La Voce

La stanza è la stessa. Stessa luce bianca, stesso tavolo, stessa illusione che le pareti bastino a contenere ciò che entra — e ciò che non dovrebbe.

Il cappotto blu di Alder è appeso dietro la sedia, come una pelle lasciata a riposare. Senza, lui sembra più leggero. O forse solo più raggiungibile, nel modo in cui sono raggiungibili i luoghi da cui è stato rimosso qualcosa di opaco.

Carnival entra senza fascicoli. Questa volta non servono. Caroline è già nell’angolo, le mani libere ma tese, come se stesse trattenendo qualcosa che non ha ancora trovato una forma — qualcosa che non è paura, ma le assomiglia abbastanza da tenerla immobile.

— Ti ricordi cosa è successo? — chiede Carnival.

Alder non risponde subito. Guarda il tavolo, poi la luce, poi qualcosa che non è nella stanza e che evidentemente vale più di tutto il resto. — Sì.

La voce è calma. Troppo calma — il tipo di calma che non nasce dalla pace ma dall’assenza di resistenza, come un’acqua che ha smesso di scorrere perché non trova più argini.

— Racconta.

— Sono stato aperto.

Caroline abbassa appena lo sguardo. Carnival non reagisce. — Da chi?

Alder sorride. Non è un sorriso umano — è un movimento corretto dei muscoli facciali, eseguito con la precisione di chi conosce la meccanica del gesto ma non ne abita più l’intenzione. — Non “chi”. Cosa.

La stanza si svuota dell’aria leggera e si carica di aria pesante, come fumo nero. 

— È successo quando ho smesso di resistere alla separazione — continua Alder, con la cadenza piatta di qualcuno che riferisce fatti accaduti a un corpo che non sente più del tutto suo. — Ho capito che non c’era nessun confine reale tra me e il resto.

Caroline fa un passo avanti. — Alder…

Lui gira lentamente la testa verso di lei. E per un istante non è lui — lo sguardo arriva da dietro, da molto più indietro, come luce che ha percorso una distanza enorme prima di trovare qualcosa su cui fermarsi.

— Non preoccuparti — dice. Ma la voce è doppia, leggermente sfalsata, due frequenze della stessa parola che non coincidono del tutto. — Non gli facciamo male.

Carnival si irrigidisce. — “Gli”?

— Quelli che si tengono. Le coppie.

— Perché loro?

Il silenzio che segue ha il peso specifico di qualcosa che non vuole essere detto troppo in fretta, come se le parole dovessero arrivare alla giusta temperatura. 

— Perché sono quasi riusciti. A smettere di essere due. E quando succede, la porta si apre molto di più.

Carnival stringe le mani. — E voi passate.

— Noi siamo già passati.

— Allora cosa fate?

— Verifichiamo.

— Cosa?

Alder lo guarda. Questa volta davvero, raccogliendo qualcosa di disperso per rispondere, come se la presenza richieda uno sforzo che prima non richiedeva. 

— Se dentro c’è qualcosa.

Caroline indietreggia di mezzo passo. — E se non c’è?

— Non c’è mai.

Il neon vibra per un istante — un suono leggerissimo, quasi impercettibile, come il respiro di qualcosa di molto grande che non ha imparato a trattenerlo.

— L’orsacchiotto — dice Carnival. — Era un messaggio?

— Era già aperto. Un simbolo è anche un messaggio. 

— Dal bambino?

— No. — Pausa. — Il bambino non apre.

— Allora cosa fa?

Alder guarda il vuoto accanto alla porta, con l’attenzione di chi sa che il vuoto non è mai davvero vuoto — è solo il posto dove le cose aspettano di essere viste. 

— Vede. Ascolta. 

Un silenzio diverso scende nella stanza. Non assente — in ascolto. Caroline si avvicina lentamente. — Alder… sei ancora tu?

Per la prima volta qualcosa cambia. Un’ombra attraversa il suo volto — non dolore, non paura, qualcosa di più sottile e più difficile da nominare: un’incertezza, una crepa minima nel vetro, il segno che da qualche parte dentro c’è ancora qualcuno che sente quella domanda come una domanda vera e non come un dato irrilevante.

— A volte. — La testa si inclina leggermente, come se qualcuno dall’interno stesse cercando di orientarsi in uno spazio che non riconosce più del tutto, che ha cambiato forma mentre lui guardava altrove. 

— A volte no.

Carnival si alza. Non perché abbia ottenuto risposte — ma perché ha capito che le domande stanno diventando porte, e che ogni porta aperta è un’altra cosa che può passare. C’è una differenza tra indagare e aprire, e lui l’ha raggiunta. Non si tratta più di un linguaggio di comunicazione ma di programmazione.

Si ferma un secondo sulla soglia. La porta è aperta. Troppo aperta.

Dietro di lui, Alder parla ancora. Ma non a loro.

— Le catene stanno finendo. E quando finiscono, non ci sarà più niente da tenere insieme.

     Fuori, Torino continua a vivere. Le coppie camminano sotto i portici, le mani si sfiorano, si cercano, si trovano. Da qualche parte, invisibile, qualcosa conta quanto ancora riusciranno a restare in due unità separate — non con impazienza, ma con la certezza silenziosa di chi conosce già il risultato e aspetta solo che il tempo lo raggiunga. 

Sono le dita del bambino silenzioso nel buio che si dipingono come per magia. E qualcuno riesce a vederle.

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Discussioni

  1. Sebbene non abbia la presunzione di penetrarne fino in fondo il significato, devo dire di aver trovato questo episodio particolarmente suggestivo. Nei tuoi racconti ciò che più conta è l’atmosfera e il senso di estraniazione, morte-in-vita e spaesamento che mi comunicano. Tutto è rigido, meccanico, o almeno tenta di esserlo. Eppure, nulla si sottrae a una strana passione. Un esempio tipico di narrazione perturbante ben riuscita.