
La prima salita
Serie: Milano-Monte Bianco (e ritorno)
- Episodio 1: Ore 08:00 partenza
- Episodio 2: Ricerca del campo base
- Episodio 3: La prima salita
- Episodio 4: La Vetta
- Episodio 5: Il ritorno
STAGIONE 1
NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Dopo aver trovato un campeggio per la notte, inizia la prima part
Ore 19:02. Campeggio a Pre St. Didier.
La roccia altissima a fare da parete lungo tutto un lato, un grande prato, colmo di alberi forti, in fondo una collinetta che sale, subito si fa ripida e fugge chissà dove.
Entro piano, parcheggio, scendo e busso alla casetta di legno subito all’ingresso.
Aspetto.
È un campeggio di sole roulotte, tutte ampliate da una struttura a sbalzo che ne raddoppia lo spazio, piuttosto triste nell’insieme.
Non c’è nessuno…
Lascio la moto e mi addentro.
Cinque uomini stanno costruendo un tetto di legno su di una casupola di cemento piuttosto grande. Li saluto. Dal tetto si fa avanti un ometto anziano, piccolo e grosso, un gran pancione sotto la canotta bianca (ci saranno forse 10 gradi), cappellino giallo da ciclista e guanti da lavoro, dondola per inerzia come i bicchieri per bambini; è un po’ preso in contropiede dalla mia presenza, dall’alto mi dice di sistemarmi dove voglio, che «abbiamo aperto oggi» e che «non c’è nessuno» e di andare a «sistemare le cose burocratiche dopo con il figlio».
Lo ringrazio e me ne torno alla moto: ho trovato ospitalità.
Ore 19:12. Monto la tenda in uno spiazzo un po’ distante dalle roulotte, lascio la moto proprio sotto la roccia: riparo e timore. Oltre queste cime c’è la Grande Montagna.
Sistemati tenda, moto e bagaglio, vado in cerca del figlio di Gino.
Il figlio di Gino pare non esserci.
Gino dice «fa niente, facciamo domani… se per lei non è un problema», rispondo che «no, se non è un problema per lei» e poi entrambi «bene», «bene».
Torno alla tenda, prendo il nécessaire e vado a lavarmi.
Ore 19:22. Il bagno è una struttura simile a quella sopra cui sta lavorando Gino con i suoi Amici.
Quando entro dalla grande porta metallica si accendono automaticamente le luci ed è subito “2001: Odissea nello spazio”. Ceramica, vetro, metallo, bianco, azzurro, neon. Specchi e lavandini sulla sinistra, poi le docce e sulla destra le latrine. Tutto pulitissimo.
Mi lavo a pezzi e faccio l’eco nei bagni deserti dell’astronave, poi faccio la cacca.
Ore 19:42. Cena frugale.
Ore 19:52. Cammino lungo la salita che costeggia la parete di roccia. M’infilo in piccoli sentieri tra gli alberi e sbuco a picco sulla strada da un lato ed un torrente grigio ed assai vivace dall’altro.
Sto un po’ lì.
Rintendo.
Ore 21:32. Vado a nanna, domani si sale.
Fa freddo.
Ore 22:32. Fa un po’ meno freddo.
Senza sacco a pelo pesante però sto dormendo vestito.
Ore 23:32. Inizia a piovere.
Ore 23:42. Piove piuttosto forte.
Mi alzo (per così dire), sistemo tutta la roba nello zaino e nel baule, li chiudo entrambi. Sposto la tenda sotto un albero. Sposto la moto sotto la pensilina di una delle roulotte.
Torno a dormire.
Venerdì, 13 Giugno, 2008
Ore 00:43. Fa molto freddo.
Penso che fra poco andrò a dormire in bagno, tanto Gino non c’è. Già… ma quando è andato via Gino? Quando ero sulla montagnetta? Quando sono andato a dormire? Mah…
Penso che effettivamente non c’è proprio nessuno.
Penso che alle volte cosa diavolo mai mi viene in mente…
…poi penso anche che sono fortunato.
Ore 00:53. Mi addormento.
Ore 01:03. Fa freddo.
Dormo a sprazzi.
Ore 07:33. Gino ed i suoi Amici iniziano a lavorare.
Il Sole è caldo. Si sta bene.
Dormo.
Ore 09:03. Mi sveglio. Molto bene.
Esco, saluto Gino e vado a lavarmi.
Smonto la tenda, faccio i bagagli, preparo la moto e soprattutto me, poi vado a cercare il figlio di Gino.
Il Figlio di Gino è un ragazzino di nemmeno diciotto anni, che se ne sta rintanato nella casetta di legno, rannicchiato nella poltrona, in silenzio: cerca briciole di sonno, senza nessuna voglia di essere lì in una mattina qualunque di Giugno, infatti dovrebbe essere a scuola…
Lo ridesto. È proprio piccolo (la differenza con il padre è abissale, chi cavolo è Gino, Charlie Chaplin?), guance rosse, capelli chiari e ricci. A ben guardare non sembra affatto il figlio di Gino…
Gino ha per caso detto “figlioccio”?
Penso non sia il figlio di Gino e gli chiedo se mi cambia cinquanta euro, lui preferisce fare dieci tondi e «siamo a posto così», io lo ringrazio ma “così” dopo dovrò cambiare i soldi, ragazzo…
Penso sia il caso di dire a Gino: «senti caro Gino, quello nella casetta di legno lì all’ingresso, penso proprio non sia tuo figlio!» ma poi penso che no, sono cose private, Gino potrebbe già sapere.
Ore 09:33. Saluto Gino, i Ragazzi sul tetto e riparto verso Courmayeur (Taaac!).
Ore 09:43. Sono in un autogrill lungo la strada: un bellissimo Autogrill in miniatura.
Faccio una splendida colazione con cappuccino e brioche integrali al miele.
Scopro che gli avventori parlano italiano o francese o una lingua frutto di un intreccio tra le due, un po’ italiano, un po’ francese. È divertente: si tratta di accordarsi su quali parole usare e via che si gioca.
Penso che mi fermerò per sempre in questo Autogrill, affacciato sulla Montagna da un lato e sullo strapiombo dall’altro. Sogno brioche integrali al miele, avvolto dall’occitano, nel Sole che scalda l’insegna Agip e nel Vento freddo che sferza l’asfalto e fugge le foglie oltre il guardrail.
Sì, un giorno simpatizzerò con gli avventori e chiacchiererò amabilmente con l’Anziana donna che mi ha servito la colazione.
Pago ed esco.
Faccio benzina. Rientro e pago.
Ore 10:03. Sono pronto.
Saluto per sempre l’Autogrill. Si va in Vetta ragazzi.
Ripasso Courmayeur e salgo verso La Thuile, per puntare per primo il Colle di San Bernard, il Confine: 2188 metri sul livello del Mare in bassa marea (alta marea? mah…)
La strada inizialmente dolce inizia a farsi tortuosa: i tornanti tra gli alberi sono diventati più stretti e i rettilinei più lunghi e ripidi. Asfalto ruvido.
Gli alberi lentamente scompaiono e lasciano spazio al deserto delle montagne. Sole caldo, qualche mucchio di neve.
Seconda, terza, tornante, due esse da raccordare, avvallamento, occhio allo sporco sul bordo, altro tornante…
Ore 10:33. Ho fatto una trentina di kilometri, la strada è corsa su velocemente, ansiosa ed io con lei, il Freddo è più forte ma più di tutto il Vento; il Cielo muta velocissimo, le Nuvole passano basse e rapidissime, spruzzano acqua finissima, gelida e poi di nuovo il Sole vicino.
La strada è sempre più di asfalto duro, resistente ma anche sempre più rovinato dal Gelo. C’è ancora la striscia bianca ma non ci sono più i guardrail. La Terra è verde ma solo dove non c’è neve.
Ore 10:43. Mi fermo.
Sono nel nulla.
Non incontro nessuno da quando ho iniziato a salire. Fa freddo.
M’infilo la felpa (togliersi il giubbotto è terribile), poi i calzettoni sopra le calze, il sottocasco pesante e cambio i guanti con quelli invernali. Mi chiudo bene, mi guardo attorno, penso che è proprio tanto e riparto.
Guido ancora pochi minuti e poi, un perfetto villaggio di cow-boy: quattro case, il droghiere, il saloon, il ponte sul fiume e tutto il resto.
La mia attenzione cade però su di un’enorme e vecchissimo edificio, maestoso ed imponente, grigio e rosso, dall’inquietante scritta: “SCUOLA MILITARE”.
“SCUOLA MILITARE”!
“SCUOLA MILITARE”?
Ma si può?!
Scarto cavalli e mandriani, passo il ponte sul fiume Kwai, giro l’angolo e mi trovo di fronte alla più bella scena del Mondo:
nel bel mezzo del grande giardino della scuola militare, una trentina di Ragazzini, ordinati per file di sei, impettiti nelle loro eleganti divise grigie e rosse, bottoni e spalline, stanno suonando giganteschi tamburi, alzando alternativamente le ginocchia in perfetta coordinazione.
Suonano.
Suonano alle 11 di mattina a 2000 metri di altezza, perfettamente coordinati sopra al nulla.
Credo che ogni uomo dovrebbe almeno una volta nella vita venire in pellegrinaggio da questi Ragazzi d’alta quota col tamburo.
Vorrei fermarmi, è una scena incredibile di un tempo fermato, per loro forse un girone dantesco. Rallento più che posso ma non posso fermarmi, stare lì a fissarli, io in moto e loro incatenati quassù.
La curva mi attende, ricomincio a salire, li guarderò per un altro po’ dall’alto.
Ore 10:53. Non vedo più i Ragazzi della banda.
Sono preso dalla strada che s’è fatta più ripida e tira. Attento non resisto al piacere della salita. Vado.
Faccio ancora un paio di tornanti e mi ritrovo su di un rettilineo speciale: perfettamente piano e nel bel mezzo una casetta rossa di cemento armato che avrà cent’anni e dietro un arco di pietre a sormontare la strada.
Una statua di un qualche Cristo indica gigantesca la direzione dell’Italia, penso a Chi l’ha portato fin qui e spinto da che, immagino le fatiche che ha dovuto affrontare, se pensava di restare nella Storia e se nella Storia c’è.
Attraversare il Confine abbandonato è una sensazione straordinaria, come attraversare le Colonne d’Ercole. I Confini mi comprimono, m’impauriscono qua su e poi mi sento libero, libero di andare, sopra la strada che va ovunque, sopra la Terra, godendola.
Pensando a Dio, sono in Francia.
Francia. Francia. Francia.
Ore 11:03. Il versante francese è completamente diverso: innanzitutto non c’è neve ma prati che si tuffano ripidissimi a valle, colmi di fiori gialli ed in qualche modo il paesaggio è più dolce ma la strada è più stretta e quindi la sensazione di altezza ancora maggiore.
Fa freddo, ho le dita congelate, specialmente il pollice destro ed anche i piedi non stanno benissimo. Scendere un po’ sarà piacevole.
Ora dovrò andare verso la vallata, per poi iniziare a salire nuovamente verso la Vetta più alta.
fine della terza parte…
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