La Pantafeche

Serie: Le notti di Ottobre


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Quarto librick di una serie che ruota attorno alla notte di Ognissanti e alle storie locali di folklore italiano. Autore: @darkdan

Il fischio della caffettiera la fece sobbalzare sulla sedia e, inevitabilmente, provò quel solito dolore alla schiena che iniziava come mille aghi che la pungicavano dispettosi per poi stabilirsi ad un martellamento lieve ma onnipresente. Ci voleva un secolo per farlo andare via.

Ad ogni modo, sollevò il suo corpo acciaccato e si diresse claudicante verso la moka uggiolante che emanava già un intenso aroma iniziando ad espandersi per la cucina. Spense il gas e con un cucchiaino dal cassetto mescolò il liquido scuro osservandolo e annusandolo, come se fosse stato il primo caffè mai fatto, anziché il settimilionesimo.

“Ciao mamma.” Una donna più giovane entrò trafelata e le schioccò un bacio facendola traballare. “Madonna Santa Teresì! Mo mi facevi cadere!”

La donna rise mentre sua madre le versava del caffè in una tazzina: “Fai colazione?”

“No no, sono già in ritardo.”

“E Gabriellina? Non deve anda’ a scuola?”

“Non si sentiva bene stamattina. Sembrava… agitata. Non lo so, ora magari la vado a svegliare.”

“Ma no, ma no Terè, lasciala tranquilla, se salta un giorno non casca mica il mondo. Se ne sta con la sua nonnina.” Disse l’anziana strizzando l’occhio, con un sorriso felice.

“Va bene. Corro, sennò poi mi licenziano e dovrò stare anche io con la nonnina!”

“Ma guarda questa…” L’anziana sollevò una mano mimando il gesto di voler dare uno schiaffetto alla figlia che si era già diretta alla porta di casa. Scosse la testa sorridendo e preparò la tavola per lei e la nipotina. Mise le tazze, il latte fresco, il pane e la marmellata con il burro.

“Gabriellinaaaa, scendi a nonna che la colazione è pronta.”

Non udì alcuna risposta dall’altra stanza. “Gabriellina…”

Si avviò lentamente verso la cameretta della nipote e con la nocca dell’indice bussò alla porta socchiusa. Senza attendere, varcò la soglia e notò che la bambina era sveglia. “Tesoro, credevo dormissi ancora.” Gabriella sembrò non accorgersi della presenza della nonna, continuava a tenere lo sguardo fisso in un punto della stanza. La nonna si avvicinò al letto e quando fu abbastanza vicina le sfiorò la manina. La bimba avvertì le dita callose della nonna e si riscosse da una sorta di ipnosi.

“Nonna…” sussurrò.

“Amore, che succede?”

“Mi ha fatto paura…”

“Hai fatto un brutto sogno?”

La nipote scosse la testa, “brutta… tanto magra… i capelli sembravano bagnati e puzzava… Di terra.”

Il volto della nonna si fece serio a quelle parole. “Si è messa qui…” proseguì la bambina, simulando con la mano, un grande peso sul torace “Non mi faceva respirare e… mi fissava.”

“Da dove è arrivata, tesoro?” Le chiese la nonna, accarezzandole la testa.

La bambina sollevò una mano e con il dito indicò l’angolo tra la finestra e l’armadio, celato dall’ombra sebbene la luce del mattino fosse già intensa.

“E sia…”

“Cosa?” Chiese la bambina.

“Niente, niente tesoro, dai vieni che nonna ti ha preparato la colazione.”

Mano nella mano, nonna e nipote si diressero in cucina.

La nonna iniziò a spalmare la marmellata sul pane tostato, sotto lo sguardo pensieroso della nipotina “Ora faremo una cosa…” le disse con tono rassicurante, passandole la fetta di pane “Prenderemo degli oggetti, oggetti magici.”

“Oggetti magici?” Chiese la bimba, mentre affondava i denti nella mollica sporcandosi il naso di marmellata.

“Si, ci saranno di aiuto.”

“Ma…” La nipote sollevò la testa di scatto, “credi che quella signora brutta tornerà?”

La nonna le accarezzò i capelli arruffati, “non voglio mentirti tesoro mio, anche perché sei intelligente e lo capiresti. Si, la signora brutta tornerà stanotte e tutte le notti a venire a meno che noi non la scacciamo.”

“E come facciamo?”

“Vieni con me.” La nonna le tese la mano e la bambina la seguì.

Il mercato del paese era pieno di gente, tutti accalcati ai banchi della frutta e della verdura, della carne e del pesce. Le orecchie della bambina erano piene del rumore di passi affrettati e di buste di carta aperte alla spicciolata, per essere riempite di cibo che ogni mercante definiva il migliore di tutti. C’era odore di cipolla e di agrumi nell’aria, sferzata dalla mannaia del macellaio intento a sezionare uno dei suoi quarti succosi per la clientela, fra cui anche lei e sua nonna.

“Mi raccomando Filì, non troppo erte! Che la creatura ha ancora i dentini da latte.” Diceva la nonna all’uomo che tagliava la carne.

“Con questa vedrai come cresce bene, Agnè!” replicò il macellaio indicando le bistecche mentre le avvolgeva in una spessa carta marrone.

Nonna e nipote si spostarono poi dal fruttivendolo e Gabriella vide sua nonna riempire un sacchetto trasparente di fagioli e ceci, poi la prese per mano e le disse “andiamo Gabriellì”

La giornata trascorse serena fra i profumi della cucina e le storie davanti al focolare. Superate le cinque, la sera iniziò a fare capolino con le sue tinte bluastre, costringendo il sole a ritirarsi al di là delle montagne. Alla bambina parve come se quel grande globo giallo incandescente volesse andare a nascondersi dalla notte buia che presto avrebbe riempito il firmamento.

La nonna se ne accorse e posando la sua mano sulla testolina della nipote le sussurrò “non preoccuparti tesoro, ci sta nonna assieme a te stanotte.”

La porta di ingresso si aprì e sua madre entrò ad un passo pesante, opposto a quello con cui era uscita quella mattina. “Ciao bellezze!” Disse dall’altra stanza.

In quel frangente la nonna aggiunse sottovoce “ma non diciamo niente alla mamma che ha già tanti pensieri, va bene?”

La bimba annuì.

La cena trascorse serena, con qualche battuta, qualche domanda sul lavoro, i particolari della giornata al mercato.

E la notte non tardò ad arrivare…

La bambina non sapeva da quanto si fosse addormentata, il ricordo della cena era già fumoso, ma quel flebile rumore proveniente dall’angolo buio, tra l’armadio e la finestra, le fece spalancare gli occhi riempiendoli di terrore.

Non di nuovo! Urlò dentro di lei, no no no!

Due minuscoli puntini bianchi apparvero dal nero profondo e una mano, scheletrica, si mosse verso la luce. Un odore di terra umida iniziò a riempire la stanza mentre la cosa avanzava, lentamente, carponi, con arti che parevano zampe ossute, appartenenti ad una creatura crudele. I capelli lunghi e radi, grondavano acqua torbida e lasciavano intravedere la nuca violacea.

Sibilava, tenendo gli occhi fissi sulla bambina, la quale stringeva il lenzuolo sotto il mento con tutta la forza che aveva. Tremava di paura e non riusciva a togliere gli occhi da quei minuscoli puntini bianchi sul volto del mostro. Le voleva salire sulla pancia e soffocarla, trascinarla nel mondo dei morti, dove l’avrebbe tormentata per sempre. Poteva avvertire tutto questo in quelle bianche iridi.

“Allora?”

Una voce familiare, alla destra della bimba.

Gabriellina si voltò e vide sua nonna, seduta sulla sedia a dondolo che guardava la brutta signora con aria di sfida. “Sai cosa devi fare.” Aggiunse la nonna.

Il mostro sembrò confuso sulle prime, ma poi abbassò lo sguardo e notò ai piedi del letto un sacchetto di fagioli e di ceci e una testa di una scopa. Il crine era invitante, migliaia di piccole setole da guardare e contare…

Il mostro non seppe resistere e accolse l’invito. Si rannicchiò e con un indice artigliato iniziò a contare le setole e ad accarezzare i fagioli così rotondi e morbidi.

La bambina vide sua nonna alzarsi e avvicinarsi al mostro senza alcun timore. La brutta signora la guardò per un attimo e circondò il suo bottino con le braccia piene di pustole, proteggendo il tesoro.

Sua nonna torreggiava sul mostro. Alzò una mano e indicò l’angolo buio da dove la creatura era fuoriuscita.

“Vattene. E non tornare.” Lo spirito la guardò con un’espressione di rabbia famelica e poi guardò la bambina. La nonna si frappose fra di loro. “Ho detto, vattene via, immonda creatura! E non tornare!” La voce della nonna non sembrava appartenerle, era cavernosa e la bambina ebbe un tremito.

Si protese verso il mostro e quello si ritrasse, indietreggiando con la testa della scopa e il sacchetto, indietro verso l’angolo buio…

Il sole era bello e potente quando la bambina aprì gli occhi la mattina seguente. Si voltò e vide lo sguardo bonario della nonna: si sentiva bene e accolse le carezze e le sue dolci parole con gioia e la leggerezza di un incubo passato che non sarebbe più riapparso.

“È finita piccola mia. Andiamo a fare una bella colazione.”

Serie: Le notti di Ottobre


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Discussioni

  1. Molto bello. Queste figure che tormentano i sogni e il riposo dei bambini toccano parecchio. Per fortuna la saggezza e le conoscenze degli anziani sono un rimedio molto più efficace degli esorcismi. L’ho letto con piacere: fluido, semplice e un po’ di dialoghi, con qualche accenno di dialetto, che aiutano a immedesimarsi meglio nei contorni del racconto e ad apprezzarne le sfumature. Bravo e grazie per averlo condiviso con noi.

  2. Racconto molto molto bello, dove l’inquietudine cerca di soggiogare la quiete e il calore di una famiglia. In un certo verso questa storia è l’emblema della realtà: lo sappiamo tutti che i rimedi della nonna sono sempre i più efficaci. Complimenti!👏🏻👏🏻😄

    1. ciao Giuseppe, la sto tenendo a mente perchè avevo creato una sorta di incipit in cui la pantafeche in realtà era una ragazza nata la notte di Natale che secondo alcune leggende, sarebbe poi stata destinata a diventare una strega, mentre la nonna la immaginavo come la Magara, ovvero colei che combatte le forze oscure e si occupa degli spiriti inquieti.