La sCQuola

Aveva undici anni la prima volta che venne assalito dalla sensazione di avere dimenticato qualcosa.

Accadde il giorno in cui partecipò, vincendolo, alla gara per aspiranti scrittori indetta dalla scuola media che frequentava.

La professoressa di italiano, una vecchia biliosa dalla voce stridula di età compresa tra i settanta ed i duecentocinquanta anni, lo osservava con torvo cipiglio mentre sollevava il meritato trofeo.

La sua rabbia era resa livida dalla frustrazione.

L’ ambizioso trofeo era infatti stato vinto dallo studente che stigmatizzava con la più inflessibile ferocia.

Ciò evidenziava, in modo impietoso, il suo errore di valutazione.

Quella sensazione di dimenticanza lo accompagnò durante tutti i suoi momenti più salienti della sua esistenza.

In particolare, emergeva in concomitanza con il raggiungimento di qualche prestigioso risultato professionale.

Ebbe la sensazione di avere dimenticato qualcosa quando pubblicò il suo primo libro.

Ebbe la sensazione di avere dimenticato qualcosa quando si laureò.

Ebbe la sensazione di avere dimenticato qualcosa quando pubblicò il suo secondo libro.

Ebbe la sensazione di avere dimenticato qualcosa quando venne eletto come consigliere comunale.

Ebbe la sensazione di avere dimenticato qualcosa quando ricevette l’incarico di una cattedra universitaria.

Ebbe la sensazione di avere dimenticato qualcosa quando venne nominato ambasciatore dei diritti umani.

Ebbe la sensazione di avere dimenticato qualcosa quando venne pubblicò il suo terzo libro.

Un giorno decide di acquistare una casa sufficientemente spaziosa per accogliere in casa i suoi genitori, anziani ed invalidi.

Sua moglie era orgogliosa della generosità del marito e felice di potere avere in casa gli anziani suoceri, avendo perso entrambi i genitori precocemente.

Quel pomeriggio si recò nella vecchia casa dei genitori per recuperare i loro effetti personali. La porta della sua vecchia camera era chiusa. La aprì ed entrò. Il mobilio non era mai stato smantellato. Apri il vecchio armadio. Qualcosa attirò la sua attenzione. Era il suo vecchio scrigno in legno laccato, quello dove nascondeva tutti i documenti più personali e compromettenti. Lo guardò a lungo. Infine lo aprì. Sul fondo era adagiata una vecchia busta ingiallita chiusa con un sigillo in cera lacca.

Improvvisamente ricordò.

Quella era la lettera che la vecchia professoressa di italiano gli aveva commissionato di consegnare ai suoi genitori, ma che lui non aveva trovato la forza di consegnare, e di cui, col tempo, si era dimenticato.

La sollevò con titubanza.

Infine ruppe il sigillo in cera lacca.

Estrasse il foglio piegato nella busta.

Lo lesse.

Riconobbe la calligrafia della vecchia professoressa di italiano.

Era indirizzato all’attenzione dei suoi genitori.

Li invitava a non riporre troppe speranze nel suo futuro professionale, in quanto il suo talento era mediocre ed il suo intelletto ancora più carente.

Li invitava a non lasciarsi fuorviare dalla trionfale vittoria del trofeo letterario, perché, certamente, aveva utilizzato qualche trucco meschino per assicurarsela, non potendo una persona con le sue infime qualità produrre un elaborato di simile levatura.

Li invitava ad avviarlo al mondo del lavoro dopo la fine della scuola dell’obbligo, in quanto la prosecuzione degli studi sarebbe stata per lui un fallimento certo, con perdita di tempo e risorse.

Spiegava che la sua era una valutazione basata sul suo rendimento complessivo. Veniva definita imbarazzante la sua inattitudine alla geometria e la sua scarsa memoria della cronologia degli eventi storici.

Adesso ricordava.

Si scusò con la professoressa e con il Ministero dell’Istruzione per avere disobbedito alla illuminata direttiva della suddetta arguta precettrice, ed avere ammorbato la collettività permettendo ad uno studente valutato come mediocre dalla suddetta onnisciente di diventare, nel frattempo, un professore universitario, un consigliere comunale, uno scrittore ed un ambasciatore dei diritti umani.

Peraltro come si chiamava quella professoressa?

Ricontrollò la lettera. Non era indicato il nome del mittente mentre la firma era illeggibile e non preceduta da alcuna denominazione integrale. Evidentemente, all’epoca, la suddetta insegnante si doveva ritenere talmente onnipotente da ritenere superfluo specificare il proprio nome in quanto la sola dizione professoressa di italiano doveva essere, nella sua mitomane mente, sufficiente ad identificarla in tutto il globo terracqueo.

Come si chiamava quindi?

Ebbe la sensazione di averlo dimenticato.

Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Mi é piaciuta la struttura del testo, il ritmo scandito dai tanti progressi compiuti dallo smemorato. E, soprattutto, ho apprezzato, ancora una volta, il tuo umorismo e il realismo di certi riferimenti che nel variegato mondo della scuola e non solo, sono situazioni che succedono.

  2. “La professoressa di italiano, una vecchia biliosa dalla voce stridula di età compresa tra i settanta ed i duecentocinquanta anni, lo osservava con torvo cipiglio mentre sollevava il meritato trofeo.”
    😂 😂 😂 Hai reso bene l’ idea di questa figura bella quanto simpatica.

  3. Bel racconto che mi ricorda i primi anni delle superiori. Quella arcigna professoressa l’ho avuta anch’io e le ho raccomandato, nel futuro, di stare ben attenta e attraversare la strada sulle strisce pedonali. Qualche anno dopo l’ho incontrata, malferma sulle gambe, nell’atrio dell’ospedale: l’ho presa sottobraccio e accompagnata a casa. “Eri pessimo, ma sei migliorato”, mi salutò così. Non ci si sopportava a vicenda, ma non l’ho mai odiata, povera donna. non mi aveva perdonato che io trovassi Manzoni noioso, lei lo adorava. Grazie Gabriele.

    1. Buongiorno Giuseppe,
      credo che la nemesi scolastica, incarnata da qualche professore, rientri nel fisiologico processo di formazione della personalità.
      Col senno di poi, si riescono a vedere le cose in un’altra prospettiva.
      Grazie a te per essere passato.

  4. Alcuni psicologi credono determinante, nella creazione della persona, il giudizio della comunità. Dimenticano, clamorosamente a mio avviso, un aspetto importante, e cioè che anche la comunità non è infallibile, anzi. Certo, va detto, non per scagionare l’ottusa professoressa del racconto (giustamente relegata alla damnatio memoriae), che la comunità docente ha a che fare con del materiale magmatico in costruzione, che la sistemazione dei lobi frontali – deputati alla logica più solida, secondo le attuali neuroscienze – avviene spesso a ciclo della scuola dell’obbligo molto più che concluso, e che la persona adolescente che si trovano a ‘giudicare’ non è quella ben formata e adulta, che – a tempo debito – con pieno diritto si riprende quello che le spetta.
    Al netto di questo pippone psicologista, comprendo benissimo la funzione catartica della narrativa, e la sposo in pieno. Bravo Gabri.

  5. Hai già dimostrato diverse volte che l’originalità e l’ironia di certo non ti mancano, ma questo racconto mi ha colpito particolarmente. Con leggerezza, passa un messaggio molto, molto importante. Che, cioè… SPOILER ALERT…

    ..
    non è l’opinione degli altri a definire ciò che siamo destinati ad essere.