La tana del Bianconiglio 

Serie: Nel Paese delle Meraviglie


La fine di una storia d'amore

Il mio gelato è enorme. Rido perché so che probabilmente non riuscirò a finirlo, ma i gusti che ho scelto a lui non piacciono, quindi non mi potrà aiutare. Pazienza. Continuiamo a camminare lungo la strada che ci porta al suo appartamento: la gente è gioviale sui marciapiedi, bambini che corrono, i ristoranti aperti sono già pieni nonostante l’ora. Ha una mano nella tasca posteriore dei miei pantaloni, ed io nella sua. Alle volte sento che cerca di prendermi il sedere tra le dita, per pizzicarmi ed allora io gli vado a sbattere addosso con il corpo e lui ride, dandomi della pazza.

Ci guardiamo e ci baciamo velocemente, senza smettere di camminare ma sbandando un poco: lui che mi vuole spingere contro un muro per fare tutto con più calma, io che gli do del maniaco perché non riesce a trattenersi.

Sorride in quel suo modo storto: non apre la bocca dai due lati come le persone solitamente fanno, ce n’è sempre uno che si piega più dell’altro, un occhio mezzo chiuso, il capo leggermente piegato, come se oltre a sorridere, volesse anche dirmi altro. Ha un modo tutto suo di farmi capire le cose, ma lo amo anche se è un po’ storto; o forse, soprattutto perché lo è.

Le mie amiche dicono che ha le orecchie a sventola, ma in realtà non è vero: con i capelli corti cosi, effettivamente una è più in fuori, ma ha un suo perché, quindi io non ci faccio mai caso. Ha le gambe solide, le spalle rese muscolose dalle ore in bicicletta che passa con lo zaino delle consegne addosso; ha i polmoni puliti, e quando gli offro un drum, lo guardo di sfuggita mentre tenta di chiudere la cartina, facendo però finire tabacco da tutte le parti e scoppiando a ridere quando mi trova intenta a fissare il suo massacro. Non ci siamo mai ubriacati insieme, non l’ho mai visto piangere, non l’ho mai visto perdere il controllo; so che succede e so anche che non è bravissimo a gestirne le conseguenze, ma con me non ha mai detto una parola fuori posto, mai una carezza che fosse troppo spinta, un commento fuori luogo. È perfetto. Mi chiedo cosa ho fatto per meritarmelo, io che mi sento cosi sporca ed incapace dentro.

Chiudiamo la porta della camera e non faccio in tempo a togliermi le scarpe che sento le sue mani attorno alla pancia, le sue labbra sul collo ed il pene duro che sembra pensare di poter ignorare i pantaloni che ancora mi coprono, ed aprirsi la via. Rido. Mi piace quando mi prende un po’ cosi, dal niente, senza chiedere.

Io non ho mai il coraggio di iniziare il sesso, per non doverlo obbligare a starci, se magari non ha voglia. Aspetto che sia lui a mettermi una mano sulla pancia, la mattina, facendomi svegliare già bagnata.

Ci togliamo i vestiti e sdraiamo sul letto. Mi prende da dietro. Lo voglio, davvero. Non mi ero resa conto di quanto mi fosse mancato fino a questo momento.

Non parliamo; non lo facciamo mai. Alle volte mi chiede di guardarlo mentre mi penetra, ma io non riesco mai per più di qualche secondo: mi sento troppo esposta nel sentirlo dentro di me e ritrovarmi anche a fissare i suoi grandi occhi scuri, pieni di sentimento.

Ma ora sono girata con il volto sul letto, quindi non c’é pericolo; gli prendo una mano e la stringo forte: è il mio modo di mostrargli che lo amo. Voglio che continui, senza che ci stacchiamo più. Sentire l’odore della sua pelle che inizia a bagnarsi di sudore, il peso del suo corpo sul mio, come se fossimo un’unica persona, allontanandomi dal cuore la paura d’essere abbandonata, d’essere lasciata sola, di non essere voluta, di nuovo. Quando lo sento appiccicato alla mia pelle, quel timore non esiste più: non è materialmente possibile staccarci. Siamo due e uno, indivisibili.

Mi piace quello che fa. Mi piace, lo voglio.

E poi, in un secondo, non lo voglio più.

Non so cosa succede: mi sento stanca, il mio corpo si irrigidisce, sono asciutta all’improvviso. Non lo voglio più, anche se non so il perché. Sono sdraiata sulla pancia, la camera è buia perché non ci siamo dati il tempo di alzare le tende: non può vedere la mia faccia, non può vedere come è cambiata la mia espressione. Mi fa male ora.

Lui non ha fatto nulla di strano: continua con il suo ritmo, mi abbraccia, mi bacia la schiena, ma i miei muscoli ora sono duri come ferro, le mie gambe inerti, il mio bacino abbandonato sulla coperta nera.

Inizio a sentirmi male.

Le braccia, stese lungo il corpo, non rispondono, e la mia testa sembra non saper più cosa fare. Non sento nessuna voce che mi dica di muovermi, parlare; nessun istinto a guidarmi.

Non so cosa stia succedendo; so solo che voglio che smetta. Ora. Voglio che smetta. Basta.

Eppure la mia gola resta silenziosa, le mie labbra di ghiaccio, bagnate ora dalle lacrime che stanno iniziando a colarmi dalle guance. Sento lo sfregamento ad ogni spinta sua; semplicemente mi sembra che il mio corpo stia facendo di tutto per tenerlo fuori da me: si contrae, s’indurisce, si nasconde, eppure lui non lo sente e continua.

Ed io non lo dico, e lo faccio continuare.

Non riesco a parlare: dovrei dirgli che non ho più voglia, ma non dovrebbe essere così. Dopo mesi che non ci siamo visti dovrei voler godere con lui, dovrei chiedergli di continuare, di provare nuove cose. Non ha senso interromperlo ora, e non potrei nemmeno spiegargli il perché, e si sentirebbe ferito forse.

E poi, chi sono io per negargli il piacere?

Non voglio fargli pensare che non lo amo più, o che non mi eccita o che sta facendo qualcosa di sbagliato. Non voglio disturbarlo ora, e dover poi parlare di qualcosa alla quale non so ancora dare un nome.

Finisce e mi crolla addosso. Ricomincio a respirare, chiudo gli occhi per riprendermi. Lui mi stringe forte da dietro, mi chiede se sto bene; nel buio della camera annuisco, mormoro qualcosa e gli bacio una mano. Si alza e va in bagno a pulirsi, mentre io mi siedo sul letto e mi asciugo le lacrime. Resto ferma a guardare il pavimento dove ci sono ancora i nostri vestiti ammucchiati, e mi chiedo cosa sia appena successo.

Non ne ho idea.

Lo aspetto sul letto, e quando ritorna da me, lo abbraccio forte. Ci accoccoliamo, e restiamo in silenzio.

Voglio dimenticare, perché non serve a nulla ora. Lui è con me, mi ama, non mi avrebbe fatto del male e non è colpa sua. Ed allora perché dovrebbe pagare per i miei sbagli?

Non pagherà per la mia incapacità.

Ed alla fine non è successo niente di grave.

Non so ancora che da lì a due mesi, il solo pensiero di ritrovarmi con lui, nudi nello stesso letto, mi farà scoppiare a piangere, le mani che mi tremano ed un “no” che mi esce dalle labbra in un urlo gutturale, nonostante sia sola, a casa mia. Non so ancora che da lì a due mesi, non saremo più un noi, e che lo vedrò piangere per la prima volta. Non so ancora che mi sentirò violata senza esserlo mai stata, se non da me stessa e dal mio non amarmi, odiandomi per non essere riuscita, per una volta, a disturbare. 

Serie: Nel Paese delle Meraviglie


Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Mi sono sentita trascinata in quella stanza e su quel letto. Mi sono sentita lei, come mille volte e come mille altre donne come noi. Hai mantenuto lucidità dall’inizio alla fine, la penna ferma, nonostante sono certa non sia stato facile. Mi hai risvegliato dentro tante emozioni che ci cacciamo giù perché in fin dei conti è vero: ci sentiamo sempre quelle ‘sbagliate’. Grazie