
Il solletico dell’assassino
Serie: Anatomia sepolcrale di un sogno
- Episodio 1: L’arrivo e le altezze
- Episodio 2: Il coltello e i ricordi
- Episodio 3: Nel cuore della notte
- Episodio 4: Ombre rosse
- Episodio 5: Le parole nel buio
- Episodio 6: Il temporale
- Episodio 7: La visione
- Episodio 8: La rivista di poesia ermetica
- Episodio 9: La finestra dell’albergo
- Episodio 10: Il solletico dell’assassino
- Episodio 1: La prima accoglienza
- Episodio 2: Ingresso in camera
- Episodio 3: Prima di cena
- Episodio 4: Inizio della cena
- Episodio 5: L’arrivo a Praga
- Episodio 6: Vita con Edo
- Episodio 7: Delle carte utili e inutili
STAGIONE 1
STAGIONE 2
Quando Ariele andò a chiedere informazioni alla portineria dell’albergo, Gustav lo seguì.
Il portiere in divisa apparve stanco, dal viso inespressivo, assente. Gli chiesero della stanza, se vi alloggiasse un certo Stain. «Stain…» fece il portiere, con vaghezza, controllando il registro che aveva di fronte, poi chiedendo il numero della camera che nessuno dei due ricordava – l’avvocato avrebbe dovuto conteggiare la posizione precisa della finestra all’interno della fila, sperando che il portiere potesse decifrare il numero dalla sua collocazione sulla facciata, ma essendo spenta la luce della camera era difficile inquadrarla e non confonderla con le altre. Il portiere, dopo aver controllato con attenzione nel registro, disse loro che nessuna persona dal nome Stain Lopez era stata registrata in albergo.
«Forse era la numero 8!» disse, in un balzo di memoria, Ariele.
«Devo deluderla, signore, ma la camera numero 8 è occupata da un nostro cliente storico da diversi giorni. Non sono tenuto a comunicarle il suo nome per una questione di privacy. Spero comprenderà le mie ragioni.»
«Potrebbe almeno indicarci la precisa ubicazione della camera numero 8 rispetto alla facciata e al piano, per favore?» gli chiese Gustav, ma il portiere fu irremovibile e non si mosse da dov’era, né gli diede ulteriori informazioni in merito. Dalla sua espressione distaccata pensarono che non vedesse di buon occhio la loro insistenza.
«Ritorneremo presto» gli fece Gustav, con tono brusco.
I due amici uscirono fuori, guardando con nostalgia verso la finestra spenta, che avevano già confuso e perso di vista, in attesa che si accendesse e gli indicasse la giusta posizione nella fila della facciata.
«Proveremo domani. Di certo non mi darò per vinto» fece Ariele, ringhiando di rabbia.
«Domani farai parlare me. Vedrai che la spunteremo; un buon avvocato sa come porgere certe questioni.»
«Non farla troppo facile.»
«Adesso sono distrutto. Preferisco non pensarci e ritornare a casa. Probabile che nella sua camera vi sia davvero un altro cliente, se non il tecnico dei condizionatori» disse Gustav, allontanandosi con mestizia dall’albergo.
I due continuarono a parlarsi e a camminare, prima distanti poi vicini, entrambi a voce bassa, lungo il tratto di strada che li separava dall’abitazione di Gustav, dove erano diretti, mentre i loro margini continuavano a sbiadire.
Il giorno successivo, verso sera, decisero di intrattenersi sotto la stessa finestra della facciata, dove avvertirono un movimento di ombre più vario, che li elettrizzò oltre il dovuto.
«La persona che si muove: mi sa che ci ha riconosciuto. Ci sta lanciando dei segnali. Lo vedi?» gli disse Ariele.
«Credi che sia il poeta?»
«E chi, sennò?»
«Non ne sarei così sicuro. Il nostro poeta è meno snello.»
«Ma le ombre sono sempre più snelle della figura reale. Non devi considerare lo spessore dell’ombra come dato indiziario. È fondamentale separare con cura i due aspetti. Mi meraviglio di te, che sei un uomo di legge.»
«Cosa c’entra la legge? È solo che non riconosco la sua sagoma, il suo modo abituale di muoversi. È stato mio ospite. L’ho visto vagare per casa, nel corridoio notturno, con le sue ombre che si abbattevano come velieri sulle pareti, e non erano come queste, ma diversissime.»
«Perché cambiava la prospettiva luministica. Il lume della tua cucina ha da sempre alterato le prospettive, le proporzioni. Lo hai detto sempre anche tu, che quando andate a letto le tue ombre e quelle di Lara sembrano falchi vespertini, e tu diventi più alto di lei, nonostante Lara porti spesso gli anfibi slacciati, tanto che ti diverti a prenderla in braccio, facendole il solletico dell’assassino sotto la camicetta, per studiare l’affetto delle vostre tenebre nell’acquario del corridoio. Le bambine diventavano due cavallucci marini, invece – me ne parlavi spesso al telefono.»
«Non credo che le nostre tenebre siano paragonabili a quelle di un poeta fallito. Perdonami, ma stai confondendo i piani probatori con il solletico dell’assassino.»
«Ma perché parli di un poeta fallito? Non li vedi i suoi gesti alla finestra come sono ispirati, soffusi? Sembrano i numeri di un mimo, o di un bambino che gioca a dama con la nonna, accanto a un lume a petrolio.»
«E se fosse solo un cliente inglese che si pettina? O un giocoliere di piazza che perfeziona i suoi numeri?» disse Gustav, osservando le ombre dilatarsi con scaltrezza, dalla finestra.
«Se restiamo qui non risolviamo nulla. Dobbiamo affrontare il problema alla radice, quindi con il personale della reception. Non abbiamo scelta» disse Ariele, dirigendosi impettito verso l’ingresso dell’albergo, con l’avvocato Gustav, ansimante, alle sue calcagna.
La porta a vetri era chiusa e dentro non si scorgevano figure umane, ma solo l’oscurità opprimente che divampava dalla strada.
«Si farà chiamare il poeta, nemmeno Stain, il maledetto…» disse tra i denti l’avvocato Gustav, picchiando con i pugni alla porta a vetri dell’ingresso, sperando che qualcuno li aprisse, quando dalla finestra sovvenne una voce nebbiosa.
«Sono qui. Fermatevi, per favore. Smettetela con i colpi, che è inutile!» disse la voce. I due alzarono la testa. L’avvocato si issò sulle punte con la destrezza di un ballerino, stringendo gli occhi e sperando di intravedere una forma più definita dalle tenebre della finestra – l’ unico punto da cui proveniva la voce misteriosa.
«Sono io» – forse il poeta, dal buio?
«Dovete aspettare che finisca di scrivere. Qualche minuto e scendo. Smettete di colpire e allontanatevi da qui. Attraversate la strada, ma non restate troppo vicini. Rimanete in ombra, ma nei paraggi, e non date nell’occhio, mi raccomando. Vedrete che andrà tutto bene. Fidatevi di me.»
«Sei tu Stain Lopez, allora?» gli fece Ariele esitante, mentre Gustav gli teneva un braccio, forse per dargli coraggio o per appoggiarsi a lui – tremavano entrambi moltissimo, durante l’ascolto delle indicazioni. La serata era umida, nebbiosa.
«Ricordagli del coltello che ha dimenticato a casa mia. Sono certo che lo starà cercando» bisbigliò l’avvocato all’orecchio di Ariele, spostando lo sguardo verso le altre finestre della facciata, dove non c’era nulla di umano; solo i riflessi della Rinascente, un’insegna pubblicitaria, un grumo violaceo di luna.
Serie: Anatomia sepolcrale di un sogno
- Episodio 1: L’arrivo e le altezze
- Episodio 2: Il coltello e i ricordi
- Episodio 3: Nel cuore della notte
- Episodio 4: Ombre rosse
- Episodio 5: Le parole nel buio
- Episodio 6: Il temporale
- Episodio 7: La visione
- Episodio 8: La rivista di poesia ermetica
- Episodio 9: La finestra dell’albergo
- Episodio 10: Il solletico dell’assassino
Mi associo a Cristiana, il particolare delle punte ha attirato anche me!
Ho provato un senso quasi familiare nel riconoscere il personaggio che per come ce lo avevi presentato.
Mi è piaciuta tantissimo la parte in cui i due cercano di “riconoscere” le ombre…da lì, alla caverna di Platone, per la mia immaginazione è stato un attimo. Nulla è ciò che sembra, infatti, in questa serie, e ru sei molto bravo a muovere i tuoi personaggi mentre noi stiamo a guardare, provando a capire e gustando la lettura.
Mi ha attirata anche il modo in cui il poeta chiede di attendere…è vero che quando si è in preda all’ispirazione non ce n’è per nessuno, però ho intuito dietro un segreto…chissà.
Bellissimo finale di serie, (scusa il ritardo nel commento) ora vado a leggermi il prossimo!
Ciao. Bellissimo commento. Questo lavoro si muove nelle ombre, le attraversa, le interroga, le nega. Anche il suo processo di scrittura, per quanto abbia recepito all’interno dell’esperienza, si muove in dimensioni traversali, sempre prossime all’ignoto, mai troppo definite, ma orientate in quella faglia di tramonto che spacca le percezioni luministiche in un perenne “non dove”.
Mi piace immaginare lo sfondo di questa dimensione narrativa come un luogo latente, potenziale, dove non sai individuare se sia sera, pomeriggio o mattino presto, trovandoti sempre senza orologio, situazioni o testimoni che possano istradarti verso un margine plausibile di verità e di postazione identitaria riconosciuta. Come accade in quel costante dormiveglia, dove non sai ancora se il filo di radio provenga dalla tua cucina o dalla sala da ballo notturna di un sogno da cui sei appena riemerso, senza saperlo ancora del tutto. Qualcosa del genere.
L’attesa del poeta è un altro elemento del tempo che interseca la serie in una sua singolare rilettura, che più avanti si farà più deflagrante, fino a divenirne una costante. Nei prossimi episodi lo scorrere del tempo prenderà un corso piuttosto singolare e irreversibile nella sua distorsione a disgregare più che a segnare le ore misteriose della storia.
Grazie sempre delle tue illuminanti riflessioni.
L’ossessione diventa sempre più opprimente, fino a diventare il vero pilastro della narrazione.
Inizialmente, il titolo mi aveva sorpreso, sembrava quasi un’inaspettata svolta nella trama. Mi è piaciuta la spiegazione che ne hai dato nel corso della narrazione.
Sono contento che tu sia arrivato fino alla fine della prima stagione con questa percezione così viva e ispirata degli elementi portanti della storia. L’ossessione è una delle chiavi su cui si reggono gli equilibri del progetto. Un pilastro – sono d’accordo con te.
“L’avvocato si issò sulle punte con la destrezza di un ballerino”
Questo movimento che compie fin dalle prime righe, risulta un espediente assolutamente riuscito che identifica il personaggio. Qui sta la maestria di chi scrive. Caro Luigi, i miei complimenti per questa prima stagione che ho davvero apprezzato. Resto sempre in attesa. Buona scrittura.
Hai beccato uno dei momenti iniziali della serie, a grande distanza: qui sta la maestria di chi legge, direi!
“facendole il solletico dell’assassino sotto la camicetta”
Questa ossessione dei due toglie il respiro. Le congetture sulla possibile forma dell’ombra, le digressioni, i gesti rabbiosi e maniacali. Direi, uno splendido fine serie che lascia perplessi così come l’intera storia che pare davvero fluttuare su vari piani narrativi nell’attesa che qualcosa si componga concretamente. È però possibile?
Ciao, Cristiana. Quello di cui scrivi è proprio il nucleo, da cui il titolo dell’ultimo episodio: il piano o livello dimensionale della realtà dove si snodano gli eventi e dove si rapportano le figure in scena. Almeno, fino a ora, le vedo tutte come ombre mutanti. Le stesse ombre che si intravedono dalla finestra dell’albergo, la cui camera sarà forse illuminata da un abat-jour, con quel chiarore tenue, da interno fiammingo, e dove le forme si fondono nelle cose – tra bambini, clienti, giocolieri – e anche le cose, i piccoli elementi di corredo e di sfondo, a loro volta assumono parvenze creaturali, in un labirinto animista e mutante, che riposa e annienta lo sguardo, come accade agli animali che attraversano la strada di notte. Allo stesso modo le ombre rosse della casa di Gustav invertono e alterano le loro attività quotidiane più elementari, quelle che in tutte le case si frappongono durante gli spostamenti tra le camere. Nel caso evidenziato dai due amici in questo episodio, le ombre suggellano un aspetto insieme erotico ed esoterico del passaggio da una camera all’altra – potrebbe trattarsi della cucina e della camera da letto – dove da un gesto di apparente affetto o tenerezza soggiace una forma sadica di tortura. È proprio lì dentro, nella soglia di quella camicetta aperta di una dattilografa assonnata, inconsapevole delle sue lunghe ombre (che la fanno più piccola del marito, la cui sagoma si dilata, forse quasi al soffitto), che si infrangono nel lunghissimo corridoio, dove matura e si dipana il mistero, fino a trovare, attraverso il medium del poeta invasore, una configurazione agghiacciante che ricongiungerà le parti sfibrate dell’ordito, il filo bianco che ha serpeggiato lungo le camere oscure del racconto. Per il momento la serie riposa. La riprenderò con la dovuta calma, sperando di ottenere il meglio dal disegno che ho in animo di articolare. Sempre grazie del tuo ascolto accurato e prezioso e degli stimoli che la tua lettura mi ha dato e che continua a darmi.
Rispondo qui, a questo ultimo tuo commento per ringraziarti di ogni volta in cui hai dedicato così tanto tempo e attenzione ai miei e nostri commenti ai tuoi testi. Ciò denota interesse per il lettore, amore per ciò che si scrive e, posso aggiungerlo credendo di parlare anche per molti altri, una profonda cultura. Non è da tutti. Grazie
Credo che leggere sia tra le attività più belle e creative. È una forma di amore per la vita, non solo per le parole. Grazie di cuore per la tua stima e fiducia, che è assolutamente reciproca.