualcuno o qualcosa trafigge Drenato alle spalle.

«Non ce la faccio più,» sibilò Olioda, allungando le dita nodose verso il focolare. Le fiamme danzavano frenetiche, piegate dai soffi d’aria gelida. «Meglio che Morbene torni con del cibo stavolta. Mangerei pure uno scoiattolo.»

Velaca sollevò il capo, fissando la bianca melma che si infrangeva contro la cupola con un sibilo acuto, frantumandosi in brandelli di luce cinerea contro il cielo scuro. I bastoni glifici tremavano appena, rimasti saldi al suolo; i nodi di luce che ne segnavano il perimetro erano ancora intrecciati tra loro in una trama di cerchi, incandescente.

«Con questo diluvio sarà già tanto se troverà una lucertola rintanata sotto un sasso,» rispose Velaca infine con la voce resa roca dal fumo. «Certo, se ci buttiamo sopra un po’ di sale, potrebbe persino diventare saporita.»

Il brodo – se lo si poteva definire ancora tale – ribollì nel paiolo di ferro, gorgogliando. Velaca immerse il mestolo di legno, agitando pigramente il liquido torbido.

Calio fissò quella manciata di radici e di erbe selvatiche che galleggiavano in superficie. «Sì, vabbè, te lo mangi tu il rettile gourmet,» aggiunse, passando convulsamente lo straccio di cotone sul lercio che incrostava le giunture del suo gambale. «E puoi anche girare quella sbobba quanto vuoi, Vel, non ne migliorerà il sapore. Più che una cena, mi sembra il pattume avanzato di casa mia.»

«Sarebbe un banchetto al confronto, credimi,» ribatté Velaca, senza smettere di mescolare. «Manca poco che dovremo bollire le stringhe dei calzari per dare un po’ di sostanza a questa merdata.»

«Oh, ma davvero?» La voce di Nadia giunse alle loro spalle, costringendo Olioda a trattenere un gemito di spavento. Era raggomitolata nel suo mantello umido, i capelli appiccicati alle tempie. «Allora devo approfittarne finché posso, prima che passiate alle suole.»

Velaca scosse il capo, ma non riuscì a trattenere un mezzo sospiro. «Una porzione a testa. Lo sai,» ammonì, pur inclinando il paiolo verso di lei. Il vapore del brodo avvolse il viso di Nadia, nascondendo per un istante i cerchi neri sotto le sue palpebre.

«Dai. Non vorrai che venga assalita dai morsi della fame durante il turno di guardia?» rispose lei. Nadia si scrollò lo spadone dalla spalla, appeso a una logora striscia di cuoio. L’arma ricadde con un tonfo sordo sul tronco dove erano seduti i ragazzi; la corteccia rugosa vibrò sotto l’impatto, sollevando uno spruzzo di mota gelida che andò a morire nel fuoco con uno sfrigolio. Calio interruppe i suoi vani tentativi con lo straccio, fissando di sottecchi quel pezzo di ferro. Era privo di fodero e talmente nero che pareva assorbire la poca luce del focolare. Nadia si chinò davanti a lui per raccogliere la scodella che aveva lasciato lì a terra con i rimasugli della cena.

«Ti dispiace?»

Calio si voltò dall’altra parte, borbottando: «Prego.» Allora la donna la raccolse con un gesto lento, quasi cerimoniale. Un piccolo sorriso le increspò le labbra, accentuando il neo al lato della bocca. Poi la porse davanti al pentolone.

Velaca sbuffò, facendo stridere il mestolo sul fondo annerito. Brandelli di carne coriacea e verdure raggrinzite emersero dal fondo, sollevando un vapore speziato che gli fece dolere lo stomaco. Riempì la scodella fino al bordo ruvido.

«Hai un cuore d’oro, Vel.»

I ragazzi non osarono protestare. Osservarono in silenzio la schiena di Nadia e il dondolio dei suoi fianchi allontanarsi verso l’ombra delle tende.

«Sia gloria al Tetramorfo per averci messi nello stesso gruppo con lei,» mormorò Olioda.

«Preferirei avere un Cacciatore decente che una passera brava solo a fartela odorare,» interruppe Calio, tornando a guardare a strofinare.

«Smettetela, sembrate un lupo che latra alla luna e una volpe che non arriva all’uva,» li zittì Velaca. «E comunque, se sente quello che dite, vi riduce peggio dell’ectoplasma lì fuori.» A quell’ultima parola eruppe uno scoppio più forte degli altri, a est.

«Se solo potessimo mangiarli. Saremmo a posto per tutto il viaggio,» disse Olioda.

«Invece saranno loro a banchettare con noi,» aggiunse Calio, fissando il punto in cui la barriera glifica vibrò. Un altro sfrigolio, stavolta simile a carne che brucia su una piastra, scosse il perimetro a nord. Dall’oscurità liquida emerse una figura.

«Toh, ecco il nostro cacciatore. A mani vuote, tanto per… cambiare?»

La figura avanzava. Gobba. Minuta. Poco più alta di un bambino.

Il mestolo cadde nel brodo.

Velaca imbracciò la balestra che teneva sempre con sé. «Se quello ti sembra Morbene, cavati gli occhi e buttali nel pentolone!» Il mirino metallico era già fisso sul petto scoperto della creatura. La pelle cuoiosa era tirata allo spasmo, tanto da lasciare intravedere le ossa. Solo un lungo lembo di stoffa lo copriva dalla vita in giù. Ai suoi piedi, un ammasso di melma strisciava tra i fusti d’erba come un predatore silenzioso. L’ectoplasma si ritrasse. Si compresse. Poi scattò contro la barriera. Il piccolo scoppio secco fece scattare il dito sul grilletto. Per un soffio non partì il colpo. Quando la nube di pulviscolo si dissolse, della piccola figura non restava più traccia.

«Abominio del cazzo,» imprecò Calio, la voce ridotta a un filo teso.

«Ne sei -» Le parole di Olioda furono troncate da un boato sordo. «Cos’è stato?»

«Lato est!»

Velaca fece scorrere la balestra verso est. La mira vacillò. La trama di glifi… interrotta. Il vuoto nell’insenatura del bastone glifico. I frammenti del cristallo sparsi nel fango. La cupola si stava aprendo. Una fenditura frastagliata, lasciando penzolare trame di bagliore corroso. La pioggia entrò.

Continua...

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