La vampata
Per l’8 marzo la scuola aveva organizzato una Festa della Donna coi controfiocchi.
Saverio Mercalli, 18 anni, non capiva ancora un cazzo della Festa della Donna. Sì, aveva letto sul manuale di storia qualcosa su una scesa in piazza delle donne russe, tipo l’8 marzo del Millenovecentoqualcosa, dove chiedevano diritti e pane etc. E – per carità – in teoria era anche d’accordo. Ma in pratica, lui, come qualsiasi adolescente in subbuglio ormonale, con l’occhio spermatozoico bramava una sola cosa.
La carne.
Per un complesso gioco chimico, Saverio era immerso, piedi e mani, nel grande bluff. Quello della natura Matrigna (e anche parecchio stronza), per cui, perseguendo i suoi indifferenti fini biologico-riproduttivi, tesse ai più giovani (ma non solo) inganni e trappole di ogni sorta.
In classe, Sara, la sua vicina di banco, gli aveva chiesto «Scusa, Save, mi leccheresti la passerina?», o almeno questo era quello che aveva udito distintamente lui, mentre la Rinaldi spiegava le equazioni. In realtà, Sara gli aveva chiesto di passarle la scolorina, semplicemente.
Ma poi era da tempo che Saverio si sentiva prigioniero di un reality, sfiancante e folle, dove ogni rappresentante del sesso femminile voleva congiungersi carnalmente con lui. Poi soffriva di allucinazioni uditive, gli echeggiavano nell’orecchio sospiri lascivi, vedeva dappertutto ragazze che gli facevano l’occhiolino, e quando qualcuno gli toccava la spalla saltava per aria come un gatto.
Era a pezzi. La madre non sapeva più se portarlo da uno psichiatra o da uno sciamano.
Poi un giorno apparve lei, Gretel Sabelli.
Il padre di Ancona e la madre di Berlino l’avevano dotata di un patrimonio genetico olimpionico. Gretel aveva preso il meglio dai due mondi: i tratti dolci e morbidi degli italiani e i colori nordici dei tedeschi. Il pattinaggio artistico aveva poi appoggiato la diabolica ciliegina sulla torta. A diciassette anni Gretel dagli occhi cerulei, era una vichinga bianca, slanciata, le spalle ampie, una schiena disegnata da Fidia e due seni che avrebbero sfamato lo Zambia.
Saverio non la conosceva ma fortunatamente Sara, la sua vicina di banco, la salutò, fermandocisi a parlare.
Lui ruppe l’anima all’amica con tutti i mezzi, tanto che alla fine Sara, in prolasso ovarico, gli promise:
«Va bene la invito alla nostra festa di scuola.»
Ma Saverio commise un grave errore. Gravissimo. «Sarà mia!» confidò a Tommone e Stiena, i suoi amici più stretti. Quando Saverio, in pieno delirio, se ne andò, i due si aprirono in un sorriso, dietro al quale non c’era nulla di buono.
La sera dell’8 marzo alla discoteca “IL PRODE CASTORO”, le luci strobo pulsavano come vene malate, un odore combinato di Malizia profumo d’intesa, mimose e sudore permeava l’aria. DJ Muerte, con la faccia da profeta sifilitico, pompava bassi così violenti che sembrava un procacciatore di clienti per l’Amplifon.
In mezzo a quel carnevale, Saverio si aggirava con l’aria di un conquistatore normanno in crociata, ma con la camicia hawaiana stirata dalla mamma.
Dal bancone del bar, Tommone e Stiena lo osservavano divertiti.
«Hai avvertito Slavina?» disse Tommone sorseggiando una Budweiser.
«Certo, Slavina è pronto ad entrare in azione. Basta un nostro cenno,» replicò Stiena, ruminando delle noccioline.
In quel momento Saverio stava ballando in mezzo alla pista, individuò gli amici, e li salutò.
Tommone e Stiena ricambiarono, e poi si guardarono.
A un certo punto DJ Muerte, affascinato dall’ingresso di una top-model, cambiò musica passando brutalmente dalla musica acida a una romanticissima. Saverio si voltò verso l’entrata. Gretel era là, gli occhi azzurri che trapassavano le persone, i capelli biondissimi raccolti in uno chignon, fasciata da un abito da sera nero che ne esaltava il corpo statuario.
Tutta la discoteca fece: «Ohhh», mentre la ragazza camminava astata fra la gente.
Tommone e Stiena, a bocca aperta, come preda di un incanto tartagliarono:
«Diomio che cavalla. E sto figlio di puttana di Saverio? E se ci riesce sul serio?»
I due dementi si guardarono e urlarono.
Saverio deglutì il grumo di bava che gli si era formato in bocca. Poi, afferrando Sara, esclamò: «Presto, portami da lei, adesso!»
Arrivati davanti a Gretel, le due ragazze si salutarono, e lui le rivolse un sorriso cavallino.
«Ciao… io sono Saverio,» disse porgendole delle mimose, e facendo cenno a Sara di schiodare.
Gretel osservò Sara allontanarsi con un sopracciglio sollevato, poi analizzò Saverio come si analizza un oggetto curioso ma non necessario.
Saverio capì in quel momento che avrebbe dovuto sfoderare tutta la sua inventiva, tutta la sua energia per interessare quel capolavoro dell’evoluzione.
Ma la fortuna girò dalla sua.
Una felice combinazione chimica lo trasformò nel re della festa. Fu gentile, affabile, divertente come mai lo era stato prima. Gretel, dopo l’iniziale diffidenza, iniziò a divertirsi con quell’essere buffo, e forse, anche carino.
I due ballarono tutta la sera, bevvero cocktail, e parlarono tantissimo, scoprendo molti interessi in comune.
«Ma dài? Anche tu ascolti gli 883! Lo sai che un giorno, all’Aquafan di Riccione, ho conosciuto Pezzali. Potremmo andare al concerto insieme. E magari conoscerlo…» disse lui, scazzando in modo inverecondo.
Questa cosa fu il colpo di grazia. Gretel, che era una fan sfegatata, restò affascinata. Per un concerto degli 883 avrebbe venduto l’anima al diavolo. E, ora, quel ragazzo carino le dava la possibilità di conoscere il suo beniamino.
Nel frattempo Tommone e Stiena, dopo aver rosicato nell’ombra tutta la sera, avevano raggiunto Slavina, un giovane tossicomane butterato. I tre confabularono per un po’, poi si scambiarono qualcosa, guardandosi intorno furtivi.
Saverio, nel frattempo, aveva bisbigliato all’orecchio di DJ Muerte. Poi, tornando da Gretel, le aveva chiesto un ultimo ballo. Dalle casse uscì la voce nasale di Pezzali:
Le Notti non finiscono all’alba nella via…
Le coppiette rimaste si riunirono in pista per l’ultimo lento.
Saverio e Gretel sembravano due cigni avvinghiati.
A quel punto Tommone e Stiena dettero il segnale.
Slavina iniziò a correre fra le coppie che ballavano, raggiungendo Saverio e Gretel che si staccarono spaventati.
A quel punto – in scivolata – Slavina si lanciò a terra, divaricò le gambe, si accostò un accendino al sedere e sprigionò una grande fiammata. Poi si drizzò in piedi e allargando le braccia dichiarò:
«Questo da parte di Saverio per la sua Gretel.»
L’ultima cosa che vide Saverio, con orrore, fu la bellissima schiena di Gretel che conquistava l’uscita.
Cattivissimo e riuscito: l’ossessione ormonale diventa satira totale, con immagini esagerate ma lucidissime. La voce comica trascina, Saverio è ridicolo e umano, e il finale è una fucilata grottesca perfetta. Te l’ho già detto che mi piace leggere quello che scrivi? Mi prende sempre: hai una voce unica.