
La passione della Regina di Cuori
Serie: Nel Paese delle Meraviglie
- Episodio 1: Il sorriso dello Stregatto
- Episodio 2: La tana del Bianconiglio
- Episodio 3: La risata del Cappellaio Matto
- Episodio 4: La passione della Regina di Cuori
STAGIONE 1
Eravamo stati attenti, avevamo controllato più e più volte; la ginecologa mi aveva detto che tutti gli anni che avevo passato a non mangiare mi avevano sicuramente indebolita, e che forse avere un figlio, in un futuro, sarebbe stato difficile. Ed invece, le lineette non avevano mentito sul perché il mio ciclo non era arrivato questo mese, ed il mondo mi era improvvisamente caduto addosso.
Non era possibile. Mi chiedevo perché dovesse succedere proprio a me: perché non potevano averceli quelle che li volevano, i figli; quelle che lo sognavano da quando erano ragazzine e che alla mia età si trovavano a convivere ed andare la domenica a mangiare a casa della famiglia di lui. A loro doveva succedere, perché era giusto così: io non ne volevo sapere, ma mi era stato insegnato presto che la mia opinione e voce non valevano così tanto da essere prese seriamente in considerazione.
Mi avevano accompagnata fuori su passi malfermi e sconnessi: la gente passava e mi fissava, fugacemente, sperando che non li notassi, quando invece sapevo quale misera figura stessi facendo, trascinata dalle braccia degli uomini della sicurezza fino nello stanzino che usavano come infermeria. Mi avevano dato da mangiare e da bere, e se il mio respiro si era calmato, non era stato lo stesso per il tremolio delle mie mani, che non ne voleva sapere di quietarsi.
Non ci potevo credere. Non era possibile. Mi chiedevo quale dio avessi potuto offendere per farmi mandare una punizione del genere, e mentre scrutavo, persa, negli occhi degli uomini che si affaccendavano attorno a me, la risposta pareva allontanarsi e svanire. E forse non era mai neppure esistita.
Mi chiedevano chi dovessero chiamare, se avessi gente, famiglia, che fosse vicina e che potesse venire a recuperarmi, o semplicemente che fosse in grado di strapparmi almeno una parola dalla bocca. Le mie labbra erano sigillate, ma in cuor mio ne ero grata: se fossi riuscita ad aprirle, non avrei fatto altro che gridare.
Le ore erano passate lentamente e, con la stanchezza, finalmente, le mie mani si erano fermate ed ora non erano altro che manichini bianchi appoggiati sulle mie stesse cosce, senza più vita all’interno. Mi ricordo vagamente come fossi ritornata a casa, con chi; l’immagine del primo messaggio che mi aveva mandato la sera, tornato dal lavoro e completamente ignaro, m’era invece rimasta impressa a fuoco nel cervello per ore intere, e fatta camminare per la stanza senza sosta. Lui voleva figli: non esattamente nei prossimi due o tre anni, ma sapevo che pensava al sé stesso del futuro attorniato da bambini che lo chiamassero “Papà” e che gli prendessero la mano mentre li metteva sul loro primo skateboard.
Mentre i miei passi risuonavano sul duro linoleum, cresceva in me il dubbio che potesse amare più il sogno del futuro sé, che la realtà del ragazzo al mio fianco: avevo paura che l’amore per me non sarebbe bastato per fargli dimenticare quello che non aveva vissuto da bambino, e mettere da parte il suo bisogno di essere necessario alla vita di qualcun altro per legittimare la propria esistenza. Non ne avevo parlato con le mie amiche perché sapevo quanto la loro opinione contasse per me, ed avevo troppa paura di farmi confondere la testa su quello che veramente volevo; non ne avevo parlato con lui nemmeno quando, per due giorni, non ero riuscita ad alzarmi dal letto, dopo essere andata a farmi rimuovere quella piccola bomba atomica che mi ero ritrovata portare in grembo e che aveva raso al suolo la mia voglia di vivere.
Quando mi aveva vista da lontano, dopo due settimane, camminargli incontro con le braccia strette contro il petto, aveva scosso la testa, lo sguardo spaventato, e mi era corso in contro. Sapeva che non mangiavo se qualcosa di male succedeva, e non avevo potuto nascondere il mio viso come invece avevo tentato di camuffare il resto del corpo: gli zigomi erano taglienti e le guance scavate, sottili, mentre larghi cerchi viola mi segnavano gli occhi e le palpebre gonfie dalle poche ore di sonno.
Per tutta la durata del viaggio in treno mi ero inventata decine di storie differenti, e convinta che sarei riuscita a non rivelargli la verità: nel vederlo, il mio cervello sembrava essersi invece spento improvvisamente, e mi ero semplicemente messa a singhiozzare nel bel mezzo dell’andirivieni. Non mi ero seduta per terra o abbandonata tra le sue braccia: ero rimasta in piedi, la borsa su una spalla e le mani aperte lungo i fianchi, il capo chino nonostante lui cercasse di riuscire a guardarmi negli occhi.
Non volevo alzare lo sguardo ed incrociare il suo: come avrei potuto resistere allora? Come sarei riuscita a mentirgli? Mi pareva impossibile, ma impossibile era anche l’aprir bocca e dirgli la verità: che avevo avuto un figlio, suo figlio, e che avevo deciso del suo futuro senza prenderlo in considerazione.
Mi ero detta che avrebbe capito; pure i dottori me lo avevano ripetuto, lentamente, e per qualche giorno ero riuscita a convincermi che, forse, sarebbe potuto succedere davvero. Poi mi ero ritrovata tra le sue braccia e mi ero resa conto che non sarebbe stato il caso.
Nei film accade sempre tutto in maniera intima: lui che arriva a casa e lei sul divano che lo guarda, lo fa sedere, e tenendogli il volto tra le mani si rivela. Io non l’avevo guardato e non lo avevo stretto: mi ero invece allontanata dal suo corpo caldo e profumato e gliela avevo sputata addosso, la verità, perché non avevo idea di com’altro riuscire a riprendere a respirare. Mi era sembrata la sola via d’uscita, e l’avevo imboccata, ferocemente, presa, per un solo secondo, da un egoismo che non sapevo mio.
In mezzo alle gambe della gente che rientrava dal lavoro, tardi, e di chi usciva ed andava a fare festa, la Terra, per noi, aveva smesso improvvisamente di ruotare su sé stessa. Avevo avuto la forza di alzare gli occhi e guardarlo: congelato, attonito, confuso. Poi la rabbia l’aveva riempito, ma nonostante la bocca spalancata, non era riuscito ad urlarmi contro, o a saltarmi addosso e riempirmi di calci. Si era voltato, lentamente, e se n’era andato. La folla l’aveva inghiottito e l’avevo visto per l’ultima volta mettersi il cappuccio, forse per nascondersi dal mio sguardo o dal peso delle parole che avevo appena detto o, semplicemente, perché non desiderava altro che di scomparire.
Ed io ero rimasta a fissarlo andarsene, la borsa ancora in spalla, gli occhi secchi e senza più lacrime; mi ero riavviata al binario chiedendomi se quella fosse, o no, la peggiore tra le scelte sbagliate che avessi potuto fare.
Serie: Nel Paese delle Meraviglie
- Episodio 1: Il sorriso dello Stregatto
- Episodio 2: La tana del Bianconiglio
- Episodio 3: La risata del Cappellaio Matto
- Episodio 4: La passione della Regina di Cuori
Bel racconto, scritto bene. Mi soffermo sul passaggio dedicato al concetto che ha questo “lui” dell’amore: il “futuro sé”, il bisogno di legittimare la propria esistenza. Questo passaggio mi sembra di particolare importanza.
Poi certo, anche la parte in cui si parla dell’aver deciso da sola del futuro di “suo” figlio ha la sua importanza, ma ci farebbe scivolare sul solito favorevoli/contrari stile social. Però un’opinione me la strappi lo stesso: un uomo non deve avere alcun potere decisionale su questo argomento.
Me lo hai fatto biasimare quest’uomo, e poi lo hai fatto uscire di scena con una dignità maestosa.
Questo episodio è di una crudezza che fa male al cuore. Si sente tutto il peso per quella decisione presa ‘da sola’. Perché credo che lei si senta proprio così, sola. A volte, per motivazioni tanto difficili da comprendere perché profondamente insite dentro di noi, agiamo nella maniera che ci fa più male e tutto poi diventa un peso da portare. Molto commovente
Cara Cristiana,
Grazie per il tuo commento.. che condivido completamente, e sono contenta hai colto. Grazie