La stufa

Secondo raccontino dialettale tradotto. Sotto l’originale.

Se c’è una cosa che un tempo era in tutte le case non è la televisione ma la stufa.

Se torniamo indietro di 60/70 anni, quando nessuno usava il gasolio ne tantomeno il metano, l’unico posto in casa dove si stava al caldo era la cucina, davanti alla stufa. Li era il centro di tutta la socializzazione: si cuoceva il minestrone in una grande pentola o la polenta nel paiolo, si preparava il caffè con la moka per chi veniva in visita e, sopra, su quegli appositi ferri orizzontali, si stendevano ad asciugare i panni lavati e capitava, ogni tanto, che il cibo fosse più saporito del solito.

Sento ancora il rumore dei cerchi che si toglievano per far posto al paiolo, vedo ancora le scintille che uscivano e sento quel profumo di fuoco di legna che ormai si sente solo in qualche casa di montagna. Mi ricordo l’inverno, quando fuori era freddo e noi ragazzini andavamo a slittare o a tirarci palle di neve: la prima cosa che si faceva quando veniva notte e si doveva smettere di divertirsi perché era pronta la cena, si andava di corsa alla stufa, ci si sfilava i guanti fatti a maglia dalla mamma che, quando andava bene, erano fradici ma spesso talmente ghiacciati che ti pareva, levandoli, che si staccassero anche le dita! Quanto tempo lì a scaldarsi le mani facendo finta di ascoltare tua mamma che imprecava perché non l’aiutavi mai (Ti ho urlato dieci volte che mi portassi due pezzi di legna ma sei sordo come una campana!) o per i compiti ancora da fare.

La mamma, la stufa… non riesco a pensare ad una senza vedere anche l’altra.

La mattina mi alzavo e correvo in cucina, trovavo già caldo e la scodella con il latte e l’ovomaltina, pane avanzato il giorno prima e qualche volta un po’ di marmellata… non c’era tanto ma era tutto più buono… niente tv accesa, neanche la radio e per fortuna che altrimenti non mi ricorderei la sua voce così dolce, così piena di amore che allora non capivo e che ora mi manca tanto.

La fornela


Se ghe na roba che na volta gh’era en tute le case no l’era la television, l’era la fornela!

Se nem en drio de 60/70 ani quando nesum dopreva ne nafta ne tantomen metano l’unico posto de la casa en do che se steva al calt l’era en la cusina, tacà a la fornasela. Li l’era el centro de tuta la “socializaziom”: se meteva su la codima per far el minestrom, el parol per la polenta, la moca del café per chi vegniva a far visita e sora, su quei feri che se tireva for se meteva a sugar la roba lavada e capiteva, ogni tant, che el magnar el vegnis pu saorì del solit. Sento ancora el rumor dei zerci che se tireva via per farghe posto al parol, vedo ancor le sdinze che salteva fora e quel profumo de foc de legna che ormai te senti sol en qualche casa de montagna. Me ricordo d’inverno, quando fora l’era fret e noi boci nevem a slitar o a tirarne bale de nef: la prima roba che se feva quando vegniva not e se doveva piantar li de divertirse perché era pronta la zena se neva de corsa tacai ala fornela, se se sfileva i guanti fati a ucia da to mama e, se la neva bem i era sol mizi ma pu spes engiazai che te pareva, a cavarli, che i se portes drio anca i dei! Quant temp li a scaldarse le mam e a far finta de ascoltar to mama che ostieva perché no te ghe devi mai na mam (T’ho ciamà dese volte che te nesi a torme do stele ma te sei sord come na campana!) o per i compiti ancor da far. La mama, la fornela… no rieso a pensar a una senza vederghe tacà l’altra. La matina me alzevo e corevo en cusina, trovevo za calt e la scudela col late e l’ovomaltina, el pam vanzà el di prima e qualche volta en po’ de marmelata… no gh’era tant ma l’era tut pu bom… niente tv empizada, gnanca la radio e per fortuna che se no no me ricorderia la so voze così dolza, così piena de amor che alora no capivo e che ades me manca si tant.

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Discussioni

  1. Per me, la stufa significa la mia nonna paterna. La mia nonna Rosi che ci faceva qualunque cosa. Ci asciugava i panni, faceva il budino con tutto il fondo attaccato che potevi grattare con il cucchiaio (non lo sapevamo ancora che era tossico!) E soprattutto la polenta alla domenica. La legna se la portava in cucina da sola, perché lei non chiedeva mai aiuto. Grazie Giuseppe per questo bellissimo ricordo. Non fermarti.

  2. “Sento ancora il rumore dei cerchi che si toglievano per far posto al paiolo, vedo ancora le scintille che uscivano e sento quel profumo di fuoco di legna che ormai si sente solo in qualche casa di montagna”
    immagine bellissima 👏

  3. Che belli questi racconti con la traduzione a fronte… Complimenti Giuseppe, tanto calore e tenerezza soprattutto per chi ci si ritrova in qualche modo. Ma sono sicuro che anche chi “non c’era” si sentirà tanto bene leggendoli.

    1. Giancarlo, non c’era ancora il nesquick quando ero bimbo! Solo Ovomaltina oppure l’Ecco!
      Il dialetto è di difficile comprensione nel parlato ma nel leggere, a parte qualche vocabolo locale, si riesce a comprendere. Ti ringrazio, a presto!

  4. Vent’anni fa ne vidi una dei primi del 900 ancora in funzione, presso dei miei parenti a Gorizia. Credo che sia ormai una rarità, un pezzo da collezione più che altro.
    Interessante il grado d’intelligibilità del tuo dialetto (o almeno, immagino che sia il tuo dialetto anche se il cognome tradisce origini siciliane) con l’italiano: ci sono alcuni termini del tutto diversi, ma nel complesso la storiella si capisce.

    1. Ciao Francesco! Il cognome tradisce la mia origine metà sicula, padre siracusano e madre trentina. Sono nato e cresciuto qua al nord ma ho un vago ricordo dei viaggi in treno (due genitori e cinque figli, pazzesco!) quando, una volta ogni due/tre anni si andava tutti a trovare la nonna. Ci sono tornato poi nel ’90 in viaggio di nozze e un paio di volte negli ultimi anni, a Favignana per lavoro. E’ bellissima la Sicilia ma, in tutta onestà, per vivere preferisco il Trentino.

      1. Mamma mia! In treno fino a Siracusa era un’impresa eroica. L’ho fatto un paio di volte da Catania a Udine… Un’odissea.

  5. Mi hai riportato a casa di mia nonna in piemonte e al suo cucinino con la stufa a cerchi. Forse nel tuo racconto hai dimenticato che a lato della stufa c’era un contenitore con l’acqua calda che si usava per preparare la buiotta da infilare nel letto delle gelide camere.Grazie per il viaggio nel passato

    1. Hai ragione, c’era in tutte le stufe quel contenitore stretto e lungo per scaldare l’acqua! Altra cosa dimenticata sono le bucce degli agrumi che si lasciavano sopra i cerchi e diffondevano un buon profumo in tutta la casa.

      1. Ricordo tanto bene la “cucina economica”, come la chiamavano i miei nonni. Alimentata a legna o a carbone, con i cerchi per dosare la fiamma. E la canna fumaria, in cui una volta entrò una rondine. Pensa che riuscirono a liberarla. Ricordo che questa cucina in particolare aveva anche un forno. Per me era una sorta di mistero come avesse potuto funzionare tutti i giorni ai tempi dei miei genitori, io la vidi accesa forse una volta. Dove abitavamo quando io ero ragazzino, c’erano già i forni elettrici…