La poltrona 

Era morbida, accogliente. La sua stoffa vellutata e liscia circondava il corpo in un lascivo abbraccio rosso carminio che conciliava il sonno. La schiena si appoggiava, dritta e comoda, allo schienale ben piazzato e non troppo reclinato. Il cuscino della seduta, invece, era largo e cedevole abbastanza da non sprofondarci dentro. I braccioli tondi, gonfi e per nulla sdruciti, nonostante gli anni, accompagnavano dolcemente il braccio abbandonato su di essi, non scalzando i gomiti che rimanevano ben adagiati.

Sulla sua poltrona Lord O’Ralasanstay sarebbe sembrato un maragià accomodato mollemente sul suo trono a chiunque fosse entrato in quel momento in quella stanza. Tuttavia, l’occhio del visitatore distratto e per nulla esperto avrebbe capito, dall’abbigliamento, che l’uomo dalla canuta barba bianca, seduto su quella poltrona non era un sovrano orientale. La sua bella uniforme blu, impreziosita da bottoni e galloni d’oro, rivelava chiaramente la sua appartenenza ai ranghi più elevati della Marina di Sua Maestà. Era capitano, per l’esattezza. Capitano di quella nave su cui egli e la sua poltrona stavano viaggiando, galleggiando leggeri sulla superficie dell’oceano.

Era seduto in quella posizione dal mattino. Svegliatosi di buon’ora, come sua abitudine, aveva fatto colazione e la sua consueta toeletta. Poi, si era diretto nella cabina di controllo, aveva predisposto l’itinerario e dato gli ordini per la giornata al suo equipaggio. Quindi, accertatosi che tutto sarebbe filato liscio, inaspettatamente e all’insaputa di tutti, si andò a rintanare nella sua cabina.

Quando aveva richiuso la porta dietro di sé, la cosa che destò il suo interesse fu appunto la sua poltrona, adagiata vicino alla scrivania massiccia ingombra di carte e strumenti nautici.

Vi si diresse, vi sprofondò e non si mosse più.

L’unico contatto col mondo rimaneva una finestrella da cui poteva vedere la prua della nave e il ponte.

Non era stanco, il suo corpo aveva riposato a lungo. Ma le notti trascorrevano agitate da incubi che, al mattino, svanivano nell’oblio. Da sveglio, però, aveva mente lucida, nervi saldi, volontà ferrea.

Non era stanco. Voleva semplicemente smettere. 

Smettere di solcare il mare, di affrontare tempeste, di patire l’arsura del sole a picco che, riverberato dal blu proiettato in tutte le direzioni, abbacina la vista.

Ne aveva abbastanza. Affondato nel carminio avvolgente, il suo ricordo andava oltre i limiti spaziotemporali e ripercorreva in modo labirintico le migliaia di volte in cui il mare aveva provato a fiaccarlo, a farlo soccombere. I mesi trascorsi nell’agonia di intravedere un lembo di terra gli parevano secoli e lui si sentiva un vegliardo in un antro oscuro che non ha più nulla da dire.

Il mare, che adesso lui rifuggiva, lo aveva allevato cresciuto ammaliato. Da ragazzo, appena arruolato, sentiva l’euforia del beccheggio delle travi sulle onde. Esse andavano e andavano solide e spedite. La solitudine non era mai odiosa e nera perché il blu lo abbracciava e lo riempiva a tal punto che nulla al mondo gli mancava.

Lui e il blu. 

A poco a poco, però, il mare cominciò ad annodargli i capelli di sale, il sole a scorticargli la pelle e il rombo della tempesta a togliergli il sonno. Ma lui, incurante di tutto questo, procedeva spedito e solido come la sua nave.

Fece rapidamente carriera. Alcuni lo ammiravano per la freddezza apollinea che egli mostrava davanti all’infuriare dei marosi. Altri lo detestavano per la ferocia con cui dominava gli animi altrui che, come un meccanismo perfetto, eseguivano I suoi comandi e costituivano lo strumento per affrontare la superficie del mare.

In lui l’ostinazione era diventata ossessione. Più il mare lo sfidava e provava a dissuaderlo dal proseguire, e più lui si sentiva lusingato da quella sfida e si impegnava di conseguenza a far fronte a quella potenza. Voleva penetrarlo e andare fino in fondo. Possederlo, domarlo, fondersi con esso e in esso, non diventandone parte, come una creatura marina, ma avendone il controllo assoluto. Era sempre sul punto di raggiungere il suo scopo ma qualche frammento di infinito mancava sempre a quella simbiosi assoluta, mistica, panica.

In questo modo egli aveva trascorso tutta la su vita. Conosceva ogni goccia della superficie liquida del globo terraqueo. Avrebbe saputo distinguere il punto in cui si trovava anche con gli occhi bendati, fiutando soltanto l’aria salmastra e ascoltando l’infrangersi della schiuma sulla chiglia della nave.

Ogni giorno del passato, adesso, gli si presentava con un’immagine chiara: una vela sempre gonfia fino allo stremo dall’infuriare del vento. Mai uno strappo, mai una piega l’aveva attraversata. Era stata sempre lì, pronta ad accogliere la furia degli elementi e a modularsi, adattarsi ad essi per spingersi sempre un pochino al di là del limite.

Guardò il vetro della finestrella che si trovava al suo fianco: era imperlato di goccioline; era opaco e opalescente a causa degli strati di cristalli di sale accumulatisi nel tempo. Cominciava a piovigginare, mentre il sole, rosso all’orizzonte, si inzuppava d’oceano e, sempre più pesante, si inabissava mandando gli ultimi raggi d’agonia a invocare il cielo invano. Il ciclo eterno del dì e notte si adempiva anche quel giorno, nel perpetuo avvicendarsi delle cose.

Le vele dell’albero maestro flirtavano col vento che, come un amante scorretto, le baciava avidamente lasciandole umide di saliva di pioggia.

Lord O’Ralasanstay sapeva che quello era il preludio di una tempesta. Egli sentiva la nave che rullava serenamente ma, in poco tempo, avrebbe ballato come una vecchia ubriacata dal peggior rum della peggiore bettola del peggior porto del mondo. Avrebbe dovuto consultare le carte, prendere in mano gli strumenti adagiati sulla scrivania, davanti a lui. Avrebbe dovuto chiamare a rapporto i suoi uomini più fidati, dare ordini precisi, affinché il carico, di persone e merci, uscisse indenne da quella che egli presagiva fosse la tempesta finale. Avrebbe dovuto, ancora, spingersi fino al limite, combattere col gigante che lo metteva alla prova nuovamente.

Nulla.

Non mosse neanche un muscolo. Rimase ben piazzato sulla sua poltrona a guardare fuori dalla finestrella la pioggia che cadeva sempre più intensamente. Il cielo si faceva scuro, orfano di sole e soggiogato da un arem di nubi.

Lord O’Ralasanstay aveva finalmente raggiunto il suo equilibrio. Lì, su quella poltrona, che tante volte lo aveva accolto mentre, trepidante, elaborava strategie e progetti, egli trovava la serenità del voler rimanere piantato nel fulcro della bilancia. Non voleva più tendere o protendere verso qualcosa. Voleva solo stare, e basta. Voleva smettere di desiderare e di combattere. Voleva solo godersi quella sensazione di bolla che, dentro la livella, sta al centro esatto fra le due tacche.

Stare; lasciarsi essere.

Un leggerissimo capogiro lo avvertì che la danza spasmodica col mare era cominciata. Dopo qualche minuto, voci concitate miste a piccoli colpi rispettosi sulla porta, provarono a richiamare il Capitano al suo dovere. La porta era chiusa a chiave dall’interno ed era a miglia e miglia di distanza dalla poltrona su cui Lord O’Ralasanstay stava comodo, in pace e in equilibrio.

Quando dietro la porta ci fu, finalmente, solo silenzio, egli voltò lo sguardo verso la finestrella. Da lì vide la prua che cuciva le onde, inabissandosi e riemergendo con un ritmo sempre più irregolare. Il ponte era già ingombro d’acqua e corpi stremati si agitavano nel tentativo di fare qualcosa, di resistere a quella furia.

Lord O’Ralasanstay rimaneva seduto nella serenità del suo scranno infuocato. Sorrideva beffardamente e, lisciandosi la barba canuta, assisteva all’inabissarsi dei suoi sogni, del destino della sua vita.

Si aggrappava alla sua poltrona come un naufrago a un relitto del naufragio.

E con essa colava a picco.

Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Mi ha impressionata quando, a metà della narrazione, butti lì, come se fosse a caso, il verbo ‘stare’ che arriva, inaspettato a spiegare ogni cosa. Molto bella l’immagine della poltrona e quel guardare il blu farsi grigio proprio da lì. Molto riuscita la frase finale

  2. Un bel racconto, scorrevole, coinvolgente, ricco di metafore che fanno breccia. Il tuo stile di scrittura rende credibile questa storia, tra mille avventure e sventure sottintese; però ‘sto capitano… peggio di Schettino.

  3. Un racconto allegorico davvero molto evocativo e coinvolgente.
    Non l’ho trovato particolarmente prolisso: forse, solo in alcuni punti vi sono dei brevi passaggi che appesantiscono leggermente la lettura, in quanto vanno a ripetere concetti già espressi.
    Trovo, invece, che tu sia stato molto bravo nel narrare la storia del capitano, il cui nome, forse, è un po’ troppo complicato da leggere e pronunciare, per poi far capire come egli si sia ormai arreso alla sua vita e alle difficoltà che essa continua a presentargli.
    Mi è piaciuto molto.

  4. grazie a te. Insomma, io in fondo penso, per proseguire nel riferimento marinaresco, che almeno per alcuni di noi sarebbe più sano abbandonare la prua della propria vita- nave e lasciarsene invece trasportare come un qualsiasi passeggero. Un certo grado di rassegnazione e di rinuncia può essere una buona cosa e aiutare a sopportare il peso di vivere. Però, prima di arrivare a questa decisione, è meglio dimettersi dalla carica di capitano, se lo si è, per non tirarsi dietro gli altri che magari hanno altre ambizioni (è una battuta).

    1. Grazie mille del tuo prezioso feedback 🙂 Con questo testo volevo esprimere la costante pressione che facciamo su noi stessi alla ricerca della perfezione. Spingiamo noi stessi fino allo stremo e il naufragio psicofisico è inevitabile. Provare a migliorare sé stessi è una virtù ma bisogna anche accettare i propri limiti per non andare verso l’autodistruzione. Tu che ne pensi?