La Terapia

Serie: La maschera della peste


Rimasta sola, Carolina si rimette in piedi, si scrolla via la sabbia. Lo sguardo rimbalza nell’ambiente spoglio alla ricerca della tuta blu e del piumino, mentre ha la pelle d’oca e batte i denti, perché il freddo è tornato a tormentarla. Un altro stranuto a ricordarle che deve riguardarsi. Che certe imprese sarebbe meglio affrontarle al caldo. Che occorre coprirsi al volo. Adesso però non prova più paura né rabbia, adesso è felice. Recuperati i vestiti esce dal capanno e si mette a ridere. Da quanto tempo non le capitavano follie del genere? Da quanto tempo per colpa di stupide ripicche aveva abbandonato il sentiero della passione? Tolte le spine occorreva invece spingere sull’acceleratore, perché i sentimenti non aspettavano. Perdersi e ritrovarsi, in fondo l’amore era solo questo. Un cantuccio da risistemare, uno spigolo da smussare, un amante speciale con cui combaciare. L’aria che respirava, il mare che la circondava, la luce e il buio che attraversava soltanto così acquisivano un senso. Perfino il mondo intero, a essere sinceri, perfino tutto.

’Che cosa resta della vita, se non l’aver amato?’ come aveva detto quel genio immortale di V. Hugo.

Come aveva fatto a dimenticarlo?

Le ballano in testa i versi di almeno una dozzina di poesie a tema, anche se la sua preferita è quella intitolata “I ragazzi che si amano” di Prèvert. Perché in fondo crescere è una gran fregatura e quel tipo di amore lì, timido e ingenuo ma al tempo stesso cieco e feroce è il migliore che esista. È oro puro che brilla.

’… I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno/ Loro sono altrove ben più lontano della notte/ Ben più in alto del sole/ Nell’abbagliante splendore del loro primo amore.’

Il futuro toglie e non aggiunge, il dopo non è mai all’altezza del prima ma questo è difficile da accettare. Carolina si morde le labbra, ripensa a lei ragazzina con le treccine lunghe, il piercing al naso e le unghie arancioni, seduta su una panchina ai giardini Morandi a sbaciucchiarsi, a quegli anni di fine secolo truccati di sogni e di speranze troppo acerbi. Un tappeto infinito di foglie secche di fronte alla sua vecchia casa, il walkman della Sony, le prime bevute, la cotta per Baggio, le gazze ladre davanti alle finestre della sua classe, le braccia piene di braccialetti e il naso sudato della Riccetti ogni volta che veniva interrogata… i ricordi più strani, i particolari più assurdi vengono a galla, escono dal passato come un genio da una lampada. Aveva salutato il Classico che non sapeva niente o quasi della vita, adesso che sapeva tutto aveva un desiderio struggente di ritornarci. Forse non se n’era mai andata da lì, forse da qualche parte lei adolescente esisteva ancora dentro quella scuola, sedeva su quei banchi e si aggirava per i corridoi, insieme a coloro che aveva avuto come compagni della sua età più bella. Insieme a Luca che alla fine aveva scelto l’Accademia navale di Livorno e tanti saluti. Probabilmente la scelta d’insegnare era stata solo la logica conseguenza, un modo cioè per rimanere attaccata allo scoglio, per non abbandonare del tutto quel mondo anche se poi era finita allo Scientifico.

Carolina si allaccia una scarpa, gli occhi chiusi a cancellare la nostalgia perché altrimenti fa male. Parte dalla testa e arriva alla pancia in un nanosecondo, insieme al sapore amaro di tutto ciò che sarebbe potuto essere e invece non era stato. Per giunta prova quasi vergogna a intristirsi per quelle vecchie storie. Sente di non averne diritto, considerata l’immane tragedia che si è appena conclusa. Ma oggi non può farne a meno, oggi va così.

Le facce delle sue alunne… d’un tratto le vengono in mente, soprattutto quella spigolosa dell’austero preside Zepaldi… le loro espressioni incredule, i loro occhi sgranati se soltanto conoscessero la verità… lei dentro un capanno al mare ¬– in pieno inverno – a fare l’amore come se avesse sedici anni e non sapesse dove andare. Ma era proprio quello il bello, sospira Carolina stringendosi nel piumino, l’illusione inconfessabile di tornare indietro, di sentirsi di nuovo viva e libera. In fin dei conti chi lo dice che nella vita bisogna sempre saltare in avanti come le rane?

Il vento intanto le accarezza i lunghi capelli castani e il cappello di lana è sparito. A passi rapidi si dirige verso la Golf, ha bisogno di una doccia bollente e poi la nebbia che nel frattempo è arrivata non promette nulla di buono. La nebbia, chissà perché, assomiglia a un punto e virgola. Non conclude, non serve a niente.

Raggiunta l’auto sale e mette in moto. Alla radio ci sono i Backstreet’s Boys che cantano “Everybody”, un successo “evergreen” come lo definisce il conduttore radiofonico, ma lei si ricorda bene di quando era solo “green”, visto che era stata una loro accanita fan.

Era stata?

Carolina si mette a cantare a squarciagola, è di nuovo una ragazzina.

’… Am I original? (yeah) / Am I the only one? (yeah) / Am I sexual? (yeah) / Am I everything you need? / You better rock you body now/ Everybody/ Rock your body / Everybody / Rock your body right / Backstreet’s back alright…’

Le vecchie canzoni hanno questo potere, arrivano all’improvviso e ti sorprendono perché tolgono la polvere dai ricordi, alle volte aprono persino delle piccole crepe. Sono pugni, schiaffi, carezze o baci a seconda dei casi. E noi non siamo più noi. Qualcosa cambia, qualcosa ritorna a galla, la memoria si accende e il cuore batte più forte. Se chiude gli occhi potrebbe essere perfino il 1997, in quell’attimo, in quel preciso battito d’ali ed “Everybody” col suo videoclip “gotico” sarebbe la nuova hit del momento. Perché no? Il mare, la strada, le case appena superate, la nebbia in fondo sono uguali, le strisce pedonali e il semaforo rotto sono sempre nello stesso identico posto… e domani avrà il compito di Greco e poi uscirà con Luca, il figo della IIA… perché no? Se chiude gli occhi però andrà a sbattere, se chiude gli occhi distruggerà anche la sua dannata nostalgia, visto che è proprio quello il grosso guaio della realtà: alla fine vince sempre e amen.

Un’ora dopo Carolina è già in cucina a preparare la cena. Il talk show è di una noia mortale, un politico obeso e dalla cravatta argento snocciola cifre e dati, per dimostrare che il PIL è in decisa ripresa nel primo trimestre del 2022 dopo la fine della pandemia, suscitando l’ilarità del conduttore dalla faccia da cammello. Il maglioncino bianco che indossa si è infeltrito troppo, le fa un seno esagerato, in compenso i jeans elasticizzati sono un vero schianto. Carlo tuttavia non è ancora tornato.

Chissà se si sarà ricordato di comprare il pane…

Il portone all’improvviso si apre, mentre lei mette in tavola due bistecche fumanti. Entra un uomo sulla quarantina, canticchia una vecchia canzone d’amore, si toglie il cappotto, continua a canticchiare. Il telefono fisso squilla.

― Rispondi tu? — gli domanda Carolina, prendendo l’insalata dal frigo.

― Lascia stare, sarà quel pirla del mio editore.

― E quella?

¬― Un colpo di fortuna, l’ho incontrata per caso.

— La tieni come souvenir?

— Può darsi, non mi dispiace — Carlo pare quasi serio, quasi convinto.

― Il pane?

― Preso al volo prima che chiudessero bottega — e lo appoggia sul tavolo, sbadigliando. Il telefono smette di frignare, ma Carolina continua a guardare l’oggetto che suo marito ha appena messo accanto al lavello, nel frattempo una delicata voce femminile pubblicizza una nuova marca di assorbenti.

― Amazon? ― gli chiede, indicandolo con un dito.

― Sì ― le risponde Carlo, fissandola con i suoi occhi azzurri. ― Volevo sorprenderti.

― ’Si vis pacem para bellum’ ¬― sentenzia Carolina, avvicinandosi al lavello. Quella cosa lì però non deve starci, è antigienica, è fuori luogo.

― La mia professoressa di Lettere preferita — Carlo le dà un bacio sul collo e una pacca sul sedere.

— Mangia che è meglio…

— Ho una fame da lupi… Marco si è fatto vivo?

¬― No.

― Niente viaggio a Londra allora.

— Lascialo perdere, ti conviene.

— Lo sai perché ti amo ancora? — Carlo lo dice con enfasi, allarga le braccia in maniera plateale, l’espressione allegra.

Carolina si ferma davanti al corridoio, si volta incuriosita, vuole vedere dove va a parare.

— Perché ogni volta che esci dalla doccia non vuoi farti vedere nuda, non sei incredibile?

— Ma smettila…

—’Parlami d’amore Mariù! Tutta la mia vita sei tu! Gli occhi tuoi belli brillano…’ ¬― Carlo si sfila il maglione marrone e resta in camicia. Poi si siede e si versa del vino.

Due pensieri danzano nella testa di Carolina mentre accende la luce ed entra nel ripostiglio: la terapia di coppia very hot e very strong suggerita dall’analista va alla grande, lei odia le maschere. Almeno quel tipo di maschere. Quelle con la protuberanza a becco d’uccello che parlano di malattia e di morte. Che le ricordano tanto il Covid. Sarà stupido ma è così, non può farci niente. Perciò la nasconde in fondo alla scarpiera e si sente già meglio.

Le ragazzine dopotutto si spaventano facilmente…

Serie: La maschera della peste


Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Amore

Discussioni

  1. Questa serie comincia a piacermi. Leggendo il primo episodio ero un po’ perplessa, il secondo, invece, soprattutto nella parte finale, corrisponde di piu’ alle mie aspettative. Avrei preferito una sintesi maggiore nella parte centrale di questo secondo episodio. Mi rendo conto, pero’, che le tue esigenze narrative e l’ obiettivo finale, puoi conoscerli bene soltanto tu.

  2. Confesso che il primo episodio mi ha lasciata basita, ma ora combacia tutto! Effettivamente ho trovato strana la preoccupazione della protagonista, quando ha aiutato il “maniaco” alle prese con il cane. Penso che ognuno debba reinventarsi nella vita e che la complicità sia importante fra due persone che si amano.