
La rivista di poesia ermetica
Serie: Anatomia sepolcrale di un sogno
- Episodio 1: L’arrivo e le altezze
- Episodio 2: Il coltello e i ricordi
- Episodio 3: Nel cuore della notte
- Episodio 4: Ombre rosse
- Episodio 5: Le parole nel buio
- Episodio 6: Il temporale
- Episodio 7: La visione
- Episodio 8: La rivista di poesia ermetica
- Episodio 9: La finestra dell’albergo
- Episodio 10: La prima accoglienza
- Episodio 1: Il solletico dell’assassino
- Episodio 2: Ingresso in camera
- Episodio 3: Prima di cena
- Episodio 4: Inizio della cena
- Episodio 5: L’arrivo a Praga
- Episodio 6: Vita con Edo
- Episodio 7: Delle carte utili e inutili
STAGIONE 1
STAGIONE 2
Il giorno dopo, Gustav non pensò ad altro che al suo amico Stain – un suo ex compagno di classe, come aveva precisato a Lara la sera prima. Il suo coltello dimenticato, la sua presenza spettrale e minacciosa sulla strada deserta di fronte alla sua abitazione, accanto a un lampione, erano diventati uno sfondo costante che non andava più via. Uscito dal tribunale, Gustav si precipitò da Ariele per confidarsi con lui. Aveva bisogno di un confronto.
«Guarda che sto per chiudere. Andiamo, fa’ presto, non lo senti che vento?» e Gustav, che non aveva detto una sola parola, si abbandonava alle sue volontà, con il cappello a lobbia pressato sulla testa, mentre Ariele lo spingeva dentro, con la bocca piena di vento, gli occhi chiusi.
«Credo che non ci stia più con la testa. E quanto beve, poi, avresti dovuto vederlo. Diventa un’altra persona, irriconoscibile. Sono stato in grande difficoltà, ci guardavano tutti, per quanto lui alzasse la voce e gesticolasse. Peccato che tu non ci fossi. Saresti rimasto di sasso, credimi» gli disse Ariele, piuttosto trafelato.
«Ieri è ritornato da me. Ho pensato a una visione. Era tardi. Stava fermo accanto a un lampione e mi fissava. Poi all’improvviso è svanito, senza darmi il tempo di scendere o di fargli un cenno per invitarlo a salire. Trovo strano che sia ritornato di fronte alla nostra finestra, restando immobile, senza suonare, come un ladro o uno stalker. Vorrei solo capire.»
«Capire cosa? Credo che ormai sia fuori di testa. A cena mi ha parlato di nuovo dei rumori, o meglio: dei clangori dell’albergo, che stanno diventando insopportabili. Li ha descritti come colpi provenienti da un tubo d’acciaio. E poi dallo stesso tubo mi ha confidato di sentire delle voci, e poi dei battiti di ali, come di un uccello incastrato che non trova l’uscita dal tubo, e quando le ali dell’uccello sbattono il clangore aumenta a dismisura, fino a entrare nel suo cervello e stordirlo, rendendogli impossibile prendere sonno. Immagino che sia per questo che sarà tornato da te, per la richiesta di un ulteriore pernottamento, ma poi non avrà trovato il coraggio; e allora avrà aspettato un tuo segnale di invito, che non vi è più stato, a quanto pare, e così avrà desistito. Io gli ho spiegato le mie difficoltà a poterlo ospitare. Mi è sembrato comprensivo, infatti non ha insistito. Mi ha solo detto che non ce l’avrebbe fatta ad aspettare fino a venerdì, il giorno in cui il tecnico sarebbe intervenuto sui condizionatori d’aria dell’albergo, e che al più presto avrebbe preso un treno di ritorno. Un treno espresso, mi ha precisato. Non so altro, al momento.»
«Ha dimenticato il suo coltello da sub su di una mensola della nostra cucina, pensa. Sembrava che ci tenesse così tanto, quando invece, alla prima occasione, è l’unico oggetto che ha dimenticato. È strano, non credi?»
«Abbastanza, direi.»
«È che il suo comportamento, nel suo insieme, mi ha turbato. Ho pensato che cercasse un aiuto, un conforto, che non ha trovato il coraggio di chiedere, a nessuno di noi due. Ha scelto il momento peggiore per rifarsi vivo. Se ci avesse avvertito prima con una lettera, un telegramma, una telefonata, chissà. Un peccato, davvero. Se lui riparte, come ti ha detto, sarà un’occasione perduta per tutti, secondo me. Chissà quando ci capiterà più.»
«Scriveva benissimo. Aveva stile, potenza, originalità. Nulla era troppo studiato e strutturato dei suoi articoli da non sembrare naturale. Era l’ispirazione la sua misura fondamentale, la sua bussola, come ogni tanto mi raccontava, quando gli chiedevo come si organizzasse prima di cominciare un articolo o di rompere il silenzio con l’attacco di un verso, prendendo spunto da una sua immagine ricorrente. Lui mi diceva che il buio era il silenzio e viceversa, e che la parola, attraverso il suono, doveva ritornare alla precisione del silenzio prima dell’attacco nel vuoto. Era la sua collisione con il mistero, come mi ripeteva spesso, fino all’esasperazione. Ottenere il vuoto dal suono, fino ai cristalli e ai tintinnii sublimi dell’universo. E poi lui non scriveva bene solo dei poeti che amava, ma si occupava di altri stili narrativi e di altre dimensioni artistiche, come la pittura, la scultura, il cinema espressionista, il teatro» e intanto Ariele gli parlava di cose lontane, indefinite, mentre il tempo passava e il vento batteva sulle vetrine appannate del suo negozio di armi bianche.
«Hai già pranzato?»
«Non ancora.»
«Allora ritorniamo al locale dove sono stato con lui. Continuamo a parlarne lì. Che ne dici?»
«Per me va bene. Sono affamato.»
I due uscirono nel vento freddo, diretti verso il piccolo ristorante caldeggiato da Stain. Occuparono un tavolo vicino alla finestra.
Il locale non era pieno. Dentro affiorava del fumo rosso che proveniva dalla cucina. La cuoca ogni tanto si affacciava, con una mano si toglieva i capelli dalla fronte – indossava una cuffia azzurra. Vide Ariele, gli sorrise; poi guardò Gustav, accennando a un saluto più formale. Ariele addentò del pane caldo, bianchissimo. Poi cominciò a raccontare, con la bocca piena.
«Credo che sia venuto qui perché un pensiero fisso gli ronzava in testa da tempo – di certo non è un caso che abbia cercato proprio noi due. E poi, all’improvviso, mi ha parlato di un sogno: il sogno di voler creare e dirigere una rivista di poesia ermetica. Quando me ne parlava sgranava gli occhi, cambiando espressione del viso – da cui ho intuito che cercava a tutti i costi il nostro aiuto, non credo per una questione soltanto economica, almeno lo spero. Voleva un mio consiglio su come porti i termini della questione, non riuscendo a immaginare cosa avresti pensato della sua proposta e come avresti reagito quando ti avrei comunicato – lo sto facendo adesso, preparati – della sua intenzione di includervi tua moglie Lara, avendo deciso di assumerla come dattilografa ufficiale della rivista, come mi ha riferito, lasciandomi interdetto, non capendo dove diavolo fosse il nesso del suo coinvolgimento. Ci sei ancora, Gustav? Mi stai ascoltando?»
Serie: Anatomia sepolcrale di un sogno
- Episodio 1: L’arrivo e le altezze
- Episodio 2: Il coltello e i ricordi
- Episodio 3: Nel cuore della notte
- Episodio 4: Ombre rosse
- Episodio 5: Le parole nel buio
- Episodio 6: Il temporale
- Episodio 7: La visione
- Episodio 8: La rivista di poesia ermetica
- Episodio 9: La finestra dell’albergo
- Episodio 10: La prima accoglienza
Un episodio importante e significativo, nel quale viene data una possibile spiegazione alle azioni di Stain.
Le domande finali di Ariele sembrano quasi rivolte al lettore stesso, è un’immagine che mi ha colpito molto.
È anche questo un momento di snodo, certo. I dialoghi di Gustav e di Ariele, imperniati sul poeta, fungono da carburatore dell’azione, oltre che da strumento introspettivo delle parti in gioco. I due amici analizzano, congetturano, ipotizzano sulle vicende singolari del compagno assente e sulle sue intenzioni, mentre la nebbia intorno a lui persiste e si infittisce sempre di più. Eppure pare che questo mistero, oltre a turbarli, in qualche modo li tenti, forse li affascini. La rivista ermetica, tra l’altro, potrebbe comportare una ventata di vitalità e di freschezza contro la regolarità e la monotonia delle loro esistenze definite, razionali, compiute. Un’opportunità unica di cambiare sguardo sul mondo, o anche solo sulle loro vite, che potrebbe non tornare più, nel caso la rifiutassero. Chissà… Lo approfondiremo più avanti. Ancora grazie della tua attenzione.
“ntanto Ariele gli parlava di cose lontane, indefinite, mentre il tempo passava e il vento batteva sulle vetrine appannate del suo negozio di armi bianche.«Hai già pranzato?»”
Gustav è signore capacissimo di muoversi in questi cambi repentini di argomento, di umore, di pensiero. Come se quanto lo circonda fosse solamente fumo o nebbia. Ogni tuo personaggio ha una sorta di faccia multipla. È e non è al medesimo tempo, come se il suo capo fosse dotato di molteplici volti. Hai una capacità notevole di condurre i tuoi personaggi in questo ‘labirinto’, come se gli stessi non sapessero dove posano i loro passi. Si preannuncia forse un finale ‘non finale’?
Sei sempre spiccatamente sensitiva nei confronti di questo progetto che a breve vedrà conclusa la sua prima stagione, ma che proseguirà, naturalmente. Hai colto molto bene sia la dimensione di costante foschia e indeterminazione dello sfondo narrativo, che i mutamenti repentini presenti in tutti i personaggi, come se fossero essenziati delle loro ombre, imprigionati in un loro divenire astratto di cui non sono sempre del tutto consapevoli. In realtà mentre cerco di formarli, in questo caso anche di destrutturarli e deformarli, mi sento anche io come loro, se non uno di loro, in questa dimensione labirintica e sospesa, che è quella in cui ci costringe la lingua quando scendiamo a patti con le sue regole, le sue tortuosità e il suo costante mistero.
Per quanto riguarda l’ipotesi di un finale “non finale” nonostante le astrazioni e le atmosfere congenite alla serie, sono orientato a configurare una chiave di volta che giustifichi il senso di questa misteriosa traversata, ma che nello stesso tempo, come mi auguro, lasci il lettore, e anche me, in una zona aperta a più interpretazioni, ma che sia appagante. In ogni caso un finale, quanto meno un capolinea, sono in animo di strutturarlo e organizzarlo, ma di sicuro sarà un mostro a più teste.
Ci teniamo aggiornati. Un grazie sentito per il tuo commento e la tua presenza.
Sempre un piacere leggerti ☺️
“con la bocca piena di vento”
Bellissimo.
Mi piaceva fissare questo momento, come una sorta di fotogramma scattato sull’uscio della coltelleria. Sono felice che ti sia arrivato. Anche a me mi ha convinto.
Le due domande finali, ovvero “Ci sei ancora, Gustav?” e “Mi stai ascoltando?” sono simbolo di una preoccupazione che riguarda tutti: desiderare di essere ascoltati, compresi ognuno dal proprio Gustav. Bravo Luigi! Complimenti come sempre!
Grazie, Alfredo. È vero. Non sono casuali a finale di episodio quelle due domande corte, in cui Ariele vuole essere certo che dall’altra parte l’interlocutore, tra parte avvocato, stia sempre in ascolto e non si distragga. Non vi è mai la certezza assoluta di essere ascoltati, mentre si parla, e di comprendere a pieno il senso di ciò che viene detto, mentre si ascolta. Vi è sempre il dubbio, o la sensazione, che qualcosa di frapponga al tipo di comunicazione e che tutto prenda un’altra direzione. Ciò accade anche perché la storia, almeno per il momento, non offre certezze ma solo vaghe interpretazioni della realtà che la struttura e la conduce. Ogni personaggio deve affidarsi solo a qualche baluginìo ed è anche per questo che vuole assicurarsi che tutto il detto, il riferito, nel caso dell’episodio in questione, arrivi al posto e al momento giusto senza alcuna alterazione, proprio per quest’urgenza di chiarezza e di verità. Un’osservazione interessante, la tua, su cui rifletterò ancora. Grazie.
Grazie a te per l’episodio!!