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Serie: Alder Venn


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Dopo il testimone la voce della vittima... o dell'assassino?

Carnival non ama le coincidenze. Le considera una forma pigra della verità — il modo in cui le cose si scusano di non voler essere capite.

L’orsacchiotto è sul tavolo della sala prove. E’ inclinato sul tavolo e sembra osservare il muro.  Non lo tocca subito. Lo guarda come si guarda un ladro che sa di essere stato trovato ma decide di non collaborare.

— Da dove viene? — chiede.

Il poliziotto consulta il portatile. — Produzione comune, niente di particolare. Però abbiamo fatto un controllo nelle scuole della zona. — Una pausa breve, del tipo che precede le cose che cambiano direzione. — Terza C. C’è un bambino che ne ha uno identico. O meglio — ne aveva uno.

Carnival alza appena lo sguardo. — Strappato?

— Sì.

La classe è immobile quando Carnival entra, e non è per rispetto. È qualcosa di più antico — la stessa sospensione che prende certi animali quando percepiscono che nello spazio è entrato qualcosa che non rientra nelle categorie che conoscono. Non un predatore. Qualcosa di più difficile da nominare, e quindi più difficile da evitare.

Il bambino è al suo posto. Le matite allineate nell’ordine solito. Carnival si avvicina e appoggia l’orsacchiotto sul banco con la lentezza di chi sa che il gesto deve parlare prima delle parole, e aspetta.

Il bambino lo guarda. Non con sorpresa, non con paura. Con il riconoscimento preciso di chi vede tornare qualcosa che non credeva perduto — che sapeva dove stava andando e aspettava solo che arrivasse.

— È tuo? — chiede Carnival.

Il bambino inclina leggermente la testa. — Era intero.

— Chi l’ha rotto?

Il rumore della classe si ritira. Anche i corridoi sembrano allontanarsi, come se lo spazio stesse raccogliendo tutto verso quel punto — quel banco, quelle due figure, quella domanda sospesa tra loro come un filo teso.

— Non si è rotto — dice il bambino. — È stato aperto.

Caroline è sulla porta. Non entra. Sente che qualcosa sta per emergere dalla superficie e che interromperlo adesso sarebbe come tappare una crepa senza guardare da dove viene l’acqua.

— Perché? — chiede Carnival.

— Per vedere cosa c’è dentro.

— E cosa c’è dentro?

Il bambino solleva gli occhi, e in quello sguardo non c’è emozione — c’è qualcosa di più freddo e più utile: precisione. La precisione di chi conosce la risposta da prima che esistesse la domanda. — Niente. — Una pausa. — È per questo che lo fanno anche con le persone.

Carnival non si muove. — Chi lo fa?

Il bambino guarda oltre di lui — non la porta, non la finestra, qualcosa che attraversa entrambe senza fermarsi, qualcosa che non ha indirizzo ma ha direzione. — Quelli che non riescono a stare dentro.

Caroline entra. — Basta così — dice, e la voce è ferma, medica, il tono di chi chiude una ferita prima che si allarghi.

Ma il bambino ha già preso un foglio. Disegna con la concentrazione silenziosa di chi non inventa ma ricorda: una porta, nera, socchiusa. E dentro — Carnival trattiene il respiro — una figura. Non definita, ma riconoscibile nel modo in cui si riconosce qualcosa che appartiene alla propria vita: il cappotto, il cappuccio, la forma inconfondibile di Alder.

— Non è lui — dice il bambino, senza alzare lo sguardo.

Carnival aspetta.

— È quello che passa.

Continua...

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