La strana casa nella tela

Il ricordo che conservo di Arnoux Dupont affonda le sue prime radici in una fanciullezza affezionata, che ebbi la gioia di condividere col mio caro amico sin da quando ho memoria. L’estrema sensibilità cui la natura gli fece dono era capace d’infondere in me il più vivo interesse nei suoi confronti; al contempo gli consentiva di spiccare eccelsamente in mezzo alla massa, che veniva – per così dire – posta in ombra ogni qualvolta s’intrattenesse in un discorso. Per tal motivo, perfino ora che il grigio mi ha tinto i capelli e i solchi del viso si sono fatti accentuati, mentirei se asserissi d’aver mai conosciuto uomo più artisticamente sagace di Arnoux Dupont.

Credo che in una certa maniera la stima che nutrivo nei suoi riguardi mi fosse restituita in cambio, sia pur certo non in egual misura; in effetti ammiravo profondamente il mio amico, e forse lui stesso mi apprezzava come fruitore del suo talento. Mi concedo di lodarmi per un istante, affermando che, durante l’intera infanzia e adolescenza, mi affidò sempre il ruolo di ascoltatore preferito dei suoi discorsi, intrisi di un ardore poetico che smuoveva in me il vero sentimento della bellezza. Dal suo sguardo intenso potevo cogliere la soddisfazione di un artista nell’esprimersi; la nostra amicizia fu pertanto conseguenza inevitabile di una tale armonia fra due spiriti: quello di chi trasmette la propria arte con affascinante eloquenza, e quello di chi è abbastanza suscettibile da poterla comprendere.

Le sue passioni spaziavano nei campi più disparati: dalla letteratura alla scienza così come dalla poesia alla matematica; ma, sebbene godesse di una straordinaria abilità nel saper cogliere, in ogni minuscolo dettaglio delle cose, aspetti artistici che venivano poi esplorati ed analizzati affondo dal suo complesso pensiero, il suo autentico amore era riversato nella pittura. Tale attività era per lui «un innalzamento dell’animo superiore», la cui arte pareva gli fosse innata e alla quale fu legato per tutta la vita. Alcune persone di mia conoscenza negano ogni sorta d’inclinazione naturale dell’Uomo, e ancor più l’esistenza d’individui ai quali sia stato concesso uno specifico dono sin dalla nascita, ritenendo che il talento per le discipline si sviluppi esclusivamente in seguito a quest’ultima; ebbene, allorché penso all’uomo che portò con sé il nome di Arnoux Dupont, subito immagino d’aver conosciuto un genio che avrebbe potuto persuaderle del contrario soltanto alla vista di alcune fra le sue tele.

Benché le mie conoscenze in ambito di pittura siano alquanto ristrette, affermo – senza timore di smentita – che la cura e lo stile che il mio amico adottava per dipingere avrebbero fatto invidia anche ai grandi paesaggisti della storia; e di questo ebbi una riprova decisiva il giorno in cui m’invitò ad assistere alla sua, allora ultima, fantastica opera, il cui ricordo m’induce tutt’oggi a sognare luoghi remoti che non ho mai visitato, se non sulle ali dorate della fantasia.

Durante i suoi ultimi anni di vita, il luogo prediletto dall’artista per dare vita alle sue creazioni era l’interno di una grande cupola di vetro perfettamente trasparente posta sulla sommità di un sontuoso palazzo parigino, da cui si poteva osservare la città dall’alto: un panorama che senz’altro doveva costituire un’abbondante fonte d’ispirazione. Quando giunsi sul posto, potei osservare come Dupont fosse visibilmente impaziente di mostrarmi la tela ultimata un paio di giorni prima, e alla quale – così m’informò – si era dedicato nelle ultime settimane; cosicché si precipitò in tutta fretta su per la rampa di scale della villa, per poi accedere al tetto avvolto dalla cupola, seguito dal mio passo altrettanto affrettato. Era chiaro quanto tenesse a condividere la cosa con me, e di questo non potei che sentirmi assai onorato.

Ora, è bene ricordare la più degna di nota fra le peculiarità dei dipinti di cui il mio amico fu autore, ossia la diretta capacità d’infondere negli spettatori un travolgente senso di nostalgia. Chiunque custodisca nella propria memoria un particolare ricordo al quale è strettamente legato, stia pur certo che esso riemergerà vividamente in superficie semmai dovesse guardare uno di quei paesaggi che dipingeva. Si dice che, per quanto elevata sia la tecnica impiegata, un’autentica opera d’arte non possa definirsi tale laddove non susciti profonde emozioni in chi ne fruisce; ebbene, la tela di Dupont – così come ogni pittura antecedente – non trasgrediva la regola. Ma il sentimento che provai quando la vidi, fu qualcosa di mai vissuto prima.

Sulle prime, osservai che i colori predominanti erano il bianco e il blu, e le altre tinte non erano altro che sfumature di questi ultimi. Al centro dell’immagine vi era impressa la figura di una casa moderna, grigia e bizzarra, che occupava all’incirca un terzo del dipinto; al di sotto di essa, si addensavano quelle che ad un primo sguardo mi parvero nuvole, ma che poi identificai come spuma di mare in mezzo alle onde. In effetti, la casa sembrava affondare le sue fondamenta direttamente nell’acqua, ed a meno che la marea schiumosa non nascondesse una base solida su cui poggiare, si sarebbe detto che l’edifico galleggiasse come per magia. Infine, il cielo contro cui si stagliava la sagoma della casa era privo di nubi e di un limpido colore azzurro.

Ora, a rendere quella casa disegnata «bizzarra» erano due singolari caratteristiche. La prima era la sua parvenza estremamente reale che la faceva quasi sembrare una fotografia, in diretto contrasto con il resto del quadro, il quale era invece così confusamente offuscato da apparire come una reminescenza frammentata di un sogno. Il secondo elemento distintivo, ben più curioso, era l’apparente assenza delle porte. A decorare la facciata visibile dell’edificio vi erano solo due bianche finestre rettangolari, disegnate in perfetta simmetria rispetto all’asse verticale della tela; ma fra di esse, l’abituale ingresso principale di cui ogni abitazione è dotata non era presente. Dunque, in un atto di semigoliardia, domandai a Dupont in quale modo gli abitanti della casa – semmai ve ne fossero stati – avrebbero potuto uscire o entrare, dal momento che quella non aveva porte e si trovava nel bel mezzo del mare. Immediatamente dopo aver posto la domanda, mi balenò alla mente la possibile spiegazione che quello raffigurato non fosse che il retro o una qualunque facciata laterale della costruzione; tuttavia questo non motivava la sua assurda collocazione.

Ciò che ottenni in risposta da Arnoux Dupont stimolò molto intensamente la mia riflessione:

«Tu salti ad affrettate conclusioni, mio caro», disse lui con la consueta armonia con cui miscelava le parole. «Prima di permettere ad un quesito così mirato d’insorgere in te, la tua attenzione dovrebbe innanzitutto rivolgersi ad aspetti più generali. Ma per soddisfare la tua curiosità, posso risponderti che non vi sono porte convenzionali su alcuna delle quattro facciate della casa che ho ritratto, come tu stesso hai modo d’osservare; pertanto, alle persone che la abitano non è concesso di uscire, ma solo di servirsi delle finestre per guardare ciò che sta fuori. Eppure, sebbene di notte tutti quanti si affaccino di fronte a quei vetri, pur non sempre conservando un ricordo di quello che vedono, di giorno solo pochi hanno la capacità di guardare da quelle finestre, ed anzi per molti di loro è come se cessassero di esistere. E così rimangono al buio dentro la loro casa, a vagare di stanza in stanza attraverso grigi corridoi percorsi già infinite volte; mentre i pochi altri, quando ne hanno l’occasione, s’avvicinano alla luce che si riversa sul pavimento e guardano il mare. Costoro lo ammirano, lo bramano, ardono dal desiderio di nuotare fra le sue onde spumeggianti che sembrano nuvole, ma tutto ciò che possono fare è limitarsi a guardare.

Tuttavia, a volte capita che i più determinati arrivino ad osservare le acque esterne con un tale incanto che il loro mondo finisce per stravolgersi del tutto: il mare diventa la casa e la casa diventa il mare. D’un tratto, la gabbia dentro la quale sono imprigionati s’offusca, e le onde, che prima apparivano lontane e nebbiose, si fanno ora nitide e tangibili. Questi, mio caro, sono coloro che varcano l’invisibile soglia della casa nella tela.»

Il più grande artista che ho avuto l’onore di conoscere, nonché mio più adorato amico, spirò nel suo letto una sera di ormai venti anni fa, e furono in molti a piangere la sua dipartita. Malgrado avesse continuato a dipingere dopo quel giorno, nessuna delle sue tele successive mi colpì mai nella stessa misura de La maison dans la mer, opera che forse (ma di questo non ho modo d’assicurarmi) fu la preferita dallo stesso autore per tutto il resto della sua vita.

Oggi è l’anniversario della sua morte, e mentre il museo del Louvre di Parigi custodisce gran parte dei dipinti di Arnoux Dupont, io gli rendo memoria sognando davanti all’immagine annebbiata di una casa senza porte, circondata da un mare la cui schiuma è così tremendamente definita che mi appare vera.

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Discussioni

  1. In questo caso non inizio col mio solito saluto di rito, ma entro subito a gamba tesa: minchia, che racconto! Rientra sicuramente nella top 3 dei racconti più belli che ho letto qui su EO – e quanto avrei voluto scriverlo io! Un po’ mi conosci, Gabriele, e sai quanto ami la suggestione di spazi e storie racchiusi a loro volta in altri spazi e storie. La strana casa nella tela, pur venendoci raccontata con la sintassi di Poe, racchiude tutta la poetica di Borges (un mio caposaldo), dimostrando come un racconto lineare, registrato nella piattezza della carta (o dello schermo) possa acquisire una tridimensionalità inaspettata. Qui c’è metaletteratura, e io non posso fare altro che amare👏🏻

    1. Troppo gentile, Nicholas! Mi fa davvero piacere che ti stia interessando ai racconti che ormai hanno visto la luce parecchio tempo fa: troppo spesso ci si concentra solo sulla novità e quello che viene prima smette presto di esistere. Ma guardarsi indietro ogni tanto può rivelare cose davvero preziose, per esempio in questo caso il tuo commento mi ha riportato alla mente alcune suggestioni che avevo ben impresse quando ho scritto questa storia, ma che il tempo ha poi sbiadito pian piano.

  2. Caro Gabriele, non posso che complimentarmi per questo tuo affascinante personaggio, Auguste Dupin. O forse mi sbaglio.
    Dopo il bellissimo commento fatto da @sergiosimioni, a cui poco si può aggiungere, ribadisco che non so come sei riuscito a raccontare le tue storie nello stile edgariano.
    Non è solo questione di forma, così aderente a quella del grande maestro, tanto da rasentare l’inverosimile. È una fantasia e l’insieme della creazione che colpisce, tua personale eppure anch’essa in linea con quella del celebre scrittore d’oltreoceano.
    Fatico quasi a fare la differenza, che semmai resta, è davvero irrisoria.
    I miei complimenti più sinceri. Splendida prova scritta magistralmente, in cui si percepisce una cura impressionante nella scelta delle parole.
    Triplo chapeau.

    1. Ciao Roberto!
      Beh Dupin è senz’altro stato di forte ispirazione per la creazione di Dupont, che è un po’ la versione artistica del personaggio di Poe che appare ne I Delitti della Rue Mourge e in altri racconti, in cui ho particolarmente apprezzato l’ambientazione parigina tanto da reinserirla in questa storia. Detto questo, ti ringrazio del tuo commento fin troppo generoso. Non ho affatto la pretesa di paragonarmi ai grandi maestri come Lovecraft o Poe, ma trovo che il loro stile di forma (specie quello di Poe) sia estremamente elegante e gradevole da leggere, inoltre permette un arricchimento maggiore di dettagli; e così non posso fare a meno di adottarlo ogni qualvolta che scrivo. Ma come già detto, ho intenzione pian piano di spostarmi verso nuovi temi e argomenti sempre più originali, sebbene l’impronta d’ispirazione credo si noterà sempre 😂

  3. La tua capacità nel ricreare (e nel farlo bene, mi ripeto, senza “scimmiottarlo”) uno stile simile a quello di Poe (e delle sue traduzioni, certo), è davvero sorprendente. Sembra davvero di leggere il diario di una persona vissuta più di un secolo fa. Le descrizioni poi sono così accurate al punto che sono andato a cercare se questo dipinto non esistesse davvero. E fin qua, la forma. Per quanto riguarda il contenuto, l’idea di fondo del racconto, devo dire che la casa nel mare è davvero un concetto molto interessante, un inno al senso critico (“tu salti ad affrettate conclusioni, amico caro”) ed una bella metafora di come la gente a volte non sia capace di guardare ciò che le sta attorno (siano luoghi, persone o avvenimenti) con la giusta prospettiva.
    Bellissimo racconto!

    1. Ciao Sergio! Grazie per le belle parole, i tuoi commenti sono sempre davvero davvero apprezzati 😀
      Questa storia (come da titolo, appunto) mi è uscita piuttosto strana e insolita, e ho voluto assegnare al personaggio di Dupont il compito di spiegarne il significato, ed uno come lui non poteva che farlo in maniera criptica ed enigmatica (forse un po’ troppo). Mi sto accorgendo di come sia complesso adottare questo stile velato di narrazione, uno stile che non ti schiaffa tutta la sua morale in faccia, ma lascia che sia un personaggio in particolare a tentare di farlo intuire. Il bello è che in questo modo il lettore ha modo di trarre le sue conclusioni e di interpretare a modo suo il tutto, a volte trovando addirittura nuove chiavi di lettura ignorate dallo stesso scrittore, e così i commenti di chi legge arrivano ad acquisire un valore aggiuntivo.