L’albero

Serie: Il platano bianco


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Al cospetto dell'albero

Venne svegliato dalla debole luce che dalla finestra penetrava attraverso una tendina vecchia e ingiallita. Dopo essersi stiracchiato un paio di volte, aprì gli occhi. Era stata una di quelle dormite talmente rigeneranti che sentì di essere miracolosamente guarito da tutti i suoi acciacchi. Non gli capitava spesso, ma godersi un risveglio del genere fino all’ultimo secondo era l’unico modo per non rimpiangere una nottata di quel tipo. Certo, non era a casa sua, nel suo letto, con Elisa al suo fianco, ma aveva pur sempre trascorso una notte piacevole. E nonostante avesse diviso il letto con suo fratello (cosa che non succedeva da quando erano bambini), si poteva dire alquanto soddisfatto. Tuttavia, al suo risveglio, si accorse di essere da solo. Invocò ripetutamente Mattia, ma di lui nessuna traccia; nemmeno al piano di sotto, dove la tavola, linda e ordinata, era stata ripulita e gli avanzi della sera prima scomparsi. Pensò che Mattia, dopo aver pulito e messo a posto il tutto, fosse uscito per fare una passeggiata. L’attimo successivo venne assalito dai dubbi riguardo le due ipotesi che aveva appena formulato. Non aveva mai visto il fratello pulire anche solo un acaro di polvere, né tantomeno mettere in ordine le cose in giro per casa; sia da ragazzini, sia da quando Mattia andò a vivere da lui. In camera sua c’era una sedia carica di indumenti e la giustificava dicendo che una volta riempita del tutto, avrebbe fatto personalmente il bucato. Ma alla fine toccava sempre ad Elisa ripulire la sua stanza. Proprio questa faccenda era stata la causa di numerose litigate tra i due futuri sposi, in cui Cristiano aveva sempre difeso il fratello; ma negli ultimi tempi stava pensando di dargli un ultimatum su quell’argomento. No, quello, senza ombra di dubbio, non poteva essere opera sua.

Infilò di corsa le sue scarpe e si precipitò all’esterno. L’aria era fresca e nel cielo, cupo e triste, due prepotenti nuvole scure stavano per fondersi. In strada, sulla sponda opposta, vide un uomo che passeggiava con una bambina. Erano gli stessi con i quali aveva scambiato un saluto a distanza durante la “marcia di presentazione”. Questi, dopo aver sentito il rumore della porta, si voltarono.

― Buongiorno! ― esclamò l’uomo, avvicinandosi a Cristiano che rispose accennando un timido sorriso. ― Mi chiamo Carlo, e lei è mia figlia.

Sembrava persino più vecchio di quando l’aveva visto la sera prima.

― Per caso ha visto passare di qua mio fratello? ― tagliò corto il ragazzo.

L’espressione dell’uomo mutò, passando da una mimica cordiale ad una più seria, quasi ostile. Poi, con un movimento lento e rilassato, alzò un braccio e indicò la strada che proseguiva in salita. Cristiano volse lo sguardo nella direzione indicatagli dall’uomo: il “sole bianco” si stagliava in tutta la sua importanza, sprizzando maestà da qualsiasi prospettiva lo si guardasse. Per lui era come guardarlo di nuovo per la prima volta. Un rapido sussulto lo scosse e un brivido gli attraversò la schiena.

― Sì, è andato da quella parte ― confermò la bambina.

Cristiano la guardò intensamente negli occhi ed ebbe la sensazione che anche lei avesse qualcosa di diverso. Era consapevole che si trattasse solo di una sua impressione, eppure c’era qualcosa nei suoi piccoli occhi neri e innocenti che gli trasmetteva uno strano sentimento di disagio. Lui le sorrise, ringraziandola, ma la piccola non ricambiò in alcun modo, limitandosi a guardarlo fisso negli occhi, senza il minimo movimento delle palpebre. In quel momento, un profondo senso di angoscia lo investì, riconducibile agli ormai inespressivi volti che aveva di fronte nei quali affondava il suo sguardo intimorito, e che non trasmettevano nessun tipo di emozione.

Dopo essersi congedato in un modo rapido e allo stesso tempo non privo di educazione, si avviò verso il grande albero bianco. Si voltò un paio di volte e in entrambi i casi si accorse di avere addosso le loro penetranti occhiate. Cercò di non farci caso mentre procedeva a passo svelto per la sua strada, con gli occhi puntati saldi al suo traguardo.

Sospirò profondamente quando giunse al cospetto del gigantesco albero. Il fusto, robusto e glorioso, aveva un diametro di svariati metri, da cui originavano possenti radici che affondavano orgogliosamente nel suolo terroso. Neppure mezza dozzina di uomini di media corporatura, messi in riga, avrebbero coperto anche solo un fianco di quel magnifico tronco. Cristiano non osò fare stime in merito alla sua altezza, anche perché dalla sua posizione non riusciva a scorgerne la cima. Riuscì però ad intravedere i rami, anch’essi di un bianco intenso, ai cui vertici, oltre al rigoglio di foglie e splendidi fiori immacolati, nascevano frutti rotondi che non assomigliavano a nessun tipo di frutto a lui familiare. Ce n’erano centinaia, se non migliaia, grandi e piccoli, ma avevano tutti in comune il candido colorito. Ai piedi di quel platano si sentì al sicuro e l’immaginazione andò perduta tra l’infinità di quella chioma. Era come se dalle radici l’albero gli trasmettesse un forte senso di calma e serenità, infondendo la sua energia nell’animo del ragazzo. La sua apprensione era sparita e nemmeno ricordava il motivo per il quale era lì. Fu una voce, dal tono soffice e pacato, a risvegliargli i sensi:

― È soltanto la prima impressione a fare questo effetto. Tranquillo, succede a tutti ― disse, concludendo la frase con una leggera risata.

Cristiano si guardò intorno, in cerca dell’uomo che aveva proferito parola. Si trovava un po’ più la, non molto distante da lui, e aveva anch’egli lo sguardo fisso su quella specie di visione tridimensionale.

― Leggenda vuole che la nascita di quest’albero sia da collegare a tempi assai remoti, prima che gli uomini mettessero piede sulla Terra ― la sua voce era diventata tutta ad un tratto seria ― Sotto la sua ombra fiorenti popolazioni hanno prosperato, e continuiamo a farlo tutt’ora. Ci nutriamo della bontà dei frutti che egli ci offre.

L’uomo si voltò e Cristiano ebbe finalmente la possibilità di affondargli lo sguardo nel viso. Aveva una faccia pallida, delicata, con due occhi neri, piccoli e brillanti, che catturavano l’attenzione prima che la stessa si accorgesse del filo di barba marrone che ne completava il ritratto. I capelli castani erano lisci e lucenti, e scendevano ordinatamente fin sopra le spalle. Cristiano abbassò lo sguardo, scorgendo un corpo parecchio snello; nonostante ciò, possedeva una postura autoritaria e decisa. Gli vennero in mente una sfilza di domande da porgli, e appena si decise a rivolgergliene una, venne anticipato dall’uomo:

― Mi conoscono con tanti nomi, ma per loro, anzi, per voi, sono la Guida ― affermò, come se avesse letto i pensieri del suo interlocutore.

Quel “voi” fece comparire sul volto di Cristiano un’espressione perplessa, e contemporaneamente nella sua testa emerse l’ennesimo mucchio di quesiti da cui ne avrebbe presto prelevato uno, se solo quell’uomo, dotato di un’aura così singolare, lo avesse lasciato parlare.

― Vuoi provarne uno? ― domandò a Cristiano, mentre dopo essersi avvicinato ad un ramo pendente afferrò con cura un frutto, il quale se ne venne senza particolare difficoltà.

Lo porse con gentilezza al ragazzo, accompagnando il gesto con un sorriso sincero. Probabilmente avvertì in lui una sorta di disagio, e per questo chinò un po’ il capo, senza perdere mai il contatto visivo, e annuì debolmente, come per convincerlo ad accettare il suo dono. Cristiano, fattosi impreziosire dall’estrema premura dell’uomo e non volendo sembrare maleducato, afferrò lentamente il frutto, rendendosi conto della sua superficie estremamente liscia. Il secondo seguente lo aveva portato alla bocca e dopo un attimo di esitazione lo morse. La luce del giorno lo faceva apparire ancora più lucido, e quasi veniva abbagliato dal suo luccichio. All’improvviso si ricordò di trovarsi sotto l’albero più grande che avesse mai visto, ed era, come tutte le cose intorno a lui, coperto dalla sua grandiosa ombra. No, non si trattava dei riflessi del Sole. Quel frutto brillava di luce propria.

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