La Radice Comune
Serie: Limine - Racconti sulle soglie dell’anima
- Episodio 1: La Radice Comune
STAGIONE 1
Il giardino antico dietro l’università era uno di quei luoghi che gli studenti attraversavano senza fermarsi davvero. Un vialetto di ghiaia, qualche panchina consumata e alberi così vecchi che sembravano ricordare ogni singola stagione passata da quelle aule.
Elia ci andava quando aveva bisogno di silenzio. Quel pomeriggio portava con sé una copia di Così parlò Zarathustra. Usato come segnalibro, a metà del volume, c’era il modulo di accettazione per un tirocinio all’estero. Una firma, e avrebbe scelto l’ambizione. Uno strappo, e avrebbe scelto la quiete di casa. Da mesi si logorava, come se ogni opzione escludesse inesorabilmente un pezzo di se stesso.
Il sole filtrava tra i rami e cadeva sul libro a macchie irregolari. Dopo qualche pagina, le parole iniziarono a scivolargli davanti agli occhi più lentamente. Il caldo della luce, il fruscio delle foglie e la stanchezza di una giornata di studio lo portarono a chiudere gli occhi. Non dormiva davvero, era in quella zona sospesa tra la veglia e il sogno.
Fu lì che sentì la prima voce. «Tirate troppo. Le radici non riescono a reggere questa morsa» disse qualcuno, con un tono ruvido e stanco.
Elia aprì gli occhi a metà . Davanti a lui, poco oltre la panchina, c’erano tre alberi nati dallo stesso punto del terreno. Il tronco alla base era unico, ma a un metro da terra si divideva bruscamente in tre direzioni diverse. Non ci aveva mai fatto caso.
«Senza spinta soffocheremo sotto i rami degli altri» rispose un’altra voce, acuta e vibrante. «Devo bucare la chioma. Se mi fermo, la linfa ristagna.»
Le foglie tremarono. Un ramo si piegò, come se qualcuno avesse scosso il legno dall’interno.
«Ti spezzerai col primo vento, se ti tendi così» intervenne una terza voce, un fruscio calmo. «Lasciate che le foglie si allarghino. C’è calore da questa parte.»
Elia si tirò su lentamente. Nessuno intorno. Solo il giardino, la brezza di fine giornata e quei tre alberi.
Il primo si allungava verso l’alto con un’ostinazione febbrile. Il tronco era teso, quasi rigido, la corteccia chiara. I suoi rami cercavano il cielo aperto, rifiutando ogni distrazione. Il secondo si inclinava dolcemente verso il sole del pomeriggio. Le sue foglie erano ampie, aperte, mosse dall’aria come un tessuto verde e leggero, quasi pigro. Il terzo cresceva più lentamente, piegandosi in modo innaturale verso il lato ombroso e umido del giardino. I suoi rami erano contorti, massicci, come se avessero speso più tempo a ispessirsi che a crescere.
«Siete un peso» sibilò l’albero che puntava al cielo. «Se smettessi di ancorarci al buio, potremmo salire oltre i tetti.»
«E se tu smettessi di strapparci verso l’alto» rispose quello piegato verso l’ombra, «forse avremmo la forza di resistere all’inverno.»
Quello rivolto al sole fremette debolmente. «Non capite. La linfa non si muove solo per forza o per paura. Segue anche la luce.»
Per un momento il giardino tornò silenzioso. Il vento passò tra le chiome e fece tremare le foglie in un lungo sospiro.
Elia sentì qualcosa muoversi dentro di sé. Una strana, pungente familiarità . Abbassò lo sguardo sul libro aperto sulle ginocchia e sull’angolo del modulo che spuntava dalle pagine. Gli tornarono in mente le parole lette poco prima: l’uomo è un cavo teso tra la bestia e il superuomo, un cavo al di sopra di un abisso.
Alzò di nuovo gli occhi verso i tre alberi. All’improvviso gli fu chiaro il senso di quella tensione. Non stavano cercando di strapparsi l’uno dall’altro, stavano semplicemente esplorando i confini della propria natura. Il primo cercava ossessivamente l’altezza. Il secondo beveva la luce. Il terzo stringeva la terra per garantire che gli altri due non crollassero. Direzioni opposte. Un solo, identico punto d’origine.
Il vento passò ancora, e questa volta il fruscio del legno non sembrò più un litigio, ma il respiro affannoso e necessario di un unico organismo in crescita.
Elia chiuse il libro. Per mesi aveva cercato di scegliere chi dovesse essere. Più determinato, tagliando via la morbidezza. Oppure più sereno, soffocando le proprie ambizioni. Come se una sola strada fosse quella giusta, come se le altre andassero potate via per sempre.
Il sole si abbassò dietro i tetti della facoltà . Le ombre dei tre alberi si allungarono sul prato, intrecciandosi tra loro fino a formare un unico disegno scuro sull’erba. Si alzò dalla panchina. Guardò un’ultima volta il punto in cui i tronchi nascevano dal suolo. In superficie si spingevano via, allontanandosi a ogni stagione. Ma sotto la terra, ne era certo, le radici stavano ancora bevendo dalla stessa identica fonte.
Sorrise appena. Infilò il libro e il modulo nello zaino, e si incamminò verso le aule.
Serie: Limine - Racconti sulle soglie dell’anima
- Episodio 1: La Radice Comune
Che bel racconto, suggestivo e quasi poetico. La metafora dell’ albero che si espande in tre direzioni diverse é interessante; forse potrebbe rappresentare le tre istanze umane principali: Io Es e Super Io; oppure mi fa pensare a corpo, mente e anima che talvolta entrano in conflitto prima di trovare un accordo, attingendo risorse dalle stesse radici. Comunque sia, é una lettura che trasmette delle buone sensazioni, una piacevole immersione di pace nel giardino dove si sente soltanto la voce degli alberi.
È una lettura che ti lascia addosso una calma strana. L’immagine dei tre alberi con le radici comuni resta in testa, è di quelle che poi ti tornano in mente quando sei davanti a una scelta. Davvero bello.