La rondine

Serie: Daydreamer


A volte la vita fa scherzi particolari: c'è chi insegue i suoi sogni fino allo sfinimento, anche quando ciò porta a mettersi contro il mondo intero, e chi invece abbassa la testa sperando che domani andrà meglio. Ma cosa può succedere quando questi mondi si incrociano su un'isola greca?

~Kassandra.~


“Il suo ouzo.”

“Efcharistò.”

Il cameriere poggiò il bicchierino di fronte a me, ed io cominciai a fissare il fluido trasparente ivi contenuto con un sorrisetto divertito. Calcolai che in tre sorsi l’avrei finito. Un goccio di liquore all’anice e via, si poteva ricominciare. Afferrai il recipiente e me lo avvicinai al naso per respirarne gli effluvi, abbandonami sullo schienale della sedia e rivolgendo il mio sguardo verso la caldera: quanto avevo aspettato quel momento in cui mare, cielo e terra si sarebbero fusi in un insieme ordinato nello specchio dei miei occhi! Immaginavo il momento in cui nelle mie iridi si sarebbero riflesse le cupole blu, un panorama che da quel giorno avrei potuto ammirare in qualunque momento, e sorrisi ancora, riflettendo su tutto quello che mi aveva portato lì per ripristinare ciò che era andato perduto e per costruire ciò che non avevo mai avuto. Fino ad un mese prima non avrei mai pensato di poter sedere a quel tavolo di quel ristorantino elegante che dalla via principale di Oia guardava l’intera isola di Santorini, e invece ero lì, ad ammirare quel panorama che nella mia mente aveva un che di rassicurante, e per la prima volta avevo pensato che la morte di qualcuno, per quanto dolorosa, fosse stata una fortuna enorme.

Mandai giù il primo sorso di ouzo e chiusi gli occhi, godendomi quei bei raggi piacevolmente caldi che colpivano il mio tavolo: quando mi ero seduta godeva dell’ombra della pergola, ma con il passare del tempo il Sole si era spostato e in quel momento mi trovavo in un mare di luce che non mi dispiaceva affatto, con l’immensità di quel cielo azzurro, senza una nuvola, che si apriva sopra la mia testa. Cos’avevo lasciato in Italia? Non molto, in realtà. Solo i miei genitori che erano stati implorati, attraverso quella lettera lasciata sul tavolo della cucina, di lasciarmi in pace per un po’, che passato qualche tempo mi sarei fatta viva io, e per stare tranquilla avevo dismesso il mio numero di cellulare italiano in favore di una SIM greca che mi ero procurata appena arrivata, inserita immediatamente su un nuovo cellulare sul quale avevo segnato solo i contatti strettamente necessari. Ero andata solo due settimane prima a svuotare la casa di zio Luigi insieme ai miei familiari, e lì avevo preso le chiavi delle tre case che mi aveva lasciato in eredità: una a Roma, una a Bucarest e una a Santorini. Zio Luigi era ricchissimo e senza figli, ed io, in qualità di nipote preferita, avevo ricevuto la parte più cospicua della sua eredità, cosa che mi ha costretto, in quel pomeriggio, ad affrontare le angherie dei miei cugini, che avevano ricevuto uno un terreno, una un locale commerciale, gli altri, i gemelli, una somma in denaro a testa. Volevano le case, gli infami. E invece la villa dove viveva era andata a sua sorella, mia madre, che già progettata di trasformarla in un bed and breakfast, e le altre tre abitazioni a me, che in realtà non sapevo che farmene. Avrei fatto a meno di quei privilegi pur di non mettermi contro i miei cugini. Avevo sbagliato tutto nella vita. Avevo sbagliato liceo, università, sport e compagnie. Non c’era una cosa giusta che facessi.

Mandai giù un altro sorso di ouzo: normalmente l’alcool mi dava alla testa nel giro di pochissimi minuti, ma incredibilmente quel liquore non stava avendo effetti tangibili sulla mia percezione della realtà, e riuscivo a ragionare piuttosto lucidamente. Poggiai il bicchierino sul tavolo e tornai ad osservare la terra che scivolava nel mare che confluiva nel cielo, giocherellando con la catenina che portavo al collo, realizzata per me da un ambulante pochi minuti prima: era stato un atto dovuto, avevo sentito il bisogno di legittimare in quel modo la mia nuova identità. Da quella collana pendeva, in caratteri greci, il nome Κασσάνδρα. Colei che eccelle. Avevo letto in un libro il significato di questo nome quando avevo sedici anni, durante un periodo buio, mi dannavo per il fatto di non chiamarmi così, ed ero fatalmente affascinata dalla figura di quella veggente inascoltata della quale si narrava nell’Iliade, anche perché mi trovavo in una situazione simile, inascoltata e mai considerata. Κασσάνδρα. Era stato sulla passeggiata di Oia che avevo deciso che quello sarebbe stato il nome da scegliere per ricominciare da zero, per continuare a sperare. A chiunque mi avesse chiesto il nome avrei detto, rigorosamente in greco, che mi chiamavo così, più nessuno mi avrebbe chiamato con il nome che avevo fino a pochi giorni prima, che ancora figurava sulla carta d’identità e sul passaporto rilasciati dalla Repubblica Italiana, i quali avrebbero riposato per un bel po’ di tempo nel primo cassetto del comò nella stanza affacciata su Agios Spyridon dove avrei dormito per chissà quante notti. Avevo studiato greco da autodidatta per assecondare il mio sogno di visitare Atene parlando la lingua dei suoi abitanti. Perché fare i turisti medi viaggiando con l’inglese in tasca? A me non bastava. Ho sempre puntato in alto, fin dalla più tenera età. Non mi sono mai accontentata, il mio motto era “Plus ultra”, ogni volta che raggiungevo un traguardo avevo già rivolto i miei occhi verso il successivo. E nonostante quello avevo sbagliato tutto. Non avevo sbagliato a puntare in alto, ma la laurea che avevo preso non faceva per me. E nonostante quello eccellevo anche a lavoro. Mi ero licenziata il giorno prima di partire, sarei finalmente sfuggita a quel meccanismo infernale di colleghi invidiosi e turni non-stop per cercarmi un lavoro a Santorini, abitando nella casa che zio Luigi mi aveva provvidenzialmente lasciato. Avevo sbagliato tutto. “Plus ultra” in tutti i campi della mia vita, ma non nelle relazioni. Ero sempre stata in svantaggio. Anni di nulla, anni di incomprensioni, anni passati ad elemosinare attenzioni da Tizio, Caio e Sempronio per sentirmi meno sola, ad impetrare un po’ d’affetto, a dare importanza a persone alle quali di me non interessava nulla. Nonostante avessi dato importanza a quei tre, nessuno di loro era venuto a trovarmi in ospedale quando ero finita sotto le ruote di quella dannata Ford. Nessuno di loro mi aveva tenuto la mano quando mi facevano i prelievi per vedere cosa stesse succedendo al mio corpo in quel periodo in cui stavo affrontando seri problemi di salute. Eppure continuavo a volergli bene, anche se non si facevano sentire per tutta l’estate e io rimanevo da sola in città, anche se quando dovevano uscire non mi chiamavano mai, anche se stavano con me solo una volta ogni tanto. Però mi sembravano meglio degli altri. Non mi aggredivano direttamente, come i miei cugini. Non si facevano sopraffare dall’invidia, come i compagni di studio e i colleghi di lavoro. Mi sorridevano, a differenza del resto del mondo. Eppure ero in svantaggio, ero sempre costretta ad inseguirli, perché loro non mi volevano bene, mi consideravano un accessorio. Un soprammobile, come quelli dei quali ti ricordi solo dieci minuti prima che arrivino degli ospiti inattesi, e allora togli lo strato di polvere che vi si è depositato sopra con un panno per poi dimenticarli di nuovo finché non verrà qualcun altro a trovarti. Basta. Avevo chiuso con loro e con tutti quelli che mi avevano fatto del male, avevo chiuso con tutti, nella città che avevo lasciato in favore della Grecia.

Afferrai nuovamente il bicchierino e mandai giù ciò che rimaneva dell’ouzo: tre sorsi in tutto, come avevo calcolato all’inizio. Levai gli occhi al cielo: non si vedeva una nuvola in quel celeste vivido, ma ad un certo punto una presenza catturò la mia attenzione. Era piccola e nera, con il pancino bianco, e volteggiava sopra di me planando con l’ausilio della sua coda bipartita. Avevo sbagliato tutto, ma non la musica che ascoltavo. Nelle mie orecchie riecheggiava “La rondine” di Mango, una canzone che amavo da sempre, e che cantavo spesso con zio Luigi. Lui in effetti era la mia rondine andata via, che mi aveva sempre risollevato il morale quand’ero giù. Non era giusto che un tumore se lo fosse portato via a soli quarantacinque anni. E quella rondine, che continuava a volare lanciando trilli felici, forse non era solo un uccellino che volteggiava nel celeste lucente, forse era proprio lui, mio zio, venuto a portarmi il suo saluto e la sua approvazione per la scelta di vita che avevo appena fatto. Mi sistemai una bretella del prendisole, che mi era caduta sul braccio, e pensai al futuro, a tutta la vita che avevo davanti. Avevo sbagliato tutto. Ma non avrei più sbagliato.

Serie: Daydreamer


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Discussioni

  1. Bellissimo.
    La tua scrittura invoglia ad andare avanti, e la storia della ragazza è coinvolgente. Ho apprezzato anche la descrizione del paesaggio: sono riuscito a vedere il cielo azzurro sopra il mare con gli occhi della mente!
    Mi è piaciuta anche la parte finale, con la rondine.

  2. E M O Z I O N A N T E. Hai un potere descrittivo che mi piace molto, nel quale un po mi ci ritrovo perché io stesso scrivo in questa maniera. Idem per il narratore onnisciente. Davvero bello