La Firma
Serie: Alder Venn
- Episodio 1: E poi venne il primo giorno e tutti lo videro.
- Episodio 2: Alder Venn e l’architettura della molteplicità
- Episodio 3: Io sono la casa
- Episodio 4: Risvegli dalle profondità
- Episodio 5: Rumore bianco
- Episodio 6: Si nascondono nei cappotti
- Episodio 7: Il testimone
- Episodio 8: La Firma
STAGIONE 1
Carnival non ama le coincidenze. Le considera una forma pigra della verità — il modo in cui le cose si scusano di non voler essere capite.
L’orsacchiotto è sul tavolo della sala prove. E’ inclinato sul tavolo e sembra osservare il muro. Non lo tocca subito. Lo guarda come si guarda un ladro che sa di essere stato trovato ma decide di non collaborare.
— Da dove viene? — chiede.
Il poliziotto consulta il portatile. — Produzione comune, niente di particolare. Però abbiamo fatto un controllo nelle scuole della zona. — Una pausa breve, del tipo che precede le cose che cambiano direzione. — Terza C. C’è un bambino che ne ha uno identico. O meglio — ne aveva uno.
Carnival alza appena lo sguardo. — Strappato?
— Sì.
La classe è immobile quando Carnival entra, e non è per rispetto. È qualcosa di più antico — la stessa sospensione che prende certi animali quando percepiscono che nello spazio è entrato qualcosa che non rientra nelle categorie che conoscono. Non un predatore. Qualcosa di più difficile da nominare, e quindi più difficile da evitare.
Il bambino è al suo posto. Le matite allineate nell’ordine solito. Carnival si avvicina e appoggia l’orsacchiotto sul banco con la lentezza di chi sa che il gesto deve parlare prima delle parole, e aspetta.
Il bambino lo guarda. Non con sorpresa, non con paura. Con il riconoscimento preciso di chi vede tornare qualcosa che non credeva perduto — che sapeva dove stava andando e aspettava solo che arrivasse.
— È tuo? — chiede Carnival.
Il bambino inclina leggermente la testa. — Era intero.
— Chi l’ha rotto?
Il rumore della classe si ritira. Anche i corridoi sembrano allontanarsi, come se lo spazio stesse raccogliendo tutto verso quel punto — quel banco, quelle due figure, quella domanda sospesa tra loro come un filo teso.
— Non si è rotto — dice il bambino. — È stato aperto.
Caroline è sulla porta. Non entra. Sente che qualcosa sta per emergere dalla superficie e che interromperlo adesso sarebbe come tappare una crepa senza guardare da dove viene l’acqua.
— Perché? — chiede Carnival.
— Per vedere cosa c’è dentro.
— E cosa c’è dentro?
Il bambino solleva gli occhi, e in quello sguardo non c’è emozione — c’è qualcosa di più freddo e più utile: precisione. La precisione di chi conosce la risposta da prima che esistesse la domanda. — Niente. — Una pausa. — È per questo che lo fanno anche con le persone.
Carnival non si muove. — Chi lo fa?
Il bambino guarda oltre di lui — non la porta, non la finestra, qualcosa che attraversa entrambe senza fermarsi, qualcosa che non ha indirizzo ma ha direzione. — Quelli che non riescono a stare dentro.
Caroline entra. — Basta così — dice, e la voce è ferma, medica, il tono di chi chiude una ferita prima che si allarghi.
Ma il bambino ha già preso un foglio. Disegna con la concentrazione silenziosa di chi non inventa ma ricorda: una porta, nera, socchiusa. E dentro — Carnival trattiene il respiro — una figura. Non definita, ma riconoscibile nel modo in cui si riconosce qualcosa che appartiene alla propria vita: il cappotto, il cappuccio, la forma inconfondibile di Alder.
— Non è lui — dice il bambino, senza alzare lo sguardo.
Carnival aspetta.
— È quello che passa.
Serie: Alder Venn
- Episodio 1: E poi venne il primo giorno e tutti lo videro.
- Episodio 2: Alder Venn e l’architettura della molteplicità
- Episodio 3: Io sono la casa
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- Episodio 5: Rumore bianco
- Episodio 6: Si nascondono nei cappotti
- Episodio 7: Il testimone
- Episodio 8: La Firma
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