La ragazza vestita di giallo

Serie: L'autunno del 2007


Il guaio di stare troppo a lungo nello stesso posto è che presto o tardi la cosa verrà notata da qualcuno. A questo mondo c’è troppa gente che ha costantemente bisogno di qualcosa e per questa ragione un bersaglio fisso può far comodo. Non è facile tenere a bada una mandria di matti, specialmente se l’unica ambizione che hai è quella di essere lasciato in pace.

C’erano il minaccioso, l’anticristo e il megalomane, c’erano il bizzarro, l’entusiasta e il depresso. C’erano varie forme di follia e tutte quante mi giravano attorno nell’attesa del momento buono per manifestarsi. Non riuscivo a capire, non avevo l’aria di saperla tanto lunga eppure mi pareva di attirar scemi dai quattro angoli della città. La cosa cominciava ad impensierirmi perché, a furia di dar retta a tutti quanti, prima o poi avrei finito per dare i numeri anch’io. Tuttavia non sapevo cosa farci.

M’era capitato, infatti, di distribuire qualche calcio in culo ma nella maggior parte dei casi un istinto irrefrenabile mi costringeva a prestare orecchio.

Era l’ultimo sabato di novembre, erano circa le dieci di sera ed ero alle prese con birra e noccioline quando una ragazza vestita di giallo s’è avvicinata al tavolino, ha scostato la sedia e poi mi si è seduta davanti. Con impenetrabile aria da sfinge mi ha guardato attentamente per un minuto buono, l’ho guardata anch’io e poi, non sapendo come comportarmi, mi sono messo a fare a pezzi un tovagliolo.

Ero molto confuso ed ero preoccupato, con gli svitati sapevo trattare ma alle donne non ero per niente abituato.

Ho tirato su la testa per controllare la situazione e la ragazza era ancora lì, evidentemente aveva le sue ragioni per fare quello che stava facendo. La qualità della sua presenza aveva qualcosa di minaccioso. Avevo la tremenda impressione di essere finito in qualche guaio ma non sapevo di che cosa si trattasse. Non avevo nessun indizio e nemmeno avevo intenzione di finirci in mezzo. Tuttavia immaginavo di non poter fare più granché per evitarlo. Mi sono appoggiato allo schienale della sedia aspettando che succedesse qualcosa.

Era strano. Non l’avevo mai vista prima.

«Ti sto osservando da un po’» ha detto la ragazza, rompendo il silenzio.

«Ci sono modi migliori di passare il tempo» le ho risposto, «potresti provare a dipingere.»

«Così ti sei arreso.»

«Che io sappia non c’è nessuna guerra nelle vicinanze.»

«La vita è guerra.»

«La vita è vita, la guerra è guerra.»

«E con questo cosa avresti dimostrato?»

«Che si tende a fare molta confusione, d’altra parte prendere una cosa per un’altra protrae nel tempo gli interessi e le relazioni sociali.»

“Credi di essere furbo? Credi di essere il più intelligente di tutti?”

“Cerco di essere ragionevole, tirare ad indovinare non è il mio forte.”

“E questo cosa vorrebbe dire?”

“Non molto. Forse che un gatto è soprattutto un gatto ma non c’è tanta gente disposta a pensarla in questo modo.»

«Sei ubriaco?»

«Non ancora ma come puoi vedere ci sto lavorando.»

«Beh, parli come un ubriaco.»

«T’è andata bene, pensa se parlassi come un avvocato.»

«Immagino che proveresti a scoparmi.»

«Senz’altro, ma prima ti sfilerei il portafoglio dalla borsa.»

«Sei un pagliaccio.»

«Si, me lo hanno già detto.»

«Ah, si? E che altro ti hanno detto?»

«Un sacco di cose, a dire la verità, ma niente che valesse la pena di essere ricordato per più di un paio di settimane.»

Oh Gesù Cristo, Gesù Cristo, pensavo. Oh Gesù, Gesù.

Guardavo la ragazza e mi chiedevo da dove arrivasse. Guardavo la ragazza e mi chiedevo cosa volesse da me. Perché fosse lì e non da un’altra parte. Perché parlasse con me e non con qualcun altro. Tutta questa gente, tutti questi suonati. Adesso lei, in una serata di fine novembre, senza una ragione, senza un perché. Adesso lei, a dirmi cose che non volevo ascoltare, a domandarmi cose a cui non sapevo rispondere.

Non riuscivo a capire. Non riuscivo a starmene per i fatti miei. Non riuscivo a starmene in pace. Calamitavo la follia? Attiravo i pazzi? Che problema avevo? Era colpa mia? Avrei dovuto essere diverso? In che modo? Non lo sapevo. Ci pensavo e davvero non ne avevo la più pallida idea.

Intanto la ragazza continuava a parlare e continuava a guardarmi e oltre ad essere preoccupante, era anche carina e appassionata. Dovevo ammetterlo. Forse in qualche modo voleva provare a raggiungermi, lì dove ero. Voleva provare a dirmi qualcosa che avrebbe potuto toccarmi, scuotermi, aiutarmi ma io me ne stavo seduto con davanti la mia birra e riuscivo soltanto a proteggermi. Da lei come da qualsiasi altra cosa. Riuscivo soltanto a pensare che era tutto sbagliato, che non era così che doveva andare, che non erano quelle le parole, non erano quelle le intenzioni, non erano quelli i tempi, non erano quelli i modi, non ero quello io, non era quella lei, né niente di niente era veramente quello che avrebbe dovuto essere. 

Serie: L'autunno del 2007


Avete messo Mi Piace4 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Bellissimo episodio, avrei voluto evidenziare tutto il dialogo, estremamente credibile eppure surreale. Sei riuscito a descrivere i personaggi attraverso le loro battute, a renderli visibili e reali. Quello con la ragazza, sembra uno di quegli incontri destinati a fare una breccia e mescolare le carte in tavola.
    Sono proprio curiosa di continuare la lettura, complimenti per il lavoro che stai facendo!