L’addobbo

Stavo addobbando l’albero di Natale quando è iniziato tutto. Avevo già posizionato la base ed aperto tutti i rami. Stavo mettendo il secondo festone, uno di quelli che sembrano dei boa di pagliuzze argentate o dorate, quando iniziai a percepire una continua sensazione di essere osservata. Mi sembrava di intravedere sempre una sagoma scura negli angoli della visuale, ma non riuscivo mai a scorgere nulla di concreto. A volte vedevo distintamente i festoni essere smossi da una flebile corrente d’aria che, in reltà, non esisteva. Ero da sola in casa quindi ero perfettamente sicura che nessuno stesse aprendo porte oppure finestre. Cominciavo a sentirmi inspiegabilmente a disagio oltre che non più sola nella stanza, ma non potevo fare altro che ignorare tutto ed andare avanti.

Terminati i festoni aprii la prima scatola di palline, lucide a specchio e colorate. Iniziai a posizionarle, agganciandone i gancetti ai rami dell’albero. Arrivata alla quarta pallina mi soffermai un attimo ad osservarne la mia immagine riflessa sulla superficie tondeggiante. Il mio viso appariva distorto, allargato e stirato, e colorato di blu per via del colore della pallina. Non era quello che attirò la mia curiosità, ma qualcos’altro nascosto all’interno dell’intero riflesso. Saltai di lato, schiacciandomi contro il muro, guardai con gli occhi sbarrati la porzione di stanza che prima stava alle mie spalle. Non c’era nulla di strano, eppure giuro di averlo visto la, annidato nei dettagli del riflesso sulla pallina. Una sagoma scura in piedi contro il muro opposto a quello vicino all’albero di Natale. Orribilmente immobile e senza tratti o dettagli, ma terrificantemente si poteva presumere che mi stesse fissando. Forse, però, era solo un gioco della mia mente, forse la sagoma scura era qualche altro oggeto della stanza reso irriconoscibile dalla distorsione della convessità della pallina e dal colore tendente al blu. Ora dovevo solamente tornare davanti alla pallina e avere il coraggio di rispecchiarmici sopra. Se la sagoma fosse stata ancora li significava che avevo ragione circa un oggetto della stanza distorto, ma se invece fosse scomparsa allora avrei fatto molto meglio a correre fuori dalla casa immediatamente. Mi rannicchiai con le ginocchia sul petto, la schiena contro il muro e le mani sul viso. Pensavo che fossi diventata pazza, abbastanza da avere delle allucinazioni. Ma dovevo tagliare la testa al toro, pertanto presi coraggio e tornai a guardare dentro alla pallina. Tirai subito un immenso sospiro di sollievo non vedendo più nulla di raccapricciante; nonostante quando detto prima. Sentii il cuore rallentare e le mani smettere di tremare, mi ero presa uno spavento enorme. Continuai, quindi, ad agganciare le altre palline ai rami. Dopo di esse fu il momento delle luci, infine del puntale.

Fu proprio mentre incastravo quest’ultimo sulla punta che urlai dal terrore e mi spinsi via, oltre la porta. Anche il puntale aveva un colore metallico specchiato e nel suo riflessi lo vidi distintamente. Vidi la sua abominevole faccia riflessa sulla superficie del puntale, proprio sopra la mia spalla destra. Mi fissava da sopra la scapola, con gli occhi fissi sui miei nel riflesso. Immobile, insondabile e orribile. Appena posai gli occhi sul suo viso scattai oltre la soglia della porta, urlando fino all’ultimo fiato che avevo nei polmoni. Non ebbi più il coraggio di tornare davanti all’albero ed in generale dentro a quella stanza. Rimasi qualche minuto seduta sul pavimento dell’anticamera ferma a scrutare dentro al salotto, volevo capire se la cosa esistesse realmente. Sapevo che era tutto completamente irrazionale esattamente come sapevo che non poteva esistere veramente qualcosa del genere, ma nello stesso tempo ero realmente spaventata a morte.

Decisi quindi di fare una pausa e prepararmi una tisana in cucina. La situazione non migliorò, anzi peggiorò. Mentre stavo aspettando che l’acqua bollisse nel pentolino, successe un altro fatto terrificante. Ero in piedi davanti ai fornelli con lo sguardo fisso e perso nel pentolino quando sentii l’alito della cosa. Da sopra la mia spalla sinistra sentii un debole spostamento d’aria. Era tiepido, umido, aveva un odore strano. Sapeva di muffa, era paludoso, quasi di terra bagnata e dolciastro sul finale. Ne percepivo il calore sul fianco del collo e sul padiglione dell’orecchio. Tutto questo non durò più qualche secondo, poi mi girai di scatto e per poco non rovesciai l’acqua. Alle mie spalle, ovviamente, non c’era niente. Non dico che iniziai a farci l’abitudine ma che, piuttosto, cominciai a interiorizzare la situazione. Infatti mi ripresi quasi subito dallo spavento e tornai a concentrarmi sul pentolino. Avevo i nervi a fior di pelle e ormai qualsiasi cosa mi avrebbe potuta spaventare a morte. Poi alzai gli occhi al mestolo appeso al muro sopra ai fornelli. Aveva la parte convessa rivolta verso di me e riuscivo a vedere bene ciò che rifletteva, l’orribile e maledetto volto della cosa. Occupava quasi tutta la superficie del mestolo ed era deformata dalla curvatura del metallo. Quasi pensavo che fosse la mia faccia se non fosse che spostandomi comparivo nel riflesso da dietro al mostro. Da questo momento in poi non ho più ricordi di cosa accadde, i medici dissero che il vuoto di memoria è causato dallo shock.

Queste memorie le sto scrivendo dalla mia cella imbottita, nella struttura di igiene mentale. Mi ritrovarono la sera stessa di quel giorno in stato confusionale che vagavo in pigiama scalza per le strade della città. Ora, come potete immaginare, ho molto tempo libero e lo sto occupando scrivendo tutto ciò che mi ricordo a fatti appena accaduti. Sono costretta a tenere sempre la testa rivolta verso il pavimento, su una parete della cella è installata una finestra a specchio per potermi tenere sotto controllo. Nel riflesso del vetro vedo perennemente la cosa che mi ha fatto finire qui, ponendomi in una condizione insostenibile. I dottori pensano che il motivo del mio tenere lo sguardo basso sia qualche disturbo mentale, ho provato a spiegare loro la realtà dei fatti, ma non vogliono darmi retta. Anzi, sembrerebbe che io abbia peggiorato la mia situazione parlando loro di tutto ciò. D’altronde come dar loro torto, nemmeno io crederei a me stessa se mi raccontassero una cosa del genere. Nemmeno il mio compagno mi crede, si è limitato ad ascoltarmi con un’espressione poco convinta e a chiosare con un generico “vedrai che andrà tutto bene”. Da qual momento non è mai venuto a trovarmi, nemmeno una volta. Comincio a pensare che sia andato a casa a prendere le sue cose e sia scomparso, abbandonandomi qui. Gli psichiatri dicono che sono schizofrenica. Come faccio a sapere se hanno ragione oppure se il mostro nello specchio sia reale? Non so se una persona schizofrenica possa anche immaginarsi odori e sensazioni sulla pelle ma a me il suo alito è sembrato veramente molto reale. In più, durante la notte passata qua dentro, i contatti sono aumentati. Mentre dormivo sentivo le sue mani, dure e magre, toccarmi la pelle. Continuo a vederlo nella finestra specchio, continua a fissarmi. A volte lo vedo molto vicino a me e posso di nuovo sentirne l’alito, altre volte rimane lontano a fissarmi. Non l’ho mai visto muoversi. Ogni notte viene a toccarmi, ha le mani ghiacciate. Forse sta solo aspettando che io muoia, magari lo vedono tutte le persone che stanno per morire.

***

Il giorno dopo il mio ricovero forzato, gli psichiatri, mi hanno prescritto degli psicofarmaci da assumere per cercare di calmare le mie “allucinazioni”. Questa è la chiave per la realtà, capirò immediatamente se sono matta oppure se il mostro è reale.

Dopo le pillole non ho più visto il mostro nel vetro per tutto il giorno, ma la notte ho comunque sentito le sue mani sulla mia pelle. Quando mi svegliai il giorno dopo capii che era tutto vero. In centro alla mia cella c’era il mostro, reale, non più nel riflesso dello specchio. Con una mano reggeva una pallina da albero di Natale e con l’altra mi invitava verso “l’albero di Natale”. Spostai lo sguardo nella direzione da lui indicata, ancora coricata nella branda. Dietro la cosa c’era un albero di Natale abominevole. I suoi piedi, il tronco e i rami erano fatti di ossa umane ancora sporche di sangue. Lembi di carne putridiccia costituiva le foglie, come festoni intestini, tendini e nervi. Qualche organo dilaniato era incastrato qua e la fra i “rami”. Tutto gocciolava lentamente sangue scuro. Il puntale era un cuore ancora pulsante. Sembrava persino ilare il fatto che l’autore di tutto ciò mi stesse invitando ad appendere una pallina “normale”. Non sapevo cosa fare, dovevo accettare o tentare di chiamare i medici? Ero paralizzata dalla paura; cosa significava tutto ciò?

C’era solo un modo per saperlo. Mi alzai dal letto e feci la cosa migliore che potessi fare.

Ti piace0 apprezzamentiPubblicato in Horror

Discussioni

  1. Erik sono colpito molto positivamente da questa tua invenzione. Non è affatto facile, anzi diciamo è davvero complicato incanalarsi nel genere horror senza restare invischiato nel déjà vu. L’espediente albero di Natale vs Mostro ha del geniale.

    In più, una nota di merito soprattutto per aver portato la paura sul piano che le compete: quello psicologico. In questo, il “riflesso” ha giocato un ruolo essenziale.

    Per la forma, senza dimenticare che questo genere in particolare risulta complesso da sviluppare trattandosi per lo più di sensazioni (sento, avverto, scorgo), ci sono piccoli punti da rivedere.

    Però la storia mi è piaciuta tanto che voglio lasciare il mio apprezzamento intatto.

    1. Ciao Robert, sono veramente lusingato di ricevere un commento così tanto positivo e soddisfatto del mio racconto. Spesso, quando parlo di paura, lo faccio in maniera sottile e lascio che il protagonista sia solo nel suo disagio. Nulla è più spaventoso del non poter condividere un terrore o malessere, peggio se non si viene creduti come nel racconto. In un mio manoscritto mai pubblicato sfruttavo il fenomeno della paredoila per torturare il mio personaggio.
      Grazie infinite per il commento, sono estremamente felice delle tue osservazioni. Per quanto riguarda la forma da migliorare sarei molto interessato a sapere i tuoi consigli.