La piscina di Camillo 

Camillo si sta chiedendo da quanti anni non lo chiamerebbero più un ragazzino. E nemmeno un ragazzo, porco Diaz. Il rosso dell’accappatoio diventa quello del cappellino che nonna gli aggiustava sui capelli di paglia. Nei suoi pensieri ci sono i cerchi che si disegnavano quando i saraghi beccavano l’esca. Camillo Benso conte di Cavour! Urlavano le dita dei ragazzini che rincorrevano il pallone. Camillo si ammira in posa da gran statista mentre l’ascensore scende, ogni piano è un anno di vita. Tin! Forse avrei potuto, forse avrei dovuto scopare di più. Non si accorge che qualcuno lo saluta. La sua pancia si ritrae dentro al costume da marinaio. Col senno di poi, anche Camillo lo farebbe invece di sciabattare verso l’erba sintetica della piscina condominiale.

Passa ore ad abbrustolirsi, con un proposito quasi cotto a puntino nella testa smangiucchiata dalle stempiature. La nostra piscina ha forma di otto. La circonferenza piccola è costellata da cilindri in pietra pomice. E da cagate d’uccello, porco Diaz. Camillo si distende e stappa un tubetto. Come una boccia di champagne. Gli piace quando qualcuno gli nota l’abbronzatura. Che contrasto con le righe bianche del costume, con la vita dei ragazzini che continuano la loro corsa nelle Big4. Ma è solo un accidente, come nascere conte di Cavour o Camillo Zagli, alfiere del coding e re della piscina di via Vignoli numero 9. La colpa o il merito non c’entrano un cazzo, Camillo ce lo spiega perché ne ha il tempo, non per passione.

Ma il tempo è anche e soprattutto noia, riflette Camillo seguendo il percorso infinito della doppia circonferenza. Ha messo modalità work mode un po’ per ironia e un po’ per avere più focus. Se potessimo scendere da questo pavimento di tegole, Camillo direbbe che ne ha pieni i coglioni di Israele e dell’Ucraina. Abbandona l’articolo per la lista degli ingredienti delle creme che mette in fila in ordine di forza. Trenta, quaranta, cinquanta. Si addormenta con velo di crema sulla fronte e un leggero sorriso che ad alcuni di noi pare un dolore.

Quando si sveglia un corpo è comparso nella sponda opposta. Un bel corpo di donna, porco Diaz. O meglio, una bella schiena, che salta fuori dall’acqua, sale sulla scaletta e annuncia e poi rivela un meraviglioso, sodo, ondulante, culo. Camillo si sente in comunione con quel posteriore e con quei due lettini divisi e uniti dall’immagine riflessa sull’acqua che si moltiplica in un caleidoscopio di presente, di universo che collassa in un unico punto che assorbe tutte le cazzate del mondo, l’eco delle grida dei ragazzini, il traforo del Frejus, il funerale di nonna che fa riunire tutti in un imbarazzo cordiale, e perfino le creme abbronzanti protezione 40, porco Diaz. Ma è all’improvviso che le gambe ed il posteriore che portano in processione si girano. Federica, la Kiki, 13 o 14 anni, calcola Camillo in una folgorazione, lo saluta mentre si strizza i capelli in una ciocca. Camillo aumenta la luminosità e si rituffa in quel paradiso di Mariupol.

La Kiki, porco Diaz. Da quanto tempo Camillo non la incontrava, col suo zainetto enorme e i piedi da gabbiano? Punta gli occhi verso il sole per tenerli chiusi, mentre lei se ne va. Sua madre però la incrociava ancora, sempre con l’aria di chi sa va verso la pioggia. Un giorno gli aveva parlato di Brighton. O forse era in Irlanda? O Brisbane?

La sera, la fantasia di Camillo lo riporta in piscina. Le sue squame hanno le macchie malate del desiderio, che fa immaginare persiane che scattano, telefoni che squillano e sirene che si precipitano, e da dietro le sbarre la pelle di Camillo che implora un raggio di sole. Ma se Camillo ha una convinzione, è che Camillo è padrone di Camillo, e che, fanculo Kant, il bene non nasce da un imperativo categorico ma dalla possibilità di godere del calore del sole. All’alba apre in un annuncio la porticina di ferro bianco della piscina. Le bracciate di Kiki si interrompono nello stesso istante in cui lui prende posizione nella sdraio.

– Ciao Camillo! –

Lui ricambia con un cenno e si ripara gli occhi dietro i doppi scudi degli occhiali. Lei rimane un attimo come a voler dire qualcosa, poi ricomincia a nuotare. Le bracciate suonano come schiaffi.

Camillo è come noi, una statua, mentre dall’altra sponda la Kiki si asciuga sdraiata sul telo. A bordo piscina un piccione beve acqua e cloro. Batte le ali e si riattivano le lancette del tempo.

– Ma quindi tu dici che tu non ti annoi a startene tutto il giorno qui? –

– E a te chi ti dice che sto tutto il giorno qui? –

– Ti ho visto da camera mia ieri, e anche prima di ieri. E anche il giorno prima. –

– Beh, mi rilasso. –

La Kiki prende lo slancio e si tuffa. Riemerge ai piedi di Camillo.

– Ma non c’è nulla di divertente da fare qui? Brisbane era mooolto più divertente – dice la Kiki, e Camillo non sa se il suo occhiolino sia per malizia o per uno schizzo.

– Prendere il sole. In silenzio – aggiunge Camillo, sistemandosi occhiali e intenzioni. Ma la staticità dura un secondo battito di ali. A Camillo, gli occhiali in mano, è saltato un tizzone in gola: una parte del costume non ha resistito all’impatto con l’acqua, rivelando qualcosa che Camillo vede senza vedere.

– Ma guarda che sciocca che sono – dice la Kiki con una smorfia ora adulta. Si tappa il naso e poi riemerge in un respiro esagerato.

– Facciamo qualcosa di divertente! – squilla lanciando qualcosa di fradicio e scandaloso sul volto di Camillo.

– Ma porco Diaz! – dice lui scaraventando in acqua il pezzo del costume della Kiki, ancora caldo di Kiki.

– È solo un gioco! – dice placida la Kiki ondulando testa e braccia. Gli occhi si rinfiammano e aggiunge: ai ragazzi di Brisbane piaceva molto, e saltella verso la circonferenza piccola, dove l’acqua appena arriva alle ginocchia. A Camillo va di traverso il fiato mentre un rimbombare di passi si fa sempre più vicino e regolare come l’urlo blu della polizia. Ma la Tittiretti nemmeno si accorge della figlia che si è lanciata in un’apnea da cui riemerge coi lunghi capelli sciolti su tutto il corpo, e chiude la porta mentre il costume si posa sul fondo come un petalo.

– Così va meglio? – chiede la Kiki riavvicinandosi con una bracciata.

– Si, così va molto meglio… –

I due stanno lì, a parlare del nulla, la Kiki indossando una minuscola parte del costume e l’acqua attorno piena di bollicine.

Quando Camillo prende l’ascensore riesce a guardarsi solo le punte dei piedi. Quello che poi sentiamo è il suo pugno che batte sul tavolo. I giorni seguenti, osserva la piscina prima di scendere. Quando non c’è nessuno mette una spunta verde di fianco alle ore che annota in un promemoria.

Ma oggi Camillo si è addormentato per il troppo sole. Quando si sveglia la Kiki è sul lettino, mezza nuda. Prendimi, so che non puoi! Con gli occhi che pizzicano di sudore lui allora dà le spalle alla piscina e segue il calare del sole, mentre il respiro della Kiki si mescola al risucchio spudorato delle bocchette.

È ancora per il sole che la volontà di Camillo perde consistenza. Scende in piscina un poco prima della Kiki, e quando il sole gli illumina il viso sa che il momento è arrivato. È lei che viene da me, si racconta alzando le mani davanti allo specchio. Sente una vertigine nello stomaco ogni volta che lei lo guarda e con le mani dietro la schiena cerca il gancio del costume.

È con gran rammarico di Camillo che l’acqua attorno alla Kiki è quasi sempre in ebollizione, fra il suo smanacciare e le conclusioni che tira d’un pugno sull’acqua.

– Brisbane era millemila volte meglio di qui! –

– Mollarmi così, per non riuscire a fare tre mesi di long distance! –

– La cosa bella di qui e che ti vendono il Bacardi senza dover mostrare nulla. –

Quando la Kiki si mette a pensare l’acqua diventa piatta e trasparente. Camillo allora impara a fare le domande giuste.

– È sbagliato che ti manchi Daleth? Che livello di tassazione ti sembra appropriato? Quand’è stata l’ultima volta che hai visto tuo papà? –

Quando il cervello le scoppia tira uno schizzo d’acqua a Camillo. Lui risponde abbassando gli occhiali e sfoggiando un sorriso. La Kiki allora si toglie anche parte bassa, e di Camillo sentiamo solo uno sconcertato balbettare.

Questa mattina gli uccelli hanno abbandonato i nidi. Sentiamo il portinaio che svuota la piscina e annuncia che l’estate è finita. È partita, continua con un cenno d’intesa, mentre Camillo la immagina in volo verso l’altro lato del mondo. Si spalma con cura la crema abbronzante e si siede nel posto di sempre, a prendere un sole che può solo immaginare e che riscalda per davvero.

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Discussioni

  1. Una vicenda narrata con la giusta dose di elementi, senza forzare su nessun fronte e gestita in maniera ottimale.
    È stato molto interessante guardare il tutto dalla prospettiva del protagonista, perché hai saputo tracciarne bene i pensieri.

  2. Devo ammettere che il fatto che nessuna ragazza molto più giovane di me (basta dire “giovane”, il “molto più” è di conseguenza) mi rassicura davvero tanto. Conoscendomi, scapperei al primo accenno per non dover rispondere male. Ho troppa consapevolezza di quanto la differenza di età pesi.
    Però questa versione in prosa di “Don’t stand so close” mi è piaciuta tanto. Molto realistica.