L’acqua e l’oscurità

Serie: L’isola


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Rossella e Andrea sono riusciti a scappare dall'isola. Ma sono davvero in salvo?

L’impatto è violento.

L’acqua è gelida, una lama che mi taglia la pelle.

Sprofondo.

Sento il tuo corpo vicino a me, le tue mani che mi afferrano.

Lottiamo per riemergere, lottiamo per respirare.

Sopra di noi, sulla riva, le ombre ci osservano.

Ferme.

Non ci seguono.

Non entrano nell’acqua.

Tu mi guardi, ansimante.

«Nuota.»

Nuotiamo.

Verso la barca.

Verso la salvezza.

Ma so che non è finita.

Non finisce mai.

Perché mentre nuoto, mentre mi aggrappo al bordo della barca e tu mi tiri su, sento qualcosa.

Un’ultima frase, portata dal vento.

Sussurrata all’orecchio.

«Rossella, tornerai.»

E dentro di me, lo so.

Ha ragione.

La barca si allontana dall’isola.

Tu stringi il timone con forza, lo sguardo fisso sull’orizzonte. Io rimango accovacciata accanto al motore, i vestiti fradici che mi si appiccicano alla pelle, il respiro ancora spezzato.

L’acqua è calma ora.

Il vento soffia leggero, ma non porta più sussurri.

Abbiamo vinto.

Ce ne stiamo andando.

Eppure, non riesco a crederci.

Non dopo quello che abbiamo visto.

Non dopo quello che abbiamo sentito.

Guardo indietro.

L’isola è ancora lì, immobile, circondata da un alone di foschia. Gli alberi si piegano appena sotto la brezza, la spiaggia dorata riflette la luce del sole mattutino.

Sembra normale.

Ma noi sappiamo la verità.

Noi sappiamo cosa si nasconde tra quelle ombre.

Poi accade qualcosa.

Un dettaglio insignificante.

Un battito di ciglia.

Un’illusione, forse.

Ma io lo vedo.

Qualcuno è sulla riva.

Una figura sola, ferma, immobile.

Il cuore mi balza in gola.

Strizzo gli occhi, cerco di mettere a fuoco.

E poi lo riconosco.

Sei tu.

O qualcosa che ti somiglia.

Un riflesso distorto, un’ombra di te stesso.

Sei lì, sulla spiaggia, in piedi, con gli occhi fissi su di noi.

Il sangue mi si gela.

«Andrea…» sussurro.

Tu non mi senti. Sei concentrato sulla rotta, sulle coordinate, su qualunque cosa possa allontanarci da questo incubo.

Mi giro di nuovo.

La figura non c’è più.

Arriviamo sulla terraferma diverse ore dopo.

Il porto è piccolo, quasi deserto. Il sole è alto, le voci della gente normale risuonano nell’aria come un’eco di un mondo che non ci appartiene più.

Siamo salvi.

Siamo fuori.

Ma l’isola non ci ha lasciato andare davvero.

Lo capiamo dai dettagli.

Dalla notte insonne nella nostra stanza d’albergo, con la finestra che cigola anche senza vento.

Dagli incubi che ci perseguitano, sempre uguali.

Dagli specchi che, a volte, ci rimandano un riflesso che sembra… sbagliato.

Io non ne parlo.

Tu non ne parli.

Facciamo finta che sia finita.

Fingiamo di essere di nuovo noi stessi.

Ma entrambi sappiamo la verità.

L’isola ci ha cambiati.

Ci ha lasciato andare… per ora.

Ma una parte di noi è rimasta lì.

E, un giorno, ci chiamerà di nuovo.

E questa volta, non riusciremo a resistere.

Passano settimane.

Torniamo alle nostre vite, o almeno ci proviamo.

Tu riprendi a lavorare. Io torno all’università. Ci muoviamo tra la gente, tra strade affollate e stanze illuminate al neon, cercando di dimenticare.

Ma qualcosa non va.

Qualcosa non è come prima.

Lo sento nelle piccole cose.

Nella sensazione che qualcuno mi osservi quando sono sola.

Nel riflesso dello specchio, che a volte mi sembra in ritardo rispetto ai miei movimenti.

Nel suono della mia voce, che alcune mattine sembra leggermente diversa.

Poi succede.

Un dettaglio insignificante, ma che mi gela il sangue.

È una sera come tante.

Sono nella mia stanza, davanti al computer, la musica bassa nelle cuffie. Il telefono vibra.

Sul display appare il tuo nome. È un tuo messaggio

Lo leggo senza pensarci.

«Apri la porta.»

Mi blocco.

Perché tu non sei qui.

Sei a chilometri di distanza, nel tuo appartamento.

Eppure, come se il mio corpo sapesse qualcosa prima della mia mente, un brivido mi attraversa la schiena.

Mi giro lentamente verso la porta della mia stanza.

Silenzio.

Poi li sento: Toc. Toc. Toc.

Tre colpi leggeri.

Il respiro mi si ferma.

Lo schermo del telefono si illumina di nuovo.

Un secondo messaggio.

«Sono io.»

Non mi muovo.

Non rispondo.

Lascio il telefono cadere sul letto, il cuore che martella contro le costole.

Gli occhi fissi sulla porta chiusa.

«Sono io.»

Ma non può essere.

Tu non sei qui.

Eppure, c’è qualcuno dall’altra parte.

Lo sento.

La maniglia si muove appena, un lieve scatto metallico.

Un colpo più forte.

Come se qualcuno—o qualcosa—stesse perdendo la pazienza.

Mi alzo in piedi, indietreggiando fino a sentire il muro freddo contro la schiena.

La mia voce esce a stento.

«Andrea…?»

Silenzio.

Poi una risata.

Un suono basso, gutturale, spezzato.

Lo stesso che abbiamo sentito sull’isola.

Chiudo gli occhi, il terrore che mi stringe la gola.

Quando li riapro, la porta è ancora chiusa.

E capisco la verità.

L’isola non ha mai smesso di guardarmi.

E ora… mi ha trovato.

Il silenzio nella stanza è assordante.

Non respiro, non mi muovo.

La mia mano scivola lentamente sul letto, alla ricerca del telefono. Le dita tremano mentre sblocco lo schermo.

Chiamo te.

Il segnale suona, lungo, infinito.

Poi rispondi.

«Ross? Tutto bene?»

La tua voce è stanca, leggermente assonnata.

La tua vera voce.

Tu sei davvero lontano.

Allora… chi c’è dietro la porta?

Un colpo più forte.

Mi premo una mano sulla bocca per non urlare.

«Andrea…» sussurro nel telefono. «Qualcuno è qui.»

Silenzio dall’altra parte. Poi il suono di lenzuola spostate, passi veloci.

«Rossella, chi?»

Scuoto la testa, anche se non puoi vedermi.

«Non lo so. Ma… mi ha mandato un messaggio dal tuo numero.»

Un altro colpo alla porta.

Tu imprechi a bassa voce. «Chiama la polizia.»

«E cosa dico? Che c’è un fantasma fuori dalla mia stanza?»

«Dici che c’è uno sconosciuto in casa! Ross, ascoltami, non aprire quella porta.»

Un colpo.

Poi un sussurro.

«Non sono uno sconosciuto.»

Il mio sangue si gela.

Perché la voce… è la tua.

Serie: L’isola


Avete messo Mi Piace7 apprezzamentiPubblicato in Horror

Discussioni

  1. Bella l’idea delle frasi brevi-brevissime per poi andare a capo, conferisce ritmo e suscita interesse. Potresti alternarle a paragrafi magari un pò più corposi, in modo da enfatizzare ancora di più il ritmo. In ogni caso, sempre bello leggere un tuo pezzo👏👏👏