
La verità
-Sono diventato pazzo il ventotto Agosto millenovecento settantanove, mentre parcheggiavo l’auto.
Avevo da poco compiuto ventidue anni e mai avrei pensato potesse succedere.
È stato mentre facevo manovra, guardando dietro per non colpire l’auto in sosta.
È stata una specie di piccola scossa alla base del cranio, uno sfrigolio elettrico.
È stato un attimo, solo una sensazione, ma niente è più tornato com’era.
La gente pensa alla pazzia ed immagina i matti di paese che vaneggiano, gesticolando al vento, vestiti di stracci e fumando una sigaretta dopo l’altra, ma la verità non è affatto questa.
La verità è molto, molto, più complessa.
Io lo spiego con l’esempio della valigia.
È come prendere una valigia, riporvi con cura le proprie cose, chiuderla bene e scaraventarla giù dalle scale: anche se poi non la si riaprirà, sarà chiaro sin da subito che le cose al suo interno si saranno sparpagliate e le più fragili quasi certamente saranno andate in frantumi. Non c’è bisogno di vedere, anche perché non si può vedere.
Per me la pazzia è questa, non ho bisogno di guardare il dopobarba colar fuori dalla lampo.
Io vivo una vita apparentemente normale, faccio molte più cose di quante se ne possano credere, eppure mi è impossibile farne altre che possono apparire ovvie.
Io semplicemente confondo: confondo la realtà con il sogno, quello che immagino con ciò che realmente è, e, alla fine, non so più se sono io a guidare o ad essere guidato, perché tutto diventa come un’immagine narrata da qualcun’ altro e niente più m’appartiene.
È inutile spiegarle di come si perdano il lavoro e le amicizie, di come si sia causa della distruzione di tutti gli affetti e di come in un piccolo paese, come il mio, parlino di te anche gli sconosciuti, e, di come, in poco tempo, le leggende sul tuo conto superino di molto la realtà, e come questo renda tutto ancor più difficile.
Inutile dirle anche delle cure, del dolore e di tutto il resto e di come in fondo ci si abitui a vivere anche così.-
Il comandante sedeva dall’altra parte della pesante scrivania di legno scuro, dietro di lui la parete di quel giallo squallido tipico degli uffici pubblici e la solita fila di chiodi che reggono i calendari dell’arma (che non ho mai capito perché debbano stare storti a quel modo), nell’aria tanfo di umidità e carta.
Teneva le braccia stese lungo il piano il comandante, le mani giunte e la testa incassata, come uno studente assorto e poco composto, mi guardava con compassione, forse commiserazione, avrà avuto neanche cinquant’anni, era certamente un uomo buono che cercava solo di fare il suo lavoro.
D’un tratto è entrato un altro carabiniere, molto giovane, un pesce fuor d’acqua in una divisa ben stirata, ha incrociato per un attimo il suo sguardo con il mio ma l’ha subito distolto. È incredibile come un uomo di mezza età come me, abbondante nel fisico ed affaticato dalla calura estiva, possa intimorire un giovane addestrato ed armato ma la pazzia fa anche questo: la paura della gente è incondizionata, al pari una difesa involontaria, un timore di contagio. Un tempo mi arrabbiavo per questo, poi la cosa iniziò persino a divertirmi, ora non m’interessa più.
Il giovane carabiniere ha dato un foglio al comandante, il quale l’ha afferrato fissando il vuoto in silenzio e rimanendo un istante immobile con la velina penzoloni fra le dita, poi il giovane carabiniere finalmente ha capito, ha fatto il saluto, mi ha dato un’ultima furtiva occhiata, personale ed ardita sfida alle sue paure ed é uscito.
Siamo rimasti nuovamente soli.
Il comandante ha accantonato con cura il foglio, allineandolo al bordo del tavolo, ha chiuso un istante gli occhi e sospirando si è appoggiato allo schienale.
-Senta- mi ha detto -abbiamo dovuto avvertire il suo vicino per poter effettuare una verifica ma, come le ho detto prima, sta bene- scandiva leggermente le parole e questo un po’ m’infastidiva, io non sono sordo, -lei non ha fatto del male a nessuno, stia tranquillo, però dobbiamo avvertire il suo medico e probabilmente già domani la contatteremo per fare meglio il punto della situazione.
Ora se ne vada a casa e cerchi di riposare, per fortuna non è successo niente.-
Ho firmato, ho salutato, sono uscito dalla caserma ed ho preso la strada di casa nel paese ancora addormentato.
Avevo sognato che il mio vicino avesse intenzione di uccidermi, così, quando mi sono svegliato, per impedirglielo, sono entrato in casa sua e l’ho soffocato nel sonno e poi sono andato a costituirmi ma a quanto pare anche il mio omicidio era solo parte del sogno. Sono passati mesi. Nessuno mi ha contattato, né il comandante, né il medico che mi ha in cura.
La verità è che non ho detto tutta la verità al comandante. La verità è che ero già entrato in casa del mio vicino prima di quella notte e non nei miei sogni.
Tutte le volte in cui avevo sognato che il mio vicino volesse uccidermi, ero poi realmente entrato in casa sua con l’intenzione di impedirglielo, uccidendolo io per primo ma davanti a lui mi ritrovavo, ancora capace di distinguere realtà e sogno, ancora sano e così mi fermavo.
Poi è arrivata la notte in cui ho sognato di averlo ucciso, ho creduto di non essermi fermato, ho creduto di essere andato troppo oltre, ancora incapace di distinguere, nuovamente perduto ed è per questo che sono andato a costituirmi. Non è servito. La verità non è servita.
La verità…
La verità è che il sogno si ripete ancora ed io continuo ad entrare in casa del mio vicino notte dopo notte, perché solo davanti a lui per un attimo mi ritrovo, ancora capace di distinguere, nuovamente sano.
Il mio vicino però ora sa, è stato avvisato dal comandante ed io so che prima o poi succederà qualcosa. La verità è che io ho bisogno di aiuto.
Aiuto
Milano, Primavera 2011
Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Lo scopo di un racconto è quello di far emozionare il lettore e, per quanto possibile, entrare in empatia con il protagonista. Non so per esperienza diretta o indiretta tu conosca il disagio che hai descritto, ma posso dirti che il tuo testo ha centrato l’obiettivo. Sei riuscito a spiegare con semplicità uno stato d’animo così eccezionale (nel senso che è difficile da comprendere per tutti senza etichettare) con le sole parole.
Grazie!
Queste sensazioni autentiche descrivono bene in alcuni punti il lato oscuro dell’anima
Grazie!
Ciao @Cisa, benvenuto e grazie per aver pubblicato questo tuo primo racconto.
L’ho trovato geniale sia come trama, come scrittura che come ritmo e di sicuro ti seguiro’.
Buona giornata.
Grazie!!