
La promessa
La casa nella quale aveva vissuto i suoi primi anni non c’era più. La ricordava ancora, era una tipica costruzione dei paesi del nord Europa, il tetto con le tegole, le facciate in legno verniciate di bianco e i vasi con piante e fiori colorati sui davanzali delle finestre. Adesso c’era un edificio simile ad un enorme cubo con grandi vetrate nere, tutto uguale da qualsiasi prospettiva lo si guardasse. Era un grande supermercato. Chiuse gli occhi e immaginò di vedere ancora la sua vecchia cara casa.
Tomas e Viola si erano sempre conosciuti, fin da bambini, perché erano nati e cresciuti nella stessa palazzina, che ospitava tre piccoli appartamenti, due dei quali occupati dalle rispettive famiglie. Arrivati entrambi all’età di quindici anni, si erano visti con occhi diversi e si erano innamorati.
Erano seduti su una panchina e si tenevano per mano, guardando la loro abitazione. Avevano saputo che sarebbe stata abbattuta per costruire qualcosa di nuovo. La famiglia di Tomas, appresa quella notizia, aveva deciso di rientrare nel loro paese di origine, mentre i genitori di Viola avevano scelto di trovare un’altra sistemazione e rimanere. L’indomani Tomas sarebbe partito. Lo attendeva una nuova vita, lontano dal posto nel quale era cresciuto. Lontano da Viola. Strinse forte le sue mani, ma senza farle male.
“Un giorno, non so quando, ci rivedremo, esattamente qui dove siamo adesso.”
Viola lo guardò con dolcezza.
“Tomas, amore mio, non so come, ma io ci sarò.”
Tomas era fermo davanti al supermercato e si chiedeva se davvero avrebbe rivisto Viola, come si erano promessi tanti anni fa. Erano passati quindici anni, troppi. Che cosa sciocca, si disse, pensare di poter rivedere una persona dopo così tanto tempo. Capì quanto fosse stata ingenua quella promessa, fatta da ragazzi poco più che adolescenti, nel pieno della loro infatuazione. Eppure, per tutti quegli anni, non aveva smesso di pensare a lei. Forse perché quell’amore appena sbocciato non era potuto fiorire ed essere vissuto appieno. Tomas riordinò i suoi pensieri e la parte razionale prese il comando. Sapeva, ormai, che non avrebbe più rivisto Viola. Non era però deluso, anzi accettò ciò che stava vivendo con grande serenità e pensò che quel viaggio nel luogo dove aveva vissuto i suoi primi anni, era stato comunque bello ed emozionante. Era arrivato il momento di ripartire. Prima però decise di entrare nel supermercato per prendere qualcosa da mangiare durante il viaggio. Una volta dentro si trovò catapultato in un mondo di colori, suoni e luci come se fosse dentro un Luna Park. Non aveva mai visto una cosa del genere, anche se ne aveva vagamente sentito parlare nel suo paese. Il progresso, eccolo e sarebbe arrivato anche dalle sue parti. Cercò di orientarsi per cercare di capire in quale reparto potesse trovare quello che cercava.
“Buongiorno, mi scusi, avrei bisogno del suo aiuto” chiese ad una ragazza di spalle intenta a riordinare gli scaffali.
Sentendo quelle parole, la ragazza rimase immobile, come pietrificata. Dopo un po’ si girò e con la voce rotta dall’emozione disse: “Tomas, sei tu.”
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Viola sta mettendo a sedere Chiara nel seggiolino della macchina. Tomas mette in moto e partono. Prima lasceranno la loro piccola al nido, poi Viola scenderà davanti al supermercato per il suo turno e anche Tomas inizierà la sua giornata di lavoro. Hanno trovato una piccola casa dove si sono sistemati. Una delle poche rimaste con ancora le facciate in legno e il tetto con le tegole.
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Una piccola storia di speranza, scritta molto bene a mio avviso. Quel lieto fine che ciascuno ha, almeno una volta, desiderato per sé. Si dice che quando si sogna bisogna farlo in grande e mi piace il tuo spirito. Visto che siamo capaci a usare bene le parole, perché non farlo con un bel messaggio stampato sulla carta?
Grazie Cristiana come sempre per aver letto e apprezzato questo semplice racconto, leggero e senza troppe pretese.
Un racconto che lascia un particolare senso di nostalgia, che, sul finire, si trasforma in felicità per il lieto fine.
Mi è piaciuto molto, sia per la storia che per lo stile, sempre molto fluido e semplice, in grado di coinvolgere il lettore fino all’ultima parola.
Sì, un amarcord per tutto il racconto che poteva finire nel ricordo dolce e maliconico. Ma ho voluto alla fine “premiare” Tomas per averci creduto dopo tanti anni. Grazie come sempre per il tuo apprezzamento Giuseppe.
Anche stavolta, come per il racconto precedente, sei riuscito a coinvolgermi al punto che mi sono commossa, alla fine. Credo tu abbia un talento naturale per toccare e smuovere le corde giuste dell’anima, e lo fai con una scrittura pulita e ben calibrata, che non ha bisogno né di giri di parole né di fronzoli inutili per arrivare dritta al punto. C’ è chi spreca (non me me vogliano) pagine su pagine senza combinare nulla, tu in poche righe hai costruito un mondo perfetto e meraviglioso. Davvero bravo Francesco.
Dea, troppo buona, anche se apprezzo che ti sia piaciuta la storia e il mio stile. E’ uno dei primi racconti che ho scritto e che era nel cassetto. Sto leggendo molto qui su Open, e trovo delle cose davvero notevoli dal punto di vista della costruzione delle frasi e della prosa (i tuoi ne fanno parte), che per me sono al momento al di fuori delle mie capacità. Anche se, scrivendo ed esercitandomi, mi sento lontano da descrizioni troppo articolate. Ti ringrazio ancora per le gentili parole e per il confronto.