La storia degli spiriti
Serie: Narzole Untold
- Episodio 1: Lezione di volo
- Episodio 2: Maledetta pala
- Episodio 3: Una radice particolare
- Episodio 4: La nuova verità
- Episodio 5: La vecchia maga
- Episodio 6: Le fate
- Episodio 7: Allora esistono
- Episodio 8: L’amuleto mediatore
- Episodio 9: La storia degli spiriti
- Episodio 10: Non sono un eroe
STAGIONE 1
Sigismonda si interruppe dopo poche parole.
«…aspetta. Perché raccontartela noiosamente a voce quando posso fartela vedere esattamente come loro te l’avrebbero fatta vedere» disse la maga sorridendo.
«Però aspetta, tu sei riuscita a capirci qualcosa da quel video velocissimo?»
«Eh, eh, per una persona allenata non era veloce. Devi solo allenare il tuo cervello a sincronizzarsi con le vibrazioni che arrivano dall’esterno. Ora appoggia le tue mani sulle mie, ti mostrerò quello che loro mostrarono a me anni fa» poi appoggiò entrambe le mani sul bancone, con i palmi rivolti verso l’alto. Kire vi ci appoggiò sopra le sue, facendo combaciare bene i suoi palmi con quelli di Sigismonda. Poi iniziò l’allucinazione.
***
Vide un uomo, una donna, due bambini ed un’adolescente correre per una strada polverosa, probabilmente solo di terra battuta. Erano vestiti con abiti che sembravano appartenere agli anni quaranta, la loro fronte bagnata dal sudore copioso. Splendeva il sole, sembrava una giornata molto calda, probabilmente estiva. Poi i verdi ciuffi d’erba che fiancheggiavano la strada lasciarono il posto ai muri delle case. Kire impiegò qualche secondo a riconoscere il posto, ma poi fu sicuro: era Narzole tantissimi anni addietro, probabilmente i sei avevano appena risalito la discesa che porta verso Barolo. Sommessamente si iniziò ad udire un brontolio meccanico in lontananza, mischiato al tipico rumore di ruote che schiacciano la ghiaia. Cominciava ad avere tutta l’aria di un inseguimento, ma la fazione d’appartenenza dei fuggiaschi non era ancora comprensibile. Il gruppetto si divise, ognuno cercava di aprire le porte delle case e bussavano con impeto, stavano disperatamente cercando un rifugio. Avanzarono così per tutta la strada, nessuno ebbe il coraggio di dar loro retta; erano tempi troppo pericolosi per rischiare con dei fuggiaschi sconosciuti. Il gruppo arrivò fino a dove ora c’è una rotonda e si radunarono nuovamente davanti ad un portone color verde bottiglia. Kire lo riconobbe, era il portone della bottega di Sigismonda. Ricordava che, la prima volta che lo varcò, aveva dei residui scrostati di vernice verde.
La donna cercò istericamente di aprirlo, strattonandolo. L’uomo ne osservò la precarietà dei cardini e la fragilità delle assi durante tutta la scena. Dunque spostò la donna mettendole una mano sul braccio sinistro, poi prese la rincorsa e schiantò una violenta pedata contro il portone. Quest’ultimo non si aprì, ma ne caddero schegge di legno ed un mantello di polvere, i cardini iniziarono a sfilarsi dagli infissi.
Intanto il borbottio di motori e l’inconfondibile sferragliare di cingoli si era fatto molto vicino, quasi palpabile. Da oltre la piega della discesa si iniziavano ad intravedere le prime volute di polvere sollevate dai mezzi.
La donna si accorse di questo dettaglio e, presa da un attacco di panico, si rannicchiò per terra tenendosi il volto fra le mani e lasciandosi andare in un pianto convulso e terrorizzato. Pochi secondi dopo il portone cedette sotto l’ennesimo calcio ben caricato dell’uomo, generando un concerto di scricchiolii e schiocchi secchi.
Senza farsi domande o indugiare oltre alzò la donna issandola per un braccio e le fece segno di entrare, poi fece lo stesso con i quattro bambini.
A Kire, stando al tipo di rapporto che intercorreva fra di loro, avrebbe scommesso che fossero una famiglia. Ma non riusciva a capire se appartenessero ad una fazione in particolare oppure se fossero dei semplici “fuorilegge”.
L’uomo richiuse il portone giusto qualche secondo prima che un parabrezza facesse capolino dalla salita che avevano appena percorso correndo.
All’epoca, quel locale era utilizzato come magazzino ma non aveva un aspetto tanto diverso da come ce l’aveva ora con Sigismonda, pensò Kire.
La donna con i quattro bambini andò a nascondersi dietro a delle grosse casse di legno sul fondo della stanza, all’incirca dove ora la maga aveva collocato il bancone. L’uomo, intanto, era rimasto a sbirciare da una fessura fra le assi del portone i loro inseguitori. Vide sbucare da dietro all’angolo dell’edificio un Opel Blitz che, a gran velocità, all’incrocio davanti alla bottega svoltò in direzione Cherasco; trascinandosi dietro una cortina marroncina di polvere terrosa. Questa non fece in tempo a depositarsi o diradarsi che subito arrivò una Kubelwagen grigia, che svoltò in direzione Bene Vagienna. L’uomo era teso, gocciolava sudore, che dalla fronte scendeva fino ad appendersi al mento, per poi cadere. Infine, si fece vicino il tipico sferragliare dei cingoli. L’uomo non fece in tempo a vedere il cingolato arrivare che, improvvisamente, arrivò la Kubelwagen inchiodando e si fermò proprio al centro dell’incrocio, lasciando due marcati segni di ruote. L’uomo corse verso gli altri, nascosti dietro a delle casse con la scritta “Patronen” dipinta sopra. Gli fece cenno di seguirlo mentre, senza fermarsi, imboccava una ripida e stretta scala a pioli di legno fissata al muro. Intanto il rumore di cingoli era sparito, segno che il mezzo doveva essersi fermato anch’esso davanti al portone. Appena salirono nel sottotetto, un angusto spazio fra il tetto e le assi che costituivano il soffitto, sentirono lo sbattere di portiere che si chiudevano.
Si sistemarono coricati sulle assi polverose in modo da essere il più invisibili possibile. Il portone si aprì velocemente e un gruppo di soldati tedeschi entrò di corsa, prendendo rapidamente il controllo di tutto il locale. Fra gli ultimi entrò anche un giovane ufficiale, che doveva essere il comandante della squadra. Aveva una vistosa cicatrice che partiva dall’angolo sinistro della bocca e proseguiva sulla guancia, diramandosi in due e terminando verso l’orecchio. Portava i famigerati fregi delle SS. Fece un giro per l’ampio ambiente usato come magazzino, osservando attentamente qualsiasi dettaglio ed anfratto. Passò vicino alla cassa dietro la quale erano nascosti i bambini e la donna pochi istanti prima. Tornò indietro, attenzionato da qualcosa per terra. Girò attorno alla cassa e, chinandosi piegando le gambe, sparì momentaneamente dietro di essa. Riapparve qualche secondo dopo reggendo in mano un piccola locomotiva di latta, di quelle composte da due gusci incastrati insieme ed una chiavetta per la carica a molla. La rigirò per un po’ davanti agli occhi con attenzione, poi guardò a terra nuovamente. Si chinò per la seconda volta, passò il dito guantato sul pavimento e ne osservò il polpastrello colorato dallo spesso strato di polvere marroncina; dunque si alzò nuovamente.
Senza distogliere gli occhi dal giocattolo disse «Questo giocattolo non è ricoperto da tanta polvere quanto lo è il pavimento, sul quale non è presente l’orma che avrebbe dovuto lasciare». Si voltò verso la squadra di soldati. «Ciò significa che è…» si interruppe, il suo sguardo rapito da un dettaglio sulla superficie della cassa di legno dietro la quale stava. «Come stavo dicendo» proseguì con il ghigno che cominciava a rompere l’espressione austera. Seguendo i suoi occhi si poteva facilmente capire che aveva visto delle impronte di mani sulla polvere depositata sul legno. «Qualcuno è stato qui non tanto tempo fa. Erano almeno due o tre persone, stando al giocattolo e alla forma delle impronte. Sono nascosti qui dentro, cercateli» poi, superando la cassa, lesse la scritta su di essa. «Muller, questo deposito è nostro?» chiese ad uno dei soldati. «No signore, non compare sui nostri elenchi» rispose il militare. «Allora che ne dice di prendere due piccioni con una fava?» dopo queste parole il suo ghigno divenne surreale e maligno. «Cose intende, signore?» gli chiese il soldato che portata una placca metallica a forma vagamente di mezza luna appesa al collo. «Intendo…» spiegò il comandante «…che i nostri fuggiaschi si sono appena nascosti all’interno di un magazzino clandestino di merci rubate alla Wermacht. Pertanto, se distruggessimo direttamente questo posto, risparmieremo molto tempo e conseguiremo due successi anziché uno solo» spiegò senza mai dismettere il ghigno. «Mi dia una cartuccia, Muller» chiese al soldato tendendogli la mano con il palmo aperto. Il soldato fece scorrere l’otturatore della sua carabina e porse al comandante la cartuccia che ne venne espulsa. «Danke» rispose il comandante, poi prese delle pinze da un ripiano e le usò per estrarre l’ogiva dal bossolo. Tornò alla cassa e usò la polvere della cartuccia per tracciare un percorso a forma di J con un piccolo mucchietto al termine del ricciolo. «Ha una sigaretta?» chiese poi al soldato, che, imbarazzato, rispose «Signore, sa come la pensa il nostro F…». «Non faccia storie, Muller, so che le ha» lo interruppe spazientito il comandante. Il soldato si tolse da una giberna un pacchetto di sigarette e le sporse all’SS, il quale glielo restituì subito dopo averne presa una. L’accese, fece un tiro giusto essere sicuro che bruciasse correttamente, e la posò in modo che, bruciando, avrebbe acceso la polvere dopo qualche decina di secondi.
«Ora, signori, il tempo farà il lavoro per noi» proclamò dirigendosi verso l’uscita, prontamente seguito dal manipolo di soldati.
Non appena l’ultimo varcò la soglia, l’uomo nascosto nel soffitto disse: «Dobbiamo correre veloci». Corse verso la scala, si fermò ed aiutò i due bambini ad uscire dal contro soffitto, poi la donna.
Quella gara contro il tempo, quella frenesia nevrotica fu loro fatale, poiché a nessuno di loro venne in mente di togliere la sigaretta.
Serie: Narzole Untold
- Episodio 1: Lezione di volo
- Episodio 2: Maledetta pala
- Episodio 3: Una radice particolare
- Episodio 4: La nuova verità
- Episodio 5: La vecchia maga
- Episodio 6: Le fate
- Episodio 7: Allora esistono
- Episodio 8: L’amuleto mediatore
- Episodio 9: La storia degli spiriti
- Episodio 10: Non sono un eroe
Un flashback sulla storia degli spettri che ha dato profondità alla trama.
Forse, poteva essere più concisa, magari inframezzando il flashback stesso con alcuni primi piani su Kire e su ciò che egli prova in tempo reale nel “guardare” quelle scene cruenti.
Ciao Giuseppe, il mio stile è proprio quello, ovvero raccontare tramite le reazioni dirette dei personaggi e non imporre mai nulla di preciso e netto al lettore. Il motivo per il quale questo episodio è così “tirato” ed asciutto è prettamente tecnico: ero arrivato a ridosso delle 1500 parole e non avevo margine per aggiungere null’altro. Inoltre, questa piccola parentesi, non sarebbe dovuta durare oltre l’episodio. Senza il limite delle parole l’avrei sicuramente sviluppato in maniera più “calda” ed empatica.