La tana delle marmotte (parte 2)

Come un artigiano lavora il legno per farci una porta, ora non restava nient’altro se non varcarla. «Tutto è pronto – disse – Anni di dubbi e menzogne troveranno stanotte risposte e sincerità. Siamo ormai arrivati al punto di non ritorno, tra qualche ora noi saremo all’aperto, e sapremo la verità sulla notte. Ciò che vi sto chiedendo è un passo importante non solo per la nostra vita, ma per la vita di tutta la comunità. La scoperta che faremo stanotte, se dovessimo tornare vivi, farà capire a tutti il vero volto della loro paura. Mi verrebbe da dire che i nostri nomi potrebbero finire incisi su di una corteccia d’albero, e magari la nostra avventura narrata per anni e anni ancora dopo la nostra morte». In molti sorrisero. «Ma ora dobbiamo restare vigili – disse il condottiero – non un errore, non un inciampo; dobbiamo essere perfetti, tutti noi – e lì fermò il suo sguardo su ognuno di loro – dobbiamo esserlo. Ora andiamo, o chiuderanno l’entrata».

Il gruppo entrò nella Tana proprio quando l’ultimo raggio di luce stava scemando.

Come la notte prima, si riunirono nuovamente nella sala più ampia e qui si coricarono con tutti gli altri.

L’attesa sembrava eterna, ogni marmotta stava attenta anche al più piccolo rumore.

Il segnale sarebbe partito da Gregorio, il quale avrebbe emesso un flebile fischio per indicare agli altri quando iniziare a muoversi.

Così, quando fu ormai certo che tutti stessero dormendo, Gregorio fischiò. Immediatamente si sollevarono tutte le teste dei partecipanti, che iniziarono a muoversi in maniera rapida e precisa. L’unico che rimase leggermente più indietro fu Desiderio, che rischiò diverse volte di calpestare la coda o inciampare sul muso delle masse di pelo dormienti, spaparanzate a terra.

Iniziarono a risalire verso la superficie, e più si avvicinavano al tunnel nascosto più l’ansia cresceva. Gregorio si fermò di colpo, erano arrivati al punto in cui era stato camuffato il tunnel scavato il pomeriggio.

Iniziò a scavare e con lui affondarono le zampe nel terriccio altre due marmotte, insieme non ebbero alcun problema nel liberare il passo in poco tempo.

Ora non restava altro che farsi strada fino al varco che dava sul prato.

Una ad una, le marmotte si infilarono dentro il cunicolo, davanti a tutti si trovava Gregorio, in fondo Desiderio.

Ci fu un rapido giro di eccitati e impauriti sguardi ed infine, come se stessero per strappare un cerotto, le marmotte spalancarono l’uscita.

Sgusciarono fuori in tutta fretta e mano a mano che uscivano rimanevano lì, immobili. La paura lasciò spazio allo stupore. Ciò che si trovarono davanti non era nemmeno lontanamente paragonabile a quello che avevano immaginato.

Gregorio era ipnotizzato, non riusciva più a riportare lo sguardo verso il basso, come se i suoi occhi volessero abbeverarsi continuamente a quello spettacolo. Tutte le marmotte erano stregate, fisse, pietrificate.

Ma tra tutte loro, che erano uscite con la voglia di saggiare la verità, quello che rimase più colpito dallo spettacolo che gli si stagliava dinanzi fu Desiderio. Un infinito blu scuro (non un profondo nero, come si era sempre detto), coperto da tante piccole, distanti, leggiadre lucciole.

Si ritrovò a fissarne una più grande e luminosa, come il sole ma di minor brillantezza. Col suo chiarore inondava la valle, sulla quale sembrava avesse steso un velo di rugiada. Rimase lì, ritto sulle zampe posteriori, con lo sguardo all’insù, come una statua. La cosa che gli era stata descritta come terribile e pericolosa era ora lì, di fronte ai suoi occhi e, invece di spaventarlo, lo attraeva. Cadde all’indietro, tanto era rilassato che non se ne accorse. Sollevò una zampa, nel vago tentativo di afferrare lo strano piccolo sole. Nelle sue nere pupille, si rifletteva il puntellato cielo notturno. Il vero motivo della grande bugia.

Il vento cambiò direzione.

Il cespuglio sotto la quercia fremette un istante.

Passò una nuvola che coprì un poco le stelle.

Una penna cadde dal banco, facendo un piccolo rimbalzo a terra. La pelosa zampetta la raccolse e poi sistemò gli occhiali sul muso. La professoressa aveva appena finito di leggere un interessante racconto di un famoso scrittore di diversi anni addietro. Nella classe, ovunque si girasse, vedeva musetti assonnati, o che stavano già ronfando da un po’. Aprì il quaderno, in cui si appuntava le idee ed i sogni che faceva quando dormiva e, vicino ad un abbozzo di Nonno Gregorio, scrisse in piccolo: “Come una trappola, la Notte attende quieta…”

Fine

Avete messo Mi Piace5 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Mi piace, questo racconto. Originale e ben scritto. Il finale a sorpresa ha fatto il suo effetto, ma non mi fa comprendere cosa sia accaduto al gruppo di Gregorio: se sono tornati e lui ha scritto il racconto, allora il racconto dovrebbe terminare con… qualcosa. Allora forse è l’insegnante che si è fermata prima di completare la lettura, e il meglio deve ancora venire? Può essere, e in questo caso siamo noi e solo noi che non sapremo mai cosa ha trovato Gregorio, che spaventava tanto le marmotte.
    La descrizione del cielo stellato che incanta e sorprende mi ha ricordato “Notturno” di Asimov.

  2. Sono felice che Gregorio sia diventato nonno, onestamente temevo per la sua sorte: lupi e volpi non sono antagonisti di cui farsi beffe. Concordo sul finale con @joe8Zeta7 (Giuseppe Zolli), l’effetto sorpresa è ben congeniato ma merita qualche limatura (fra le altre cose, succede spesso anche a me non per ultimo in uno dei racconti più recenti che ho pubblicato qui). Spero di leggere presto altre tue storie, oggi ho iniziato la giornata alla grande proprio grazie a questa.

  3. Mi è piaciuto molto questo racconto.
    L’unica cosa che mi ha lasciato un po’ perplesso è il finale, perché sembra quasi scollegato dal resto: all’inizio sembra descrivere una classe di bambini, il che farebbe pensare che tutto il racconto sia stato narrato dall’insegnante agli alunni, però poi citi la “pelosa zampetta”, il che lascia interdetti su come figurare bene la scena.
    Forse potresti rielaborarlo per renderlo più comprensibile ed emulsionato col resto.
    A parte questo, però, è davvero molto bello.