La ronda notturna
Riiing!
Alle due di notte, mentre ero immerso in un sonno senza sogni, fui risvegliato bruscamente dal campanello di casa.
Intontito raggiunsi il citofono: «Chi è??»
Rispose una voce metallica. «Borelli, siamo noi. È successo di nuovo. Scenda!»
Ancora obnubilato dai fumi del sonno balbettai: «Noi…noi chi?»
Ma la voce ripeté solo: «È successo di nuovo. Scenda.»
Iniziai a vestirmi in fretta e furia, ripensando a cosa potesse essere successo di tanto grave da svegliare un povero cristiano nel profondo della notte.
Aprii la porta, inforcai l’ascensore e conquistai il piano terra.
Fuori dal palazzo, trovai un gruppetto di uomini con in mano delle mazze da baseball, torce e spray al peperoncino.
Rimasi un attimo interdetto.
In quel capannello di volti torvi riconobbi l’ingegner Pucci, il mio vicino di casa, che, come mi vide, si fece sotto: «Borelli, finalmente! Ma quanto c’ha messo?»
Provai a chiedere spiegazioni ma il capannello si mosse nella notte, trascinandomi con sé.
«Borelli su, non tergiversi, le spiego mentre andiamo,» disse Pucci in modo concitato prendendomi sottobraccio. «Dannazione, questa nebbia non ci voleva.»
Una nebbia fitta, venuta da chissà dove, aveva avvolto il drappello armato, ma – per lo meno – mi permise quel poco di privacy per chiedere lumi. Pucci mi disse testuali parole: «Quello là in prima fila è il dottor Mari.» Il tizio in prima fila si voltò e mi scrutò distrattamente per poi tornare subito alla sua caccia. «Sua figlia,» continuò Pucci sottovoce «mentre tornava a casa da una festa, è stata palpeggiata da un porco che l’ha minacciata con un coltello.»
A quelle parole mi risvegliai del tutto: «Oddio. Ma non è la prima volta che succede questa cosa!»
«Già,» disse Pucci guardandosi intorno, «due settimane fa lo stesso bastardo ha aggredito la figlia di Mauro, il macellaio, ma è riuscita a fuggire. E cinque giorni fa per poco non abusa di una ragazzina uscita per buttare la spazzatura.»
A quel punto uno del gruppo indicò un punto nel buio: «Ehi, c’è qualcuno laggiù! Presto! Presto!», iniziando a correre in quella direzione.
Pucci si staccò dal mio braccio, e, cacciando fuori dall’impermeabile un dissuasore elettrico, si mise a correre: «Borelli presto, lei vada da quella parte!»
«Pucci che fa? Mi lascia da solo?»
«Circumnavighi quell’edificio, Borelli. Se il pervertito fugge almeno lei potrà incastrarlo!» Oramai la voce di Pucci era solo un suono scorporato nella nebbia.
«Ma ma…sono disarmato! Sono solo un infermiere, io. Curo i prolassi rettali…» belai al nulla.
Ero rimasto da solo.
Per strada.
Al buio.
Oddio che situazione, iniziai a ruminare fra me e me, brancolando nel buio.
Solo, senza un bastone, praticamente cieco e con un pedofilo armato che girottola da queste parti.
Accidenti, stavo così bene al calduccio nel mio letto.
Presi a camminare con passi incerti verso l’edificio indicatomi da Pucci, cercando di orientarmi con la luce opaca dei lampioni.
E poi se lo trovo che gli dico? Scusi, signor pervertito, permette? Lo sa che non si molestano le ragazzine?
Mi tirerei una coltellata anch’io.
Ma perché mi succedono ‘ste cose?!
L’angoscia si impadronì di me. L’aria fredda della notte sembrava essersi fatta più densa. Non vedevo nulla. Eppure, qualcosa reagiva alla mia presenza. Un tonfo secco, come un passo che non faceva rumore ma muoveva il pietrisco sulla strada.
Mi voltai in quella direzione, e scorsi per terra una macchia nera.
«Meooow!»
«Amico Fritz! Che-che ci fai a giro a quest’ora?» dissi un poco rincuorato.
Era Amico Fritz, il gatto del quartiere; ce ne prendevamo cura un po’ tutti, ma in particolar modo la vedova dell’ammiraglio Sainati.
«Vai via, amico mio, è pericoloso qui.» Il gatto mi fece due fusa, strusciandosi sulle gambe. Poi vide una lucertola e si mise a inseguirla. «Bravo, micetto, bravo.»
Fu a quel punto che percepii un’ombra più grossa venirmi contro ad una velocità inconsueta. Cacciai un urlo. Ma l’ombra mi si fermò davanti.
Dal buio si materializzò Sandrone, il figlio del tabaccaio. Era in tuta, tutto sudato, che mi osservava sconvolto.
«La prego, signor Borelli, mi aiuti» disse soffiando, e premendosi la milza.
«Sandrone, che ci fai anche tu a giro?»
«Stavo rientrando a casa, poi un gruppo di persone armate ha provato ad aggredirmi. Ma sono riuscito a fuggire. Erano come impazziti!»
«Già. Purtroppo, c’è molto nervosismo per via di quelle aggressioni. Pare che ci sia un maniaco a giro.»
«Sì, ho saputo. Ma che c’entro io? Lo sa che non farei male a una mosca. L’ultima ragazza l’ho dovuta lasciare perché mi menava.»
La nostra risata fu interrotta da un crepitio di passi concitati. In lontananza vidi delle torce che si avvicinavano. «Borelli, che succede? Ha trovato il delinquente? Non se lo faccia scappare!» Riconobbi la voce di Pucci.
«Presto, vai a casa» sussurrai a Sandrone. Il ragazzo saltò un muretto e si dileguò.
Dopo poco il drappello di forsennati mi aveva circondato.
«Perché ha gridato, Borelli?» disse Pucci con le pupille dilatate dall’affanno.
«Già, perché ha gridato?» gli fecero eco gli altri energumeni, brandendo i bastoni in modo minaccioso.
«Amico Fritz. Il gatto,» dissi.
«Il gatto??» risposero loro increduli.
«È sbucato da un cespuglio all’improvviso, e mi sono spaventato.»
Il gruppo mi guardò sospettoso. «Senta signor Borelli, lei non è che ci sta nascondendo qualcosa, vero?»
Ora che vogliono questi? Torsi la bocca in una smorfia.
Il signor Mari si fece avanti col dito indice puntato: «Signor Borelli, dica un po’, lei vive da solo, giusto?»
«Sì, ma questo che c’entra?» replicai nervosamente.
«Perché non si è mai sposato?» continuò Mari indagatorio.
«E’ una storia lunga…»
Un altro del gruppo si avvicinò a Mari: «E perché non ha figli?»
«E’ una storia ancora più lunga. Ma, scusate, adesso non devo certo rendere conto a voi,» provai a tagliar corto.
Mi sentivo a disagio, come a processo.
Nel brusìo di commenti percepii un «E se fosse lui?»
Per fortuna Pucci venne in mia difesa: «Suvvia, signori, che vogliamo insinuare? Poi sua figlia, Mari, ha detto di essere stata aggredita da un uomo giovane, sulla trentina.»
Il gruppetto mise su un’espressione sconfortata.
Nella mia testa scagionai subito Sandrone, che era appena un ragazzo. Questo mi sollevò.
Proseguimmo la ronda notturna, guardandoci tutti con sospetto.
All’alba, quando la nebbia diradò e decidemmo di rincasare, del colpevole non c’era nemmeno l’ombra.
Sulla strada restavano solo le nostre orme.
Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Racconto ironico ma affilato, che mette bene a fuoco i rischi del giustizialismo improvvisato.
Ciao Maurizio. Era un tema che – dati i tempi cupi – mi arrovellava da un po’. Grazie del passaggio.
Mi piace come riesci a rendere divertente una storia per certi versi drammatica, realistica e molto attuale. Perché non scrivi una serie che abbia ancora, come protagonisti, questa banda di esaltati?
Grazie per il suggerimento, M.Luisa, purtroppo ho dei problemi con la serialità, sono un amante della scrittura (e della lettura) breve. Mi piace cambiare continuamente personaggi, storie e situazioni. Se un giorno avrò da dire di più seguirò il tuo consiglio, magari prendendo spunto da questa community.
“«Stavo rientrando a casa, poi un gruppo di persone armate ha provato ad aggredirmi. Ma sono riuscito a fuggire. Erano come impazziti!»”
Da ridere, ma forse ci sarebbe un po’ anche da piangere.
A te, peró, anche per questa frase, un 👏 👏 👏
🙂
Caro Professore,
hai toccato, con leggiadra ironia, una pericolosissima deriva culturale a base di becero giustizialismo forcaiolo che alcuni politicanti di scarsa consistenza amano cavalcare con stolida irresponsabilità
Caro Avvocato, grazie. Sempre pericoloso seguire la pancia su certe tematiche.
Specie se coloro che pretendono di cavalcare il drago non sono in grado di condurre un Ape Cross
😀
Mi è piaciuto perché, in modo un po’ scanzonato, ma efficace, mette in risalto la pericolosità ottusa di questi “giustizieri della notte” mossi da un deviato senso di giustizia che spesso si accanisce su qualcuno che non c’entra , ma che, se è in giro a quelle ore, qualche colpa ce l’avrà. Si chiama “pregiudizio” ed è giustificabile, almeno fino a quando te lo tieni per te e non ti ergi a giudice o, peggio, carnefice. Bravo Simone.
Ciao Giuseppe, purtroppo l’attuale senso di sospettosità nei confronti della legge, che è sempre più lontana dalla giustizia, può portare il popolo ad auto-organizzarsi in pericolose esperienze giustizialiste. Bisogna fare attenzione, e non spegnere mai la vis critica, perché questo meccanismo acefalo può stritolare chiunque. Dobbiamo confidare sempre nella legge, anche quando è – a prima vista – controintuitiva. Grazie del passaggio, e della tua preziosa analisi. Buon weekend.