La torre della Luna

Serie: La maledizione di Arianrhod

Ci risvegliammo a causa di un gelo improvviso. Era l’alba, e nella caverna parzialmente illuminata ci rendemmo per la prima volta conto del miserabile stato delle nostre armature, talmente malandate da essere ormai un mero peso. Il volto di Sir Gareth era ancora sporco del sangue dei nemici che aveva sconfitto il giorno prima. Uscimmo dalla caverna tremando di freddo, nonostante fosse estate. Ma la nostra sorpresa fu ancora maggiore quando scorgemmo, nella nebbia del mattino, i fiocchi di neve che calavano dal cielo. Ci incamminammo – Sir Gareth davanti a fare da guida – nel bosco inospitale, tenendo alta la guardia per il pericolo di venir assaliti dalle bestie feroci. Passo dopo passo, il freddo ci entrò nelle ossa, mentre i fiocchi si moltiplicavano sempre di più, finché il suolo non fu rivestito di bianco come in pieno inverno; eravamo finiti in una vera tempesta di neve, talmente rigida da congelare ogni cosa. Per qualche ragione, nonostante fossimo mal equipaggiati per affrontare un’intemperia così estrema, continuammo a camminare, senza fermarci, senza nemmeno parlare, come se fossimo stati stregati da un potente incantesimo.

A un certo punto Sir Gareth si fermò. “Cosa succede?”, domandai, urlando le parole per farmi sentire nel clamore della tempesta. Il mio compagno, scoppiando in una folle risata, estrasse la spada: “Vieni a vedere Hardwin, abbiamo ritrovato un vecchio amico! Davvero una bella occasione per regolare i nostri conti!”. Avanzai per cercare di scorgere la figura in cui ci eravamo imbattuti: se non la riconobbi subito fu solo perché il volto era semicoperto dalla neve. “Sir Yvain!” – gridai pieno di rabbia – “Ti abbiamo trovato, sporco traditore! Vieni qui e battiti se hai ancora coraggio!”. Il cavaliere nemico si voltò verso di me, guardandomi con odio represso, e disse: “Siete sempre stati due sciocchi! Davvero non capite cosa sta succedendo?”. Poi ci diede le spalle, proseguendo nella stessa direzione verso cui dovevamo andare anche noi. Sir Gareth, improvvisamente spaventato, rinfoderò la spada e seguì con cautela Sir Yvain, mentre io mi affrettai dietro di loro, confuso. Perché non mi ero gettato contro il nemico? Che cosa mi aveva frenato? Continuavo a tremare… ma non per il freddo. Sbattei le palpebre, terrorizzato dall’intuizione a cui ero pervenuto… per tutto quel tempo io e Sir Gareth non avevamo tremato per il freddo, ma per la paura. E a un tratto mi resi conto che non mangiavo nulla dal giorno precedente, eppure non avevo fame; che il mio corpo era martoriato dalle ferite della battaglia, eppure non sentivo alcun dolore; che nessun uomo potrebbe sopravvivere in quella tempesta gelata, eppure io proseguivo sopportando il freddo senza alcuna difficoltà.

Mi guardai intorno, scoprendo che, improvvisamente, ero stato circondato da una folla sterminata di uomini, e tutti insieme marciavamo verso un’unica direzione. Alcuni di loro mi sembravano famigliari, e tuttavia riuscii a capire chi fossero solo quando mi passò accanto una figura più maestosa delle altre: era Mordred, era il Re. Lo toccai, commosso, chiamandolo verso di me, ma il monarca non mi riconobbe, perché il suo sguardo era offuscato e la sua anima avvelenata dal rancore. Allora il corteo si fermò, e potei stringere tra le braccia il mio derelitto signore, promettendogli tra le lacrime che non l’avrei mai più abbandonato. Non mi accorsi, emozionato com’ero, che eravamo giunti a destinazione: dinanzi ai due eserciti si ergeva una torre immensa, la cui cima pareva sfiorare la Luna. Più che a una torre, ciò che ci stava dinanzi assomigliava allo scheletro di un cilindro privo di muri, sorretto solo da grandi pilastri incolori: non vi erano piani né scale, l’intero edificio era vuoto e al suo interno la neve vorticava. Sir Gareth e Sir Yvain, che tanto si odiarono in vita, non covavano più alcun rancore ora che, arrivati in quel luogo, avevano perduto se stessi. Tutti, i miei compagni e i miei nemici, divennero a un tratto esseri deboli e miseri, forme senza intelletto né volontà che strisciavano nella neve come vermi schiacciati. Constatai con orrore la loro trasformazione, rischiando di impazzire per la paura. 

In quel momento dalla torre uscì una donna dalla veste scintillante. La dama contemplava, con uno sguardo diafano e terribile, la miseria degli uomini. Era alta almeno il triplo di tutti noi, e il pallore della sua pelle sfumava in una gradazione argentea che mai avevo visto prima. Pensai che tutte le aurore mai sorte sulla Terra si fossero incarnate in quel viso: una tale bellezza è irraggiungibile nel nostro mondo, perché irraggiungibile era quella paura. Mentre osservava ciascuno dei soldati prostrati, il suo sguardo si bloccò su di me, l’unico a esser rimasto in piedi, e si fece ancor più gelido di prima. Nonostante provassi un’immensa sofferenza nelle viscere, riuscii a non cadere. E allora lei, scandendo lenta e con tono inespressivo le parole, domandò: “Cosa ci fa qui un vivente? Nella torre possono entrare solo i morti”. Non riuscivo a rispondere, la mia bocca era immobile e mi sentivo impotente, come in un sogno. Ma la dama non sembrò arrabbiarsi – e, per qualche ragione, pensai che non era nemmeno in grado di farlo. Senza mutare quell’immota espressione dello sguardo, disse: “Tu che ancora vivi, sappi che il mio nome è Arianrhod. Ho il dovere di condurre i morti nella loro casa, ma non mi è concesso di uscire dalla torre della Luna né sono in grado di scacciare gli intrusi contro la loro volontà. Forse il vivente tornerà da dove viene in cambio di qualcosa?”. Tremavo di paura. Solo grazie all’amore che provavo per il mio re riuscii a decidere cosa dovevo fare. Provai a concentrarmi e, facendo uno sforzo immane, osai rivolgermi alla dama: “Chiedo che il mio re non venga condotto nel regno dei morti. Chiedo che egli possa, dopo tante sciagure, riaffrontare Arthur, vincere e regnare sul nostro popolo. Se esaudirai questo desiderio, accetterò di essere riportato nel mondo”. La dama non rispose: rientrò all’interno della torre, svanendo in un turbine di neve. I due eserciti allora si rianimarono; l’uomo riprese in mano le armi e versò il sangue dell’altro uomo; Sir Gareth e Sir Yvain si scannarono a vicenda; Arthur Pendragon riacquisì il suo orgoglio; e mentre io vedevo tutti loro sempre più lontani sentii per l’ultima volta Mordred chiamarmi per nome, sofferente: “Hardwin! Oh Hardwin, sei tu? Non andare via, resta al mio fianco…”.

Mi risvegliai affamato e dolorante per le ferite nella stessa caverna dove io e Sir Gareth avevamo trovato riparo la notte precedente, ma del valoroso paladino non vi era rimasta alcuna traccia. Uscii, tutto acciaccato, fuori dall’antro; la luce accecante del sole annunciò il ritorno alla realtà. Mi abbandonai qualche istante alla radiosità del paesaggio, cercando di scacciar via i pensieri più cupi. Poi iniziai a correre, con l’ansia nel cuore, verso l’unico luogo che da sempre chiamavo casa: passai giorni, mesi, anni a vagare disperato in terre straniere, finché non mi arresi alla verità. Il desiderio è un’arma pericolosa, persino chi lo impugna finisce per farsi male; io mi ero dimostrato incapace di usarlo, e adesso Camelot non esisteva più, scomparso con i suoi abitanti, immerso in un mondo di ombre, né vive né morte, dove la battaglia di Camlann sarà combattuta per l’eternità. 

Serie: La maledizione di Arianrhod
  • Episodio 1: Dopo la battaglia
  • Episodio 2: La torre della Luna
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    Responses

    1. Grazie Sergio per le belle parole! È il mio primo racconto in assoluto, scritto di getto sull’onda della passione per i miti e le leggende del nostro mondo…
      Grazie anche per aver segnalato l’errore, mi era sfuggito in sede di rilettura! 😅