
La Tessitrice Silenziosa
Elena osservava il fascicolo aperto sulla sua scrivania. Era l’ultimo di una lunga serie, ma questo particolare caso le aveva fatto stringere il cuore in una morsa gelida: Dritan Ferretti, condannato a soli tre anni per violenza sessuale, era libero di camminare per le strade come se nulla fosse accaduto. Come tutti gli altri prima di lui.
Si passò una mano tra i capelli grigi, un tempo castani. Quindici anni erano trascorsi dalla notte che aveva cambiato la sua vita, trasformandola da vittima a vendicatrice.
Quindici anni da quando aveva iniziato la sua missione segreta, nascosta dietro la facciata di un’innocua impiegata della biblioteca civica.
Ricordava ancora il volto del suo aggressore, Roberto Conticelli. Lo incontrò per caso in un supermercato sei mesi dopo la sua scarcerazione, anticipata per buona condotta. Lui non l’aveva riconosciuta; lei era solo l’ennesima vittima senza volto di una lunga lista. Ma lei non aveva mai dimenticato.
L’idea nacque quella sera stessa. Aveva seguito Conticelli fino a casa sua, studiando le sue abitudini per settimane. La sua precedente esperienza in farmacia, abbandonata dopo il trauma, si era rivelata provvidenziale. Preparò una combinazione letale di sostanze naturali, impossibili da rintracciare in un’autopsia di routine: un infarto apparentemente naturale per un uomo di cinquant’anni con una storia familiare di problemi cardiaci, non fece sospettare nessuno.
Da quel momento, Elena scoprì la sua nuova eccitante vocazione. Il suo lavoro le dava possibilità di accesso a tutti i fascicoli, a tutti i nomi, a tutti gli indirizzi. Uno dopo l’altro, gli stupratori che erano stati rilasciati dopo pene ridicolmente brevi iniziarono a morire per “cause naturali”.
Un diabetico trovato in coma ipoglicemico nel suo appartamento.
Un epilettico morto durante una crisi notturna.
Un allergico stroncato da uno shock anafilattico.
Tutti casi archiviati come tragiche fatalità.
Elena era meticolosa. Non uccideva mai nello stesso modo, non seguiva mai uno schema riconoscibile. Potevano passare mesi o anni tra una morte e l’altra. La sua pazienza era infinita, come il suo dolore.
Ora, seduta alla sua scrivania, studiava il recente caso Ferretti.
Lui aveva trascorso tre anni in carcere per aver violentato una ragazza di diciannove anni, ed era uscito solo due settimane prima. La vittima aveva tentato il suicidio due volte durante il processo.
Elena aprì il cassetto della scrivania e prese l’agenda, annotando dettagli strategici: l’indirizzo di Ferretti, gli orari di lavoro, le abitudini e, come sempre, avrebbe aspettato il momento giusto.
La sera stessa, mentre guidava verso casa, ripensò a come la sua vita si fosse trasformata. Non provava più rimorso per le sue azioni. Nella sua mente si convinceva di esser la sola a correggere gli errori di un sistema giudiziario troppo clemente. Stava proteggendo altre potenziali vittime.
Il suo appartamento era il rifugio perfetto: ordinato, anonimo, pieno di libri e piante. Nessuno sospettava che dietro quella facciata di ordinaria esistenza, si nascondesse una giustiziera.
E anche le conoscenze di botanica, ereditate dalla nonna erborista, le erano state utilissime. Sapeva quali piante potevano essere letali se combinate nel modo giusto, e come farle sembrare innocue sotto forma di tisane o di integratori naturali.
Di giorno osservava Ferretti in una postazione strategica mentre faceva jogging nel parco e annotava come si fermasse sempre allo stesso bar dopo mezzogiorno e i locali frequentati in tarda serata. Ogni dettaglio era per lei una benedizione.
L’occasione si presentò un mese dopo. Ferretti aveva l’abitudine di ordinare sempre lo stesso frullato verde nel piccolo bar vicino alla palestra. Elena aveva opportunamente stretto amicizia con la barista, presentandosi come un’appassionata di bevande salutistiche. Le aveva persino suggerito alcune ricette.
Quella mattina, Elena era seduta al bar quando Ferretti entrò. Lo osservò mentre ordinava il suo solito frullato. La barista, come sempre, lo preparò con cura, aggiungendo il “mix speciale” di erbe che Elena le aveva consigliato. Quello che la barista non sapeva era che tra quelle erbe ce n’era una altamente tossica se combinata con certi farmaci ipertensivi; un cocktail micidiale per l’ipertensione acclarata di Ferretti.
Tre giorni dopo, i giornali locali riportarono la notizia della morte improvvisa del pluripregiudicato in libertà, Dritan Ferretti.
L’autopsia non rivelò nulla di sospetto.
Elena ripose il ritaglio di giornale in una cartellina verde nel suo studio, accanto ad altri dossier. Erano come trofei delle sue missioni.
Ogni volta che il dubbio morale la assaliva, li rileggeva, e si ricaricava immediatamente d’odio e di sete di giustizia.
La sera, mentre innaffiava le sue piante, il telefono squillò. Era sua sorella che la invitava a cena per il weekend. Elena accettò con un sorriso. La sua vita ordinaria proseguiva mano nella mano con la sua missione. Parlarono di tutto fuorchè di cronaca nera, tra risate e ricordi di gioventù insieme.
Tornata a casa, si sedette sulla sua poltrona preferita, accarezzando il gatto che le si era accoccolato in grembo. Sul tavolino accanto cercò con lo sguardo un nuovo fascicolo di un altro predatore che era stato rilasciato troppo presto, un altro nome sulla sua lista.
Elena sapeva che non si sarebbe mai fermata. Non finché ci fossero stati mostri che se la cavavano con una pacca sulla spalla, non finché le vittime avessero continuato a soffrire eternamente mentre i loro aggressori tornavano liberi.
Il sistema poteva fallire nel fare giustizia, ma lei no. Era diventata l’angelo vendicatore che avrebbe voluto avere al suo fianco quindici anni prima. E mentre il mondo dormiva, lei perpetuava la crociata silenziosa, invisibile e letale come il veleno che scorreva nelle sue vene insieme al dolore mai dimenticato.
Aveva imparato a sue spese che la giustizia non sempre indossa una toga ma può anche vestire i panni di un’anonima impiegata a cui è stata tolta per sempre la dignità di donna.
E mentre il sole tramontava sulla città, Elena si commosse, sapendo che da qualche parte, un altro mostro stava per incrociare la sua spietata rappresaglia.
Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Umoristico / Grottesco
Una giustiziera solitaria in stile Rorschach dei Watchmen: come non empatizzare con questo personaggio.
Un racconto molto coinvolgente, grazie allo stile pulito e asciutto, che consente una lettura scorrevole e piacevole.
Mi è piaciuto tantissimo questo tuo racconto dolcemente cinico e ho sposato anche io, ammetto, il tuo ‘cinismo’ nel momento in cui, appagata, mi sono seduta su quella poltrona pensando alla prossima vittima. Vorrei dire che ‘sarebbe bello…’, ma forse è meglio stare zitta. Buono il ritmo narrativo del racconto e anche la sua costruzione, senza fronzoli.
Grazie per i tuoi stimolanti apprezzamenti. Ne faccio tesoro. Sto preparandone un altro, un po’ più metafisico. Spero lo apprezzerai. :))